By |Categorie: Investimento|Pubblicato il: 11 Novembre, 2024|

Investire globalmente, ovvero ripartire i capitali su diverse classi di investimento mondiali, è appurato essere il non plus ultra della diversificazione.

Con tanti pregi soprattutto per un investitore italiano, primo fra tutti quello di ridurre il cosiddetto home bias, ovvero l’utilizzo di un numero elevato di strumenti “nazionali”. Che se sei americano forse grandi problemi non ne crea, ma se invece si traduce in BTP e azioni italiane allora qualche motivo di preoccupazione dovrebbe sempre crearlo.

L’Italia è uno dei paesi con il più elevato debito pubblico al mondo e la borsa italiana ha ormai un peso molto marginale all’interno degli indici azionari mondiali (circa il 2%).

Esporsi eccessivamente al rischio paese, che sia pubblico o privato, non è mai una buona idea. Da qui la necessità di essere investitori globali per diversificare al massimo il rischio, ma anche le fonti di rendimento.

Le tante ricette per essere investitori globali

Esistono tantissime ricette sul tema, nessuna perfetta perché nulla è scolpito nella pietra come soluzione esatta.

Riguardo al mercato azionario nessuno può avere la superbia di affermare che replicare l’indice Msci All Country World oppure il Ftse All World è la soluzione perfetta per essere perfettamente allineati ad un investimento che copre tutto il mondo equity. Esistono infatti dei provider che definiscono delle regole (la diatriba Cap Weight vs Equal Weight ne è un esempio), ma in assenza di certezze è pur sempre la soluzione disponibile migliore alla portata di tutti per investire globalmente.

Investire su indici a pesi identici funziona? (equal weighted vs cap weighted)

A oggi abbracciare la tesi dell’investimento globale significa investire in diversi paesi e valute del mondo come ben rappresentato dalla grafica sottostante.

Fonte: Dimensional Fund

Qualche critica pioverà ovviamente sull’eccessivo peso dell’America nell’attuale composizione degli indici, ma la presunta marginalità di certi indici non è colpa del corporate made in USA, quanto dall’incapacità delle aziende del resto del mondo di produrre lo stesso volume di utili. Perché se qualcuno se ne fosse dimenticato sono gli utili a determinare la crescita o decrescita di prezzo di un’azione.

Italia, Francia e Germania sono un esempio lampante; insieme rappresentano oggi appena il 5% dei listini globali. I paesi del G7 ex US pesano meno del 20% negli indici mondiali, gli States (quindi il dollaro Usa) oltre il 60%.

Anche per l’obbligazionario mondiale le critiche alla composizione degli indici naturalmente non mancano. Essendo basati non sul “merito” ma sulla quantità di debito circolante la composizione riflette paesi ad elevata quantità di indebitamento pubblico.

Ad oggi il debito americano pesa meno del 40% negli indici obbligazionari mondiali, il debito giapponese rappresenta oltre il 13%, la Cina l’8%, ITA-FRA-GER rappresentano il 13% dell’esposizione obbligazionaria globale.

Anche in questo caso mi tocca ricordare che si fa debito per crescere economicamente, non necessariamente perché ci si trova con l’acqua alla gola. Ma anche in questo caso questo è il meglio che attualmente possiamo ottenere acquistando ETF globali. Consapevoli che c’è qualche limite, ma che investire globalmente offre comunque innumerevoli vantaggi. Come  ridurre i rischi complessivi di un portafoglio oltre che, se costruito bene, la volatilità dello stesso.

Le stesse considerazioni potrebbero essere fatte circa il giusto peso di azioni e obbligazioni in portafoglio.

Meglio X azioni e Y obbligazioni, oppure W azioni e Z obbligazioni, o ancora inserire qualche oncia d’oro può avere senso per migliorare l’efficienza del portafoglio?

Si possono provare tante simulazioni e spesso e volentieri in base ai periodi prescelti si possono anche produrre esiti differenti.

L’asset allocation passiva per antonomasia, il GMP

Dopo aver letto tanta ricerca su questi temi mi sono reso conto che probabilmente la soluzione più semplice per l’investitore che non sa bene come comportarsi, ma vuole avere un’asset allocation global,e è quella di seguire le indicazioni del Global Market Portfolio (GMP).

Il GMP è un portafoglio suddiviso proporzionalmente tra varie classi di investimento in base alla loro capitalizzazione di mercato. Nasce da un’idea di James Tobin del 1958, poi raffinata da William Sharpe nel 1964.

Mi fa molto piacere che anche in Italia ci sia la riscoperta di questo approccio che per il sottoscritto è sempre stato un prezioso benchmark di investimento. Ultimo in ordine temporale l’ormai celebre podcast The Bull di Riccardo Spada dove viene richiamato un interessante studio di cui mi ero occupato in diverse occasioni tra blog e LinkedIn.

Personalmente in questi 10 anni di blog ho richiamato diverse volte questo metodo “smart” che ci rende gli investitori passivi per eccellenza.

Nel mio ultimo libro “Investire è semplice come andare in bicicletta (ma non è facile)“, ho dedicato un approfondimento proprio a quello che è probabilmente il primo (e forse unico) lazy portfolio dinamico della storia. Con tanto di ETF utili a costruire con semplicità questa tipologia di investimento.

Il GMP è costituito infatti da una serie di asset class tradizionali e alternative oggi in buona parte replicabili con ETF a basso costo.

La differenza tra ETF e fondo di investimento

GMP, pigro e dinamico

Il GMP è pigro, perché è sostanzialmente un portafoglio modello che riassume il posizionamento degli investitori globali sulla base delle loro scelte di investimento e dei rispettivi valori di mercato.

Dinamico perché i pesi percentuali delle varie classi di investimento si modifica durante ogni giornata di mercati aperti.

In un recente rapporto di State Street viene scattata la fotografia aggiornata al 2024 del GMP. La rincorsa dell’azionario rispetto all’obbligazionario globale alla fine è arrivata a compimento.

Il 42% di peso delle obbligazioni globali sul totale delle asset class è 10 punti sotto il picco del 2011.

Il 45% di capitalizzazione delle azioni globali è 10 punti sopra il livello minimo toccato durante la GCF.

Zitti zitti gli strumenti alternativi guadagnano terreno. Oro, Reits, Private Credit e Equity nel 2000 rappresentavano il 6% degli investimenti globali; oggi pesano più del doppio.

Un recente studio dal titolo “The Risk and Reward of Investing” di Ronald Doeswijk e Laurens Swinkels aggiunge ulteriore pepe al lazy portfolio forse meno sexy del mondo.

Nello scegliere un paniere rappresentato da cinque macro asset class (azionario, obbligazionario governativo e non, azionario immobiliare e commodity comprese le crypto), ed escludendo tutto ciò che non è investibile su mercati, i ricercatori hanno ricavato diverse informazioni da un portafoglio dove le classi di investimento pesano in base alla loro capitalizzazione di mercato.

Intanto il peso di ogni asset class non è costante, ma al contrario oscilla tanto richiedendo una forma di ribilanciamento da parte dell’investitore che crea i presupposti di comprare basso e vendere alto.

Classico esempio l’azionario che, nel 1969-2022, ha oscillato tra 35% e 63% di peso.

Oppure i corporate bond passati da un min del 6% a un max del 25%.

Mediamente l’azionario ha avuto nel Global Market Portfolio un peso del 50%, il real estate del 4%, i govies del 28%, i corporate bond del 15% e le commodities del 3%. Oggi l’azionario pesa per il 45%, i bond governativi al 21%, i corporate bond al 10%. Ciò che è stato eroso rispetto alla media è finito negli strumenti alternativi.

Fonte: “The Risk and Reward of Investing”, Doeswijk- Swinkels

Ma il GMP è redditizio?

Ma la ricerca misura anche il rendimento annuo in eccesso rispetto alla liquidità nel periodo.

Preso nel suo complesso il GMP (un classico bilanciato) ha offerto un excess return annuo del 3,6%.

Da una parte azionario classico e immobiliare sfiorano il 5%, dall’altra bond e commodities stanno tra il 2,9% e il 2,1%. Ma c’è una sorpresa.

Rapportando le performance alla volatilità ed utilizzando un indicatore di efficienza di portafoglio come lo Sharpe Ratio, scopriamo che per il GMP (ricordo mediamente composto per il 50% da azionario) lo Sharpe è identico a quello dell’azionario (0,36), secondo solo ai bond non governativi (0,38), decisamente meglio delle commodity (0,2).

Queste ultime, oltre ad avere il peso più modesto nel GMP, hanno anche ottenuto un rendimento da bond, con volatilità più di tre volte quella dei corporate. Mi chiedo se questa asset class è veramente utile per efficientare il portafoglio come profetizzato da tanti lazy portfolio.

Anche i dati di massima perdita (il numero dell’ulcera come lo chiamo io) confermano la bontà del GMP, con una punta estrema negativa di -31% contro il -47% dell’azionario e il -88% delle commodities. Il numero di drawdown superiori al 30% per il GMP è stato di 1, per l’azionario di 6, per il real estate di 7, per le commodity di 4 ma con due slot di perdita maggiori del 40% e 50%.

Fonte: “The Risk and Reward of Investing”, Doeswijk- Swinkels

 

Infine un dato raro in queste ricerche. Il ricalcolo delle informazioni anche in euro.

Purtroppo le performance riportate sono solo quelle medie mensili, ma il GMP in euro ha ottenuto nel periodo un ritorno composto mensile di 0,22% contro 0,30% della versione in dollari.

Fonte: “The Risk and Reward of Investing”, Doeswijk- Swinkels

Come scritto in apertura di questo articolo non è questa la sentenza finale a favore di una certa asset allocation rispetto ad un’altra.

Obiettivi, orizzonte temporale e propensione a rischiare durante il percorso, è banale dirlo, ma sono fattori decisivi nella scelta di quanti ingredienti mettere nella torta.

Possiamo però concludere con una ragionevole certezza dimostrata dalla ricerca che tutti quegli investitori che non hanno voglia, tempo e competenze per immergersi nell’alchimia dell’asset allocation, trovano nel Global Market Portfolio un interessante spunto di riflessione. Un portafoglio perfetto per indecisi.

Buon investimento.

2 commenti

  1. Giuseppe 13 Novembre 2024 at 16:29 - Reply

    Gentile Lorenzo,
    Ha senso (nella parte azionaria di un portfolio) isolare etf di macro aree geografiche soggetti potenziali e pesanti cambiamenti ?
    Es. 1
    credo/temo/immagino che la Cina sia la prossima Russia (o almeno la prossima a scatenare una crisi mondiale anche se alla sua maniera) ma non voglio rinunciare ai paesi emergenti. Separo dunque l’etf Cina da quello dei paesi emergenti (ex-Cina)
    Es 2
    credo/temo/immagino che l’inflazione USA salirà invece di scendere ma non voglio rinunciare alla capitalizzazione delle S&P 500. Separo dunque gli Usa da ex-Usa
    Mi accorgo scrivendo che la domanda risulta ingenua e gli scenari estremi e catastrofici.
    Me ne scuso. Si evince che ho ancora molto da leggere ed imparare.
    Vi ringrazio comunque per il magnifico lavoro che fate con questo blog.
    Grazie

    • Lorenzo Biagi 14 Novembre 2024 at 06:44

      Grazie per i complimenti Giuseppe. Il bello (per alcuni il brutto) degli indici a capitalizzazione è proprio il ribilanciamento continuo e automatico. Proprio la borsa americana e quella cinese sono due esempi perfetti di quanto due singoli paesi possano influenzare i rispettivi indici di riferimento (mondo sviluppato e emergente), nel bene e nel male.
      Il problema è che noi non sappiamo cosa succederà da oggi in avanti. Lavoriamo su nostre ipotesi mentali pensando di sapere più di quello che sanno già migliaia di operatori specializzati nel mondo con intelligenze artificiali, phd, supercomputer e quant’altro a loro disposizione. Eppure nonostante tutto la gestione attiva in rari casi batte quella attiva.
      Questo cosa ci insegna?
      Di lasciar perdere le scelte basate su idee personali e di abbracciare al massimo la diversificazione. Quindi sì all’indice emergente generalista (chissà la prossima bolla potrebbe essere quella sull’India visti i multipli, ma non mi risulta che esista un ETF ex india), sì all’indice S&P500 e sì anche all’ETF Msci World ex US se desidero avere pochi ETF in portafoglio ma una copertura globale, e sì anche per capitali più importanti ad una ripartizione geografica più granulare ma fatta con criterio sulla base di alcuni fattori di efficientamento del portafoglio (ad esempio noi non rinunciamo all’America, ma certamente la diversifichiamo con diversi ETF con stili diversi).

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