By |Categorie: Investimento, Pensione|Pubblicato il: 12 Maggio, 2025|

Le statistiche raccontano che per una nave la maggior parte degli incidenti avvengono non in mare aperto durante la navigazione, ma in porto durante le manovre di partenza, arrivo, ancoraggio e ormeggio.

Gli incidenti sono pochi in realtà nella fase di partenza (circa il 10% dei casi rilevati), quasi tutti nelle avvengono nelle fasi di approdo al porto.

Cambiando mezzo di trasporto e analizzando le statistiche aeree, diversi studi (fonti Airbus e ICAO) evidenziano che circa il 70-80% degli incidenti mortali avviene durante decollo, salita, discesa e atterraggio, con particolare incidenza nelle fasi di decollo e atterraggio e con maggiore prevalenza di casi su quest’ultima manovra.

La fase di crociera, pur essendo la più lunga quanto a durata temporale, registra meno incidenti fatali ma più eventi di turbolenza e malfunzionamenti non critici per l’esito positivo del volo.

Per navi e aerei le cause degli incidenti nelle fasi soprattutto di attracco ed atterraggio sono molteplici. Meteo, errore umano, problemi tecnici e casi ancora più specifici difficilmente prevedibili in anticipo e che dovranno essere gestiti da capitani e comandanti nel momento esatto in cui si verificheranno.

Nella maggior parte del tempo i viaggi terminano bene e comunque il passeggero non si accorge di eventuali problemi registrati durante il percorso. In alcuni casi le situazioni si fanno più complesse e le reazioni del viaggiatore potrebbero essere inadeguate, scomposte o irrazionali.

Negli ultimi giorni, lavorando ad un progetto personale dedicato in modo specifico a quella fase di investimento che precede la pensione (o comunque il cosiddetto FIRE), mi sono reso conto che la rete è piena di consigli su come imparare ad investire per lungo tempo durante la fase dell’accumulazione, ma non c’è praticamente nulla che spiega come vanno iniziate e gestite metaforicamente le manovre di ingresso al porto o di atterraggio in pista quando l’obiettivo (che da lontano è diventato più vicino) comincia ad essere intravisto all’orizzonte.

In pratica quasi tutti blogger, vlogger, podcasters o comunque comunicatori della rete, ci raccontano più o meno con le stesse ricette come si parte e ci si gode il viaggio. Difficile ormai trovare qualcosa di originale, ma quasi nessuno ci spiega le procedure di sbarco.

E tutto ciò non mi stupisce.

Se il come costruire un portafoglio diversificato globale da mantenere nel lungo periodo è un concetto abbastanza semplice da raccontare e da mettere in pratica in autonomia dopo aver appreso i concetti base della finanza personale (perché poi questo non accade nella realtà sarebbe tema per un altro post), il passaggio successivo di “consumo” di quel portafoglio richiede un approccio bilaterale (comunicatore-ascoltatore) più articolato o, per chi fa da solo, un livello di conoscenza che non fa più solo riferimento alle materie investimento, finanza personale e comportamentale.

Bilancio familiare e asset allocation sono temi che diventano più familiari e conosciuti con la conoscenze e l’esperienza, ma andranno interpretati e gestiti diversamente nelle fasi successive della vita, quelle dove il punto di visto non è più quello del risparmiatore che accumula ricchezza e gode dei ribassi (soprattutto quando lontani dalla pensione o il FIRE) di mercato, ma quello di chi è costretto a consumare quel denaro.

I rischi cambiano e certamente non hanno più solo le sembianze della volatilità; ci sono da fare dei calcoli del valore attuale delle future rendite in ingresso (vedi pensione pubblica). E come non tenere conto delle stime di aspettativa di vita personali e di tutta la famiglia che inevitabilmente impattano sull’efficacia dell’intera strategia. E tanto altro ancora di cui si potrebbe parlare per ore e che comunque trovate sparso qua e là nei vari articoli di questo blog nella sezione pensione.

Ma non sono però solo le questioni tecniche a tenere banco. Ci sono anche quelle mentali.

Come vi comportereste a 5 anni dal raggiungimento dell’indipendence day con ormai il 90% della benzina necessaria nel serbatoio?

All in sul monetario con il rischio di subire una pesante tosatura dall’inflazione per i successivi 35 anni di vita?

All in sull’azionario perché nel lungo periodo l’azionario è sempre vincente?

Un po’ e un po’ per non avere troppi rimpianti?

Qualsiasi soluzione è corretta e sbagliata nello stesso tempo, semplicemente perché la sua applicazione pratica dipende da un sacco di fattori, familiari, psicologici, monetari.

Se siete straricchi ogni soluzione è accettabile, ma occhio a non esagerare con i prelievi ovviamente.

Se la vostra pensione pubblica sarà molto povera la soluzione 1 è un rischio inaccettabile.

Se non siete tipi con la mentalità di un anno sono disposto a mangiare aragosta e champagne, ma se va male l’anno dopo pane e cipolla mi sta comunque bene, allora anche la seconda soluzione è rischiosa.

E poi c’è quella maledetta frase che il futuro non necessariamente replicherà il passato e che insinua nella nostra mente il tarlo del dubbio.

Dubbio che deve esserci.

Perché quella dell’ingresso in porto o dell’atterraggio sulla pista è forse la fase più delicata di tutto il processo di accumulazione.

Se è vero che dopo 15 anni perdere soldi in borsa (al lordo di costi e tasse) è stato un evento molto raro, è altrettanto vero che nel 24% del tempo le performance annue sono state negative.

Il passaggio da lungo periodo a breve periodo va quindi conosciuto e gestito.

Fonte: Dimensional Fund

Se sono investito all’80% in azionario con il 90% del capitale obiettivo già disponibile per essere finanziariamente indipendente (diciamo 900k su 1 milione obiettivo per comodità), un bear market nella media storica del 35% (assumendo che l’obbligazionario magari si porta a casa il 5% di guadagno grazie all’effetto decorrelante, comunque non garantito) sposterebbe la barra del progresso dal 90% al 73%.

Tempo a disposizione cinque anni meno probabilmente un anno (questa la durata media di un mercato orso) al giorno della liberazione (rubando il termine a qualcuno di più celebre del sottoscritto).

A quattro anni dal traguardo qualcuno comincerà a snocciolare le statistiche dicendovi che ai tempi del Covid in due mesi era tutto a posto, ma nel 2008 ci vollero circa 4 anni per tornare al punto di partenza. Senza considerare gli effetti dell’inflazione anch’essa incerta e bastarda mangiatrice di soldi giorno dopo giorno.

Inutile negarlo, ci sono fasi dell’investimento che se delegate ad un semplice compra e tieni potrebbero creare delle tensioni e delle preoccupazioni che non abbiamo mai conosciuto in età giovanile. Se non siamo di qualche milioncino di euro sopra agli obiettivi minimi, c’è un ditino che picchia sulla spalla e ci dice: fai qualcosa!

E lo fa con una tale insistenza che ci sentiamo in colpa nel non fare nulla, stretti nella morsa del dubbio visto che sappiamo benissimo che quel tasso di crescita annua del 10% dell’azionario potrebbe essere un dono speciale a noi dedicato anche nei prossimi 4 o 5 anni; giusto il tempo per sbarcare e salutare tutti.

Il valore del capitale nel giorno della Liberazione sarà decisivo nel definire quanto noi e la nostra famiglia potremo spendere integrando (chissà quando) con la pensione pubblica. Perché probabilmente da quel momento in avanti l’accumulo finisce per lasciare spazio al decumulo, ovvero al consumo di risparmio cosa verso la quale nutriamo una certa resistenza psicologica.

Seguendo ad esempio la regola del 4%, con 1 milione di euro all’età di 65 anni potremo stimare un prelievo annuo minimo di 40 mila euro (adeguandolo per l’inflazione negli anni successivi), vivendo con la consapevolezza che per almeno 30 anni un investimento bilanciato dovrebbe garantirci una elevata probabilità di mantenere questa capacità di spesa senza esaurire la pecunia.

Ripetendo lo stesso calcolo con 750 mila euro di patrimonio disponibile a 65 anni (visto che ci siamo presi la scoppola del bear market), scopriamo che la nostra base di spesa annuale sarà di 30 mila euro (e non 40 mila euro) per i successivi 30 anni. Fa una discreta differenza.

Ovviamente esistono diverse metodologie di stima del cosiddetto “tasso di prelievo sicuro” o sostenibile come mi piace chiamarlo.

E non sta scritto da nessuna parte che siamo tenuti a mantenere fisso quel prelievo quando le cose non vanno benissimo.

Arrivare al traguardo con una cifra al posto di un’altra conta. E questo quasi nessuno ve lo racconta. Vuoi per scarsa conoscenza della materia, vuoi perché richiederebbe un processo di personalizzazione molto spinto che non va tanto d’accordo con mondi che costruiscono le loro fortune sulla rapidità e la standardizzazione dei processi.

La vera storia della regola del 4%

Come ho dimostrato in questo articolo ci sono generazioni di investitori più fortunate e altre meno. E su questo non abbiamo alcuna forma di controllo. Prenderemo quello che ci verrà dato sulla base delle scelte di investimento fatte.

Un’alternativa per rimuovere ogni forma di incertezza a pochi anni dal giorno fatidico è ritirare tutti i soldi investiti in azioni e obbligazioni e trasformarli in una rendita privata vitalizia; oppure ridurre al massimo il rischio di portafoglio investendo in sole obbligazioni super sicure.

Entrambe le soluzioni hanno degli effetti collaterali. Perdita di controllo del capitale per sempre con la prima soluzione, inflazione e rischio longevità con la seconda soluzione, ad esempio.

Quindi che si fa?

Ci sono diverse alternative praticabili e documentate per il periodo post Liberation Day.

Alcune riguardano proprio lo stile di vita.

Si può decidere di rimanere attivi facendo qualche lavoretto remunerato per aumentare la corazza di sicurezza del capitale. Oppure si può decidere di andare a vivere in luoghi meno costosi. O ancora essere persone capaci di spendere in futuro con una discreta dose di flessibilità.

Ma a qualche anno dalla pensione l’enigma rimane aperto: con il portafoglio di investimento in essere meglio tirare il freno oppure confidare nel fatto che i mercati azionari nella maggior parte del tempo crescono?

Credo che la verità stia nel mezzo. Mettere un po’ di sicurezza senza tralasciare un po’ di coraggioso rendimento. E grazie dirà qualcuno arrivato fino a questo punto confermandosi un essere in via di estinzione nella società moderna, ovvero un LETTORE.

Alcune tecniche di investimento come quella della tenda che ho spiegato dettagliatamente in questo articolo hanno un senso per questa fase di vita, anche se temo che quando ci sarà da riaumentare la quota azionaria in non più tenera età il blocco dell’investitore impaurito potrebbe prendere il sopravvento.

Altre tecniche prevedono di adeguare negli anni l’asset allocation al ciclo di vita (life cycle) riducendo automaticamente la componente azionaria con l’avvicinarsi della data della pensione. Soluzione finanziariamente non efficiente perché scala la marcia in momenti magari non eccezionali e comunque ci porta al traguardo praticamente con zero azioni in portafoglio. Il che non è bene se non abbiamo intenzione di crearci una rendita vitalizia privata.

Altre metodologie ancora strutturano il portafoglio a bucket (contenitori), dedicando una porzione di capitale a liquidità, un’altra a obbligazioni e un’altra ancora ad azioni, attingendo all’uno o all’altro dei contenitori a seconda del momento di mercato. Sicuramente una soluzione valida per sentirsi più tranquilli psicologicamente, ma comunque complessa da seguire e finanziariamente non necessariamente più efficace di un semplice ribilanciamento di portafoglio.

Ad ogni persona quindi soluzioni diverse.

Ad ogni momento di mercato quindi strategie differenti.

Ad ogni obiettivo quindi livelli di conoscenza specifici.

Sicuramente arrivare a qualche anno dalla data della pensione convinti che non c’è nulla da fare perché ci hanno raccontato che nel lungo periodo andrà tutto bene… è un ottimo modo per sfidare la sorte.

A volte va bene, altre volte no.

Buon investimento.

3 commenti

  1. Luciano 13 Maggio 2025 at 15:28 - Reply

    Buongiorno. Chiedevo ragguagli sulla tecnica della tenda. Ho compreso il percorso di riduzione della volatilità, nell’esempio dal 55° al 65° anno. Arrivato al traguardo (65° anno) oltre a reinvestire il 3% derivante dal flusso dell’obbligazione giunta a scadenza in azioni, inizierà, contestualmente, la fase di decumulo. Quale sarà in questa fase la regola di decumulo da perseguire, da quale asset class verranno prelevate le risorse che serviranno, ad esempio, ad integrare la pensione pubblica?
    grazie.

    • Lorenzo Biagi 13 Maggio 2025 at 15:52

      Buongiorno solitamente in questa fase si definisce il fabbisogno necessario da prelevare ogni anno per il decumulo (al netto della pensione pubblica quando presente) e poi si va a ribilanciare le due asset class obbligazionaria ed azionaria tenendo conto dell’incremento di quest’ultima. Un unico ribilanciamento per evitare di fare troppe operazioni con relativi costi. In questo caso una quota totale o parziale di ETF è sempre consigliata proprio per avere una maggiore flessibilità cosa non sempre possibile con un laddering.

  2. andrea 12 Maggio 2025 at 14:33 - Reply

    grazie per aver preso ispirazione da un mio commento precedente, e chissà di quanti altri…
    certo una soluzione univoca non c’è e non c’è neanche nel suo articolo però almeno ci si è posti il tema.
    anche perchè, a mio parere è un po’ il Tema con la T maiuscola, ovvero la stragrande maggioranza di chi si pone l’obiettivo di costruirsi un capitale e una rendita per il futuro/momento del retirement è già in avvicinamento a quel momento. purtroppo o per fortuna i giovani non ci pensano.
    certo guardandosi indietro c’è da mangiarsi le mani,… se avessi messo 1000 euro anche all’anno in Berkshire oggi starei meglio… quindi ex post una risposta al Tema ce l’abbiamo, almeno una. si fa per ridere.

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