By |Categorie: Investimento|Pubblicato il: 15 Marzo, 2024|

Ancora oggi sento frasi del tipo “giocare in borsa” o “investire” nel mercato azionario. Mi sono reso conto che purtroppo rimane non compresa la differenza sostanziale tra comprare un’azione/ETF e investire il proprio patrimonio.

Con questo articolo voglio mettere qualche puntino sulle “i”.

Prendiamo sempre come esempio le aziende che compongono l’indice S&P500.

Per chi volesse guardarsi le prime 10 posizioni (ma ce ne sono altre 490 – 493 per la precisione ma cambia poco), leggete la composizione con i relativi pesi:

Per una bella “vista” grafica e per settori invece rimando a questo link

Da una parte abbiamo le migliori, più efficienti, più trasparenti più profittevoli, più innovative e meglio finanziate 500 aziende americane – e quindi del mondo – che producono beni e servizi per i mercati globali. Il nostro indice S&P500 appunto, dove si riconoscono i nomi di queste grandi aziende. Molto probabilmente tutti quanti usiamo molti dei loro prodotti e servizi (chi scrive si appresta a prendere a noleggio a LT una Tesla e vi racconterò la mezza odissea per installare una wallbox nel garage privato all’interno del mio condominio…ora sto divagando, ma è una bella metafora rispetto a un equivalente processo di investimento a lungo termine).

Non esagero dicendo che queste aziende, e quelle che le hanno precedute e quelle che le sostituiranno, hanno forgiato nella nostra vita la “american way of life”. Credo che nessuno possa immaginare oggi una vita senza Gmail, Google Maps o Word/Powerpoint/Excel (sigh) e altri prodotti similari e iconici.

Come è possibile che un paese con solo il 5% circa della popolazione mondiale rappresenti oggi il 25% del PIL mondiale?

Per semplificare, vi direi che la ragione sono queste 500 aziende. Il capitalismo imprenditoriale nella sua massima essenza.

E sappiamo anche che possiamo, con un click sul nostro conto titoli, diventare soci di queste grandi aziende comprando un ETF che ne replica l’andamento.

Diventare soci di queste grandi aziende dovrebbe essere l’obiettivo ultimo di ognuno di noi e della sua strategia previdenziale e pensionistica. Se loro crescono, la nostra pensione futura cresce insieme a loro.

È la base del sistema pensionistico americano. Tutti i lavoratori americani, non avendo pensioni pubbliche dello stato (fatta eccezione per la modesta Social Security), versano regolarmente ogni santo mese che Iddio ha mandato in terra il loro “TFR” più un contributo volontario (a cui viene sommato quello versato dall’azienda in pari misura) in fondi pensionistici che investono in…in? in??? Azioni delle grandi aziende americane, comprando gli ETF relativi.

Apro e chiudo una parentesi. Ho appena aiutato un cliente che si è trasferito a NYC a scegliere il piano pensionistico offerto dalla sua azienda. Il famoso 401k. Cosa abbiamo scelto tra i tanti piani disponibili? Un bell’ETF SPDR sullo S&P500 a 0.03% di costo…ma sto ancora divagando.

Tornando a noi e ricapitolando. Da una parte abbiamo questo indice formato dalle azioni delle 500 aziende che rappresentano le imprese più importanti per tutti e per il mondo.

Dall’altra parte che cosa abbiamo invece?

Abbiamo il “mercato azionario”. O la “borsa”. O, in inglese “the stock market”.

Noterete che ho messo tutto tra virgolette.

Inizio col dirvi che questi due elementi NON SONO la stessa cosa.

Prendete tutto questo come il “Postulato di de Stasio”.

Soprattutto sul lungo termine, questi due elementi hanno pochissimo a vedere l’uno con l’altro.

Iniziamo con il dire che il focus nel lungo termine di queste aziende è quello di crescere e continuare a crescere. Tendenzialmente perpetuandosi all’infinito.

Cercano di crescere in maniera organica (o inorganica per acquisizioni o fusioni o spin off), per guadagnare più di quello che viene speso, pagando dividendi agli azionisti (anche se non tutte pagano dividendi: chiedere a Tesla e Amazon) e tenendo a bada i concorrenti.

È una maratona più che uno sprint. Chi lavora in azienda capisce bene questo concetto: è trimestre dopo trimestre che si sviluppano le strategie aziendali e i relativi numeri di crescita. Si cresce giorno dopo giorno e non in linea retta.

Il “mercato azionario” invece si focalizza sul minuto dopo minuto, giorno per giorno e quasi mai si concentra sul medio e lungo termine; per lo meno nelle contrattazioni giornaliere appunto.

SOLO NEL LUNGO TERMINE il mercato azionario si adegua all’andamento, graduale, lento ma costante, della crescita del fatturato, utili, flussi di cassa e dividendi delle aziende le cui azioni sono quotate in borsa.

Qualcuno disse: “il mercato azionario nel breve termine è una macchina elettorale, nel lungo termine una bilancia” – un tale Benjamin Graham, il padre finanziario di Warren Buffett.

Ma nel breve termine (i minuti, le ore, i giorni, le settimane e anche i mesi), il mercato azionario pensa a tutt’altro che al graduale avanzamento dei fatturati e dei profitti aziendali e, di conseguenza, all’aumento del valore intrinseco di un’azienda.

Ho usato apposta la parola “intrinseco” perché è il modo con il quale vengono valutate le aziende dai gestori dei fondi e da noi che stiamo sui mercati da decenni.

Il valore intrinseco descrive come viene percepito dagli investitori il valore di una azienda e della sua azione, o semplicemente per definire il suo valore reale. Non sempre equivale al prezzo espresso dal mercato, poiché a volte un asset può essere sopravalutato o sottovalutato.

Ed è qui che casca l’asino.

Perché giorno per giorno, minuto per minuto, settimana per settimana il “mercato azionario” riflette solamente quello che pensano e percepiscono milioni e milioni di persone che operano (noi compresi) in QUEL MOMENTO.

Anche i grandi gestori di fondi sono esseri umani. Anche loro si fanno prendere dalle ansie e dalla negatività e, spesso e volentieri, non guardano al lungo termine.

Sono legati a doppio filo alle ansie dei sottoscrittori dei loro fondi che, presi da momenti di panico, vendono il fondo e costringono il gestore a vendere e a deprimersi perché deve liquidare e, inevitabilmente, anche a prendere le decisioni sbagliate.

In tutto questo, la pornografia giornalistica finanziaria gioca un ruolo fondamentale. I giornalisti finanziari (e sottolinea “giornalisti”) non sono analisti finanziari. Non sanno analizzare il valore intrinseco di un’azienda, a loro non interessa perché e per quanto tempo noi stiamo investendo.

Devono sparare titoloni enormi per catturare la nostra attenzione. E noi, presi dalle emozioni del titolo, mettiamo mano agli investimenti.

Ecco perché, in estrema sintesi, il “mercato azionario” non usa gli stessi criteri di chi investe per il lungo termine (ovvero noi).

Noi ci concentriamo sui nostri obiettivi di lungo termine (pensione anticipata, l’università dei figli tra 15 anni, l’eredità dei nipoti) e quindi siamo concentrati sui prossimi 5-7-10-15 anni. E scopriamo, piano piano, che il prezzo delle azioni in cui investiamo si adeguerà alla crescita dei fatturati e utili delle aziende.

Su questo aspetto scriverò un altro articolo, gemello di questo, perché ancora qualcuno si chiede (e mi chiede): “ma perché l’azione della tal o tal altro azienda sale” o, peggio, “l’azione è sopravvalutata” o, nella versione omnibus “il mercato è in bolla” e altre amenità del genere. (Spoiler: un’azione sale, perché salgono gli utili dell’azienda stessa – non è sempre una relazione 1:1, ma il senso è quello e il concetto di sopravvalutazione richiama le emozioni e la pornografia giornalistica finanziaria di cui sopra).

Quando sono nato io, dicembre 1971, lo S&P500 era a 101.95 punti e generava un utile cumulato di ogni azione delle 500 aziende dello S&P500 $5.89 (astraetevi per un attimo dal concetto che un indice azionario genera degli “utili” – questo è il modo in cui si valuta il valore intrinseco di un’azione o di un indice e per questo non ha senso quando uno esclama “l’azione è sopravvalutata”).

A dicembre 2023, lo S&P 500 era a? a? 4782 punti e le 500 aziende generavano utili per $235.

Quindi: in 50 anni – ecco svelata la mia età e vabbè – il valore dei nostri investimenti nello S&P 500 è salito di oltre 40 volte che, incidentalmente ma non è un caso, è lo stesso tasso di crescita degli utili prodotti dalle aziende stesse.

Le nostre 10.000 lire investite nel 1971 oggi sarebbero 743.500 lire (passatemi il calcolo in lire, senza il passaggio all’euro e la stima è su un investimento che non viene mai toccato che è un po’ il senso di come si debba investire).

È così che funziona l’investimento. Cosa completamente diversa da quello che osserviamo giornalmente sul “mercato azionario”.

“Mercato azionario” che, negli ultimi 50 anni è stato, per usare un eufemismo, volatile:

  1. La correzione infra-annuale media in questi 50 anni è stata del 14%: ovvero, non ogni anno ma mediamente, il mercato è sceso del 14%.
  2. Cosa diversa dal dire che ha perso il 14% (cioè, quello che scrivono i giornali): questo dato sta a significare solo che può oscillare in negativo in un qualsiasi momento del 14%.
  3. Chi ha investito qualche anno addietro sta guadagnando il 50%, in quella fase di correzione guadagnerà “meno”, ovvero solo un +36% – se, invece, ha investito da un anno e si prende tutta la correzione media, sarà a -14%…ma solo temporaneamente.
  4. Lo S&P 500 è sceso del 30%, stesso concetto qui sopra, mediamente ogni 5/6 anni.
  5. Ed è sceso del 50% 3 volte in questi 50 anni: 1973-74, 2000-02, 2007-09.

La scelta alla fine rimane tra questi due aspetti.

Focalizzarsi su volatilità e oscillazioni dei “mercati finanziari” nel breve termine, oppure sulla crescita costante e continua degli utili e dividendi delle aziende nel lungo termine?

Alla fine, scegliere uno piuttosto che l’altro aspetto determina il vostro successo come investitori nei “mercati finanziari”. E il successo nel raggiungere gli obiettivi che vi siete dati.

Investite bene e state bene!

2 Commenti

  1. Elisa 16 Marzo 2024 at 22:39 - Reply

    Ottimo articolo.

    Vorrei aggiungere pero’ che il sistema di tassazione americano incoraggia a lasciare i soldi investiti nello stock market fino a quando se ne ha bisogno come pensione ed a quel punto la fascia di tassazione sarà più bassa.

    • Valerio de Stasio 16 Marzo 2024 at 23:24 - Reply

      Giustissimo Elisa e grazie per il tuo commento. Noi non abbiamo questa fortuna (401ks, IRAs, Roth IRAs, taxable accounts) ma è proprio per questo che, qui in Italia, possiamo fare piggy -backing su questi comportamenti virtuosi dei risparmiatori Usa. Ci accodiamo a loro investendo come loro, anche senza avere gli stessi vantaggi fiscali. Ma la sostanza rimane la stessa: si diventa soci delle grandi aziende americane, non si compra solamente un’azione o un ETF.

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