By |Categorie: Pensione|Pubblicato il: 29 Gennaio, 2024|

Le informazioni essenziali per calcolare in autonomia il nostro futuro assegno pensionistico non sono tante e le abbiamo individuate nel precedente articolo Perché dovremmo prestare più attenzione al valore della nostra rendita vitalizia

Questa regola non vale in assoluto per tutti i lavoratori che ancora devono andare in pensione.

Per ragioni puramente anagrafiche dei lavoratori stessi per qualche anno resterà in vigore un sistema di calcolo misto (retributivo e contributivo) applicabile a tutti coloro che hanno cominciato a lavorare e versare contributi previdenziali prima del 1996. In questi casi è sempre consigliato rivolgersi ad un consulente previdenziale per evitare di fare scelte affrettate e poco convenienti.

Per tutti gli altri lavoratori, quindi dai 50enni circa di età in giù che hanno iniziato a lavorare dopo il 1996, la sorte è segnata. Il ragionamento vale comunque anche per tutte quelle persone che hanno pochi anni di contributi precedenti il 1996 visto che il sistema contributivo risulterà dominante nella definizione del risultato finale della pensione.

I vantaggi della pensione pubblica (e che nessun prodotto finanziario ha)

Il sistema di calcolo della pensione della generazione dai 50enni in giù è attualmente il contributivo e la futura rendita pubblica verrà calcolata sulla base dei contributi previdenziali versati nel corso della carriera lavorativa.

Lasciate perdere tutti coloro che nel web o sui giornali fanno terrorismo psicologico raccontando che questi contributi sono di fatto persi visto che la pensione non la vedremo mai (se qualcuno mi fa un esempio di paese occidentale che ha smesso di pagare le pensioni sarò bene felice di ricredermi). Al momento i numeri italiani sono sostenibili nonostante regalie e scelte scellerate che hanno preferito il voto di breve alla riforma strutturale di lungo periodo. Sottraendo purtroppo tempo prezioso alle generazioni che stanno per arrivare.

Come si vede dal grafico pubblicato nell’ultimo rapporto del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali lo scoglio da superare è quello dei nati dal 1962 al 1980 che nei prossimi 15-20 anni, accedendo al diritto pensionistico, metteranno sotto pressione un sistema che dopo quel periodo non avrà più nessun problema di sostenibilità. Chi dovrebbe preoccuparsi di un eventuale quanto al momento improbabile default del sistema pensionistico italiano, non dovrebbero essere i giovani come erroneamente vanno in giro a raccontare personaggi mal informati, quanto invece le persone di mezza età che hanno avuto la “sfortuna” (si fa per dire) di nascere durante un boom economico e di voler andare in pensione nel bel mezzo di un inverno demografico. Per mantenere sui livelli attuali il rapporto tra occupati e pensionati, oggi a 1,44 e sostenibile, non ci sono grandi ragionamenti da fare. Creare più posti di lavoro visto che il denominatore si alzerà sicuramente.

Se però non dovesse andare bene, ahinoi il sistema previdenziale troverà sempre un modo di sistemare le cose prima di collassare. Ad esempio alzando l’età di accesso alla pensione, aumentando il carico contributivo per i lavoratori attivi, riducendo i coefficienti di conversione che determinano la pensione e che scopriremo tra poco essere fondamentali per calcolare l’assegno futuro.

La pensione non la vedrà mai chi per tempo non si è mosso, non solo versandoli i contributi previdenziali, ma anche versando la quantità adeguata. Nonostante evidenti problemi demografici, occupazionali e gestionali con il quale deve fare i conti tutto il mondo occidentale e non solo, la pensione pubblica rimane l’unico strumento assieme alle rendite vitalizie assicurative che abbiamo a disposizione per eliminare contemporaneamente:

  • il rischio di sopravvivenza (ovvero vivo più a lungo dei miei capitali anche obbligazionari)
  • di mercato (se le borse andranno male in futuro potrei essere costretto ad abbassare il mio tasso di prelievo dal capitale privato e quindi i consumi)
  • di sequenza negativa dei rendimenti dei mercati(abbiamo dedicato un articolo al tema)
  • di perdita di potere d’acquisto (le pensioni pubbliche medio basse sono integralmente indicizzate all’inflazione, dal 2024 le medio alte purtroppo no)
  • di perdita della capacità cognitiva (che rende necessario delegare ad altri la gestione del patrimonio, abbiamo dedicato questo articolo al tema)

Siamo nell’età del ritiro e la prima mossa da compiere è difendersi dai rischi. Messe in sicurezza le spese essenziali a quel punto possiamo anche permetterci di dedicare una porzione dell’asset allocation a strumenti più volatili che saranno destinati a finanziarie le spese non di base. Se andrà male amen non moriremo di fame o dormiremo sotto un ponte, se andrà bene il tenore di vita si alzerà e i nostri eredi saranno felici.

Come trovare le informazioni essenziali per calcolare la pensione futura

Come abbiamo visto nel precedente articolo le informazioni che ci servono per definire con precisione quello che sarà il nostro primo assegno lordo da pensionati sono poche e relativamente facili da reperire.

Premetto che le indicazioni che vedremo tra poco valgono per la maggioranza dei lavoratori che versano contributi nella gestione Inps, ma non valgono per tutti. Alcuni professionisti come avvocati, medici, geometri e tanti altri versano i contributi presso le casse professionali di appartenenza. In questo caso ogni lavoratore dovrà accedere al sito online della propria cassa e verificare lo stato del montante contributivo.

Per tutti coloro che invece versano i contributi nel mondo Inps, il primo passaggio da compiere è accedere con SPID al cassetto previdenziale attraverso il sito Inps.it.

A questo punto va consultato l’estratto conto contributivo/previdenziale personale dove sono riepilogati tutti i contributi versati nelle casse INPS da parte del lavoratore.

L’estratto conto che si aprirà sarà una vera e propria pagina di storia del proprio passato lavorativo, ma sarà anche un’utile miniera di informazioni per verificare eventuali “buchi” contributivi generati da errori o omissioni da parte dei datori di lavoro o del lavoratore stesso, oppure riscatti figurativi come ad esempio quello relativo all’anno di leva obbligatoria, periodi di maternità fuori dal contratto di lavoro e tanto altro.

L’estratto conto si compone di una o più parti a seconda che i versamenti siano stati effettuati solo nel regime generale Inps oppure nella gestione separata (come nel caso di Partite Iva,  lavoratori a progetto, ecc…).

L’aspetto positivo dell’estratto conto della gestione separata è che l’Inps ha già calcolato il valore del montante, ovvero dei contributi previdenziali versati nella gestione nel corso dell’attività lavorativa e rivalutati secondo la regola che vedremo tra poco.

Quindi per chi è iscritto alla gestione separata il dato del montante contributivo è già bello che pronto. Non dovete fare altro e potete già scorrere l’articolo fino alla sezione dedicata al calcolo.

Per tutti gli altri purtroppo non è così. Nell’estratto previdenziale troveranno una lunga lista di periodi (settimane utili al calcolo del raggiungimento dei requisiti minimi per andare in pensione) retribuzioni, datori di lavoro, ma purtroppo non i contributi versati e il relativo montante.

Dove trovare contributi versati e montante

Nessun problema, si può aggirare l’ostacolo passando da un altro meandro del sito Inps (comunque molto interessanti anche per altri scopi) evitando di mettersi su un foglio di Excel e calcolare manualmente questo valore.

Come indica infatti il sito di Inps,  il montante contributivo è il capitale che il lavoratore ha accumulato nel corso degli anni lavorativi e per determinarlo bisogna:

  • individuare la base imponibile annua (retribuzione annua per gli iscritti alle gestioni pensionistiche dei lavoratori dipendenti oppure reddito annuo per gli iscritti alle gestioni previdenziali dei lavoratori autonomi)
  • calcolare l’ammontare dei contributi di ciascun anno moltiplicando la base imponibile annua per l’aliquota di computo del 33% in caso di lavoratore dipendente oppure per l’aliquota di computo differenziata in caso di lavoratore autonomo e parasubordinati.
  • determinare il montante individuale sommando l’ammontare dei contributi di ciascun anno, rivalutato annualmente sulla base del tasso annuo di capitalizzazione risultante dalla variazione media quinquennale del Prodotto Interno Lordo (PIL) nominale, calcolata dall’ISTAT.

L’importo così ottenuto costituisce il montante contributivo per i periodi maturati dopo il 31 dicembre 1995.

Il montante contributivo è la base di calcolo della pensione futura e la sua rivalutazione su base composta deve essere effettuata al 31 dicembre di ciascun anno, escludendo i contributi dell’ultimo anno lavorato, e ha effetto per le pensioni con decorrenza dal 1° gennaio dell’anno immediatamente successivo.

Per evitare di fare calcoli manuali è sufficiente entrare all’interno del sito Inps nella funzione “La mia pensione futura”.

Utilizzando questo strumento si potrà ottenere una stima della pensione futura al termine dell’attività lavorativa sulla base di ipotesi volendo anche personalizzabili.

Ma a noi, in questo momento, non interessano questi dati visto che siamo alla ricerca del montante contributivo per la parte di versamenti che non rientrano nella gestione separata.

Cliccando sul tasto “Situazione attuale” si aprono grafici e tabelle che fotografano l’attuale situazione dei versamenti previdenziali del lavoratore presso Inps.

E qui troveremo proprio il numero che ci interessa, ovvero il montante contributivo accumulato fino a quel momento e già rivalutato come vedremo tra poco. Ovviamente, se presente, verrà visualizzato anche il montante in gestione separata.

Nella parte bassa della simulazione troveremo il dettaglio del montante contributivo e il suo relativo sviluppo anno dopo anno.

Chi cerca nel sito Inps trova un tesoro

Abbiamo finalmente scoperto quanti soldi abbiamo versato nella previdenza pubblica e quanto stanno fruttando.

Un vero e proprio tesoro pensionistico personale che si trasformerà ad un certo punto in rendita vitalizia reversibile se ci sono le condizioni.

Questo valore che abbiamo fotografato ogni anno verrà aumentato dei nuovi contributi versati come un normale piano di accumulo, ma anche rivalutato assumendo la forma di un’obbligazione a capitale garantito indicizzata ad un parametro molto particolare che è il Prodotto Interno Lordo Nominale dell’Italia.

Come viene rivalutato il montante previdenziale durante la sua vita

Questo dato che ogni anno aumenta il nostro gruzzoletto pensionistico (salvo gli anni di deflazione in cui risulterà pari zero) è chiamato coefficiente di capitalizzazione dei montanti contributivi e viene diffuso annualmente dall’Istat.

Annualmente la somma accantonata viene quindi rivalutata sulla base del tasso di capitalizzazione risultante dalla variazione media quinquennale del PIL nominale calcolata da ISTAT con riferimento al quinquennio precedente l’anno da rivalutare.

Il tasso di capitalizzazione verrà applicato direttamente al montante, appunto rivalutandolo.

Ad esempio, se il montante alla fine dell’anno risultasse di 100 mila euro, con un coefficiente di rivalutazione del 2,3%  come accaduto nel 2023 (senza versamenti aggiuntivi ovviamente) il montante contributivo salirebbe a 102.300 euro. Su questo valore verrebbe eventualmente calcolata la pensione se domani decidessimo di smettere di lavorare avendo ovviamente acquisito il diritto alla pensione.

Naturalmente sconsiglio di mettersi a fare simulazioni o calcoli personalizzati sul Pil nominale italiano lasciando il compito all’Istat che puntualmente ogni fine anno rende pubblicamente noto il dato.

Quello che è importante sapere è che il Pil nominale è un valore che tiene conto della crescita dell’economia italiana compreso il tasso di inflazione.

Il Pil reale, quello che comunemente sentiamo nominare da analisti, economisti o giornalisti, è invece un dato statistico che misura la crescita dell’economia depurata delle variazioni dei prezzi dei beni e servizi (l’inflazione).

Il Pil nominale garantisce quindi al futuro pensionato la tenuta del potere d’acquisto dei propri contributi previdenziali versati fino a quel momento, alcuni datati anche 20-30 anni fa. A questo si aggiunge un piccolo o grande premio legato alla crescita dell’economia italiana. Ecco perché tutti quanti dovremmo avere particolare cura nel migliorare l’intero sistema economico nazionale.

Appurato perciò che meglio va il sistema Italia inteso come economia e più corpose saranno le nostre pensioni che non perderanno potere d’acquisto, rimane un ultimo nodo cruciale da sciogliere.

Il calcolo dell’assegno pensionistico con il coefficiente di trasformazione

Quale assegno mensile sarà in grado di produrre quel capitale che anno dopo anno si è rivalutato?

Per scoprirlo dobbiamo utilizzare un coefficiente di trasformazione che applicato al montante contributivo svelerà l’arcano.

Ricordo di nuovo che tutto quello che vi sto raccontando vale per quei lavoratori che rientrano nel sistema di calcolo contributivo, non per chi ha un sistema misto o retributivo (ormai pochissimi).

Attraverso il coefficiente di trasformazione il montante contributivo maturato dal lavoratore durante la sua vita lavorativa viene trasformato in pensione annua.

I coefficienti di trasformazione variano in base all’età anagrafica del lavoratore nel momento in cui consegue la prestazione previdenziale, e sono calcolati dai 57 anni fino ai 71 anni.

Maggiore è l’età in cui il lavoratore decide di accedere alla pensione, più elevati risulteranno anche i coefficienti di trasformazione.

Questi coefficienti furono introdotti nel 2011 dalla riforma Fornero ed è prevista una loro revisione periodica sulla base dell’aspettativa di vita della popolazione italiana.

Essendo i numeri sui quali si calcola una pensione destinata a essere erogata fino a quando il soggetto è in vita (e poi eventualmente trasformata in reversibile verso il coniuge), questi coefficienti sono molto bassi in età di accesso al pensionamento precoce, ma crescono progressivamente all’aumentare dell’età. Questo appare ovvio perché contemporaneamente diminuisce anche il numero di anni che “mediamente” dividono il pensionato dal passaggio a miglior vita, la cosiddetta aspettativa di vita.

I coefficienti attualmente in vigore si riferiscono al periodo 2023-2024, biennio al termine del quale ci sarà una nuova revisione.

Prendendo un’età specifica come riferimento (ad esempio 64 anni) è abbastanza agevole vedere come il coefficiente è sempre sceso fino al 2022 (5,06%),  prima di un ritorno al 5,184 a causa del Covid che ha ridotto l’aspettativa di vita degli italiani.

Più è alto il coefficiente, meglio è per il pensionato. Lo capiamo meglio con un esempio, ma vale la pena sottolineare che questo è il numero che può essere associato al cosiddetto “safe withdrawal rate” tanto decantato dagli amanti dell’indipendenza finanziaria, con un plus non irrilevante. Ovvero che è inesauribile e anche in caso di passaggio precoce a miglior vita la possibilità di non perdere il montante accumulato nel tempo trasferendolo sotto forma di pensione reversibile al coniuge se ovviamente esiste.

Un esempio di calcolo dell’assegno pensionistico

Se ipotizziamo all’età di 64 anni un montante contributivo di 500 mila euro, applicando un coefficiente di conversione di 5,184% otterremo il dato di pensione annua che ci spetterà nel primo cedolino da pensionati (al lordo delle tasse però). Quindi 500.000*5,184% =  25.920€.

Questo è anche il numero sul quale viene calcolato il celebre gap previdenziale, ovvero la differenza tra il primo cedolino da pensionato e l’ultimo da lavoratore.

Abbiamo quindi trovato la pensione annua che ci verrà erogata nel primo anno da pensionati per tutto il resto della vita con aggiornamenti vari per inflazione, conguagli, integrazioni o altro.

Per trasformare la pensione annuale in dato mensile sarà sufficiente dividere 25.920€ per 13 mensilità. Ogni mese incasseremo quindi 1.993€ al lordo delle tasse.

Ma cosa succederebbe se spostassimo l’età della pensione a 67 anni? Il coefficiente di trasformazione aumenta a 5,723% e già questa informazione ci dice che l’assegno risulterà più alto.

Infatti 500.000*5,723% = 28.615€ che si trasformeranno in un assegno mensile lordo più ricco di 2.201€.

Risultando il coefficiente di trasformazione un numero che trasforma un capitale in rendita, è abbastanza agevole calcolare mediamente quanto l’Inps si aspetta di erogare la pensione a ogni cittadino uomo o donna che sia visto che i coefficienti sono identici. In pratica possiamo scoprire il cosiddetto punto di pareggio. Al di sotto di questa età neutrale la scommessa la vince l’Inps (ma esiste la reversibilità), al di sopra la vince il pensionato.

A 64 anni sono poco più di 19 gli anni di erogazione attesi da chi sta pagando (ovvero l’Inps), mentre a 67 sono circa 17 e mezzo gli anni di assegni che l’istituto si aspetta di staccare a favore del pensionato.

Ovviamente come in tutte le scommesse c’è chi vince e c’è chi perde. E per come sono calcolate le rendite è così anche in questo caso.

I pensionati che vivranno più a lungo della media utilizzeranno tutto il proprio montante contributivo e sfrutteranno quella parte di montante non “consumato” integralmente da chi vivrà meno della media.

Questo rende sostenibile l’intera architettura pensionistica di un paese, ma solo se i capitali in gioco servono per pagare le pensioni di chi effettivamente comincia a beneficiare di quel diritto. Il cosiddetto sistema a capitalizzazione che, per fare un esempio, è quello utilizzato dalle assicurazioni che erogano rendite private.

Nel sistema italiano di oggi invece prevale il sistema a ripartizione, quindi chi versa contributi previdenziali durante l’età lavorativa paga con una specie di prestito generazionale chi sta già beneficiando della pensione.

In questo caso i rischi di insostenibilità del sistema sono più elevati qualora l’economia attraversasse un profondo stato di crisi economica e demografica. Solitamente si torna in equilibrio aumentando (come è stato fatto) l’età di accesso alle pensioni, oppure aumentando la quota di contribuzione a carico dei lavoratori.

Per questo motivo non è da escludere in futuro un allungamento ulteriore dell’età pensionabile, oppure una riduzione dei coefficienti di rendita.

La pensione quindi non scomparirà, ma sarà fondamentale attivarsi fin da giovani per compensare l’erosione del primo pilastro contributivo con altri pilastri privati come fondo pensione e investimento individuale.

In questo modo avremo maggiori probabilità di anticipare l’età del pensionamento attraverso piani finanziari in grado di finanziare la vita di tutti i giorni in attesa dell’importante integrazione pubblica. Ma questa è materia di un altro articolo.

Buona pensione.

Lascia un Commento