By |Categorie: Investimento|Pubblicato il: 25 Aprile, 2022|

Missione. Proteggere i nostri risparmi dagli effetti negativi dell’inflazione. Una necessità più che un desiderio, visto che “la mangiatrice di soldi” negli ultimi tempi sta presentando conti particolarmente salati.

I dati di inflazione italiani parlano chiaro. A marzo 2022 i prezzi al consumo sono cresciuti su base annua di quasi il 7% rendendo tutti gli investimenti che non hanno offerto un rendimento superiore a questa percentuale perdenti.

Giusto per inquadrare meglio la questione, tra chi ha protetto il capitale dalla perdita di potere d’acquisto negli ultimi 12 mesi ci sono i mercati azionari presi però nella loro globalità. A livello regionale emergenti e Giappone infatti hanno sommato alle performance negative degli indici quelle dell’inflazione. Tutti sott’acqua in termini reali i vari comparti del mondo obbligazionario comprese (seppur di poco) le tanto decantate obbligazioni indicizzate all’inflazione.

La storia dell’inflazione italiana ci dice che negli ultimi 60 anni solo due volte il potere d’acquisto della moneta è aumentato per effetto di un calo generalizzato nel livello dei prezzi (la deflazione), nel 2020 e nel 2016. Su questo fronte c’è quindi poco da sperare.

L’inflazione media italiana nel periodo 1961-2021 è stata del 5,6% ma per una buona parte di questo arco temporale non esisteva l’euro. Da quando l’Italia ha abbandonato la lira il tasso di inflazione medio è infatti sceso sotto il 2% convergendo verso l’obiettivo apertamente dichiarato nel mandato di politica monetaria che i Governi hanno conferito alla Banca Centrale Europea.

Con l’inflazione si rema quasi sempre contro corrente

Visto che i prezzi al consumo storicamente hanno dimostrato di scendere solo nel 3% del tempo è opportuno attrezzarsi fin da subito per minimizzare gli effetti negativi di una lenta ma inesorabile erosione del potere d’acquisto dei nostri soldi. A questo primo esercizio ne va abbinato un altro per massimizzare il rendimento di un investimento con lo scopo di far crescere il valore del capitale più di quello che si mangerà l’inflazione. Questo indipendentemente da previsioni più o meno attendibili sul futuro.

Nella sezione delle risorse utili per il benessere finanziario  manteniamo aggiornato un grafico interattivo che dimostra dinamicamente cosa è successo a 10mila euro lasciati su un conto corrente infruttifero (o sotto al materasso) negli ultimi 20 anni in Italia. Nonostante un’inflazione media molto bassa del 1,7%, 10mila euro hanno oggi un potere d’acquisto di appena 7200.

Se nei prossimi 20 anni l’inflazione media dovesse assestarsi al 3%, gli stessi 10mila euro di oggi nel 2042 avrebbero un valore praticamente dimezzato. Non una grande prospettiva per chi faticosamente ha messo al sicuro somme più o meno grandi di denaro.

Quindi bisogna investire. Ma quali sono gli strumenti di investimento ideali per combattere l’inflazione?

Comincio dalla fine. Tutti e nessuno.

I motivi di questa risposta così ambigua e banale sono diversi e come sempre non esiste una soluzione valida per ogni stagione.

Come contrastare l’inflazione investendo sui mercati finanziari

Non conosciamo il futuro, perciò non sappiamo quale sarà effettivamente il tasso di inflazione che “mangerà” il nostro capitale.

Prima di tutto abbiamo già visto in una serie di articoli dedicati al tema, che l’inflazione è personale e non generale.

Possiamo provare a stimare l’inflazione futura sulla base dei dati forniti dal mercato, ma non abbiamo nessuna certezza circa il risultato finale.

Anche ammettendo di essere veggenti e conoscere il futuro possiamo basare le nostre idee di investimento sul modo con cui in passato si sono comportate le principali asset class di investimento, azionario ed obbligazionario in primis. Anche in questo caso però non abbiamo la certezza che il futuro ripercorrerà le orme del passato.

Almeno tre sono le opportunità che abbiamo di fronte.

Numero 1. Fare affidamento sulle previsioni di inflazione futura espresse oggi dai mercati e proiettarle in avanti nel tempo. Al momento l’inflazione attesa in Italia per i prossimi 10 anni è attorno al 2,3%. Tutto ciò che offre un rendimento oggi inferiore molto probabilmente perderà valore. In questo articolo una piccola guida che aiuta anche i non esperti a calcolare ragionevolmente l’inflazione media futura.

Numero 2. Investire in quelle asset di investimento che statisticamente nel corso della storia hanno protetto meglio i nostri soldi dall’inflazione. Qui però serve una premessa. L’orizzonte temporale fa una bella differenza. Tutte le statistiche coinvolgono periodi storici lunghissimi e per questo motivo le soluzioni “medie” richiedono periodi temporali altrettanto lunghi per avere una possibilità di successo più elevata. No trading, no parcheggio della liquidità, no acquisto dell’auto nuova fra 5 anni tanto per intenderci.

Numero 3. Distillare il meglio del numero 1 e del numero 2 creando un piano di investimento buono per tutte le stagioni.

Chi vince nei periodi di inflazione alta e inattesa

In una ricerca del 2021 dal titolo The Best Strategies for Inflationary Times Henry Neville, Teun Draaisma, Ben Funnell, Campbell Harvey and Otto Van Hemert hanno analizzato le performance di diverse asset class di investimento in America, Gran Bretagna e Giappone dal 1926 al 2020. Lo scopo della ricerca è stato quello di comprendere chi ha fatto meglio in un contesto che passa da inflazione moderata a elevata, accelerando oltre il 5% proprio come nel 2022.

Sono stati 34 i casi isolati dai ricercatori di cui 8 registrati negli Stati Uniti. Concentriamoci su questi anche perché gli altri due paesi analizzati non hanno portato a risultati tanto differenti.

Cerco di sintetizzare per punti il risultato della ricerca:

  • Durante un periodo di regime inflazionistico inatteso e consistente come quello attuale, azioni e obbligazioni non si rivelano un porto sicuro verso cui convergere. Salvo casi isolati, in termini reali la perdita reale annua dell’investimento è risultata compresa tra il -5% e il -7%
  • Evitare la sottoperformance dell’azionario ricercando la scommessa settoriale durante periodi inflazionistici si rivela un esercizio difficile e anche poco appagante. Solo il settore dell’energia storicamente si salva assieme al settore farmaceutico, ma con rendimenti reali annui attorno a zero. I numeri peggiori in termini di performance sono stati realizzati dal settore dei beni durevoli

Fonte: The Best Strategies for Inflationary Times by Henry Neville, Teun Draaisma, Ben Funnell, Campbell R. Harvey, Otto Van Hemert : SSRN

  • Il mondo obbligazionario risulta il più sorpreso da movimenti rapidi e inattesi dell’inflazione. Diversificare su bond societari e obbligazioni emergenti serve a poco. Le perdite causate dall’effetto duration combinate ad un peggioramento delle condizioni economiche, zavorrano l’asset class in tempi di inflazione elevata. Unica eccezione le obbligazioni indicizzate all’inflazione (TIPS in America, BTPi in Italia) che rappresentano la migliore copertura di breve e di lungo periodo contro la perdita di potere d’acquisto.
  • Le materie prime si confermano l’asset di investimento in grado di proteggere meglio da un tasso di inflazione sostenuto con un rendimento reale medio negli otto periodi analizzati del 14% (13% per l’oro). Attenzione però a quello che succede nei periodi restanti che non rientrano in questa casistica, ovvero la maggioranza. Il rendimento reale medio di un investimento in materie prime scende infatti ad un misero 1% che impallidisce di fronte al 8% reale di un portafoglio bilanciato 60% azioni 40% obbligazioni
  • Nemmeno l’immobiliare residenziale si conferma strumento di protezione nei momenti di regime inflazionistico sostenuto. Nei rimanenti periodi invece il real estate strappa un 2% reale annuo
  • In tempi di NFT, qualcuno drizzerà le antenne sull’interessante dato del collezionismo. Arte, vino e francobolli hanno saputo fornire una robusta protezione nei periodi di alta inflazione con performance reali tra il 5% e il 9% mantenendo comunque un interessante livello di crescita reale (tra il 2% e il 6%) anche negli altri periodi storici. Un avvertimento è però doveroso. Gli investimenti da collezione hanno un livello di liquidità decisamente più basso rispetto ad azioni e obbligazioni e questo rende “necessario” un maggior premio per il rischio. A questo si aggiungono anche fattori di costo, praticamente azzerati per quello che riguarda le asset class tradizionali, molto elevati (assieme ai costi di deposito) per i beni da collezione.

Fonte: The Best Strategies for Inflationary Times by Henry Neville, Teun Draaisma, Ben Funnell, Campbell R. Harvey, Otto Van Hemert :SSRN

L’analisi storica condotta dagli autori della ricerca si è concentrata anche su su due paesi come Giappone e Gran Bretagna, ma porta praticamente agli stessi risultati con un dettaglio interessante.

Fonte: The Best Strategies for Inflationary Times by Henry Neville, Teun Draaisma, Ben Funnell, Campbell R. Harvey, Otto Van Hemert :SSRN

Le dinamiche dei cambi e l’asincronia temporale dei fenomeni di alta inflazione creano i presupposti per compensare le perdite reali di una certa area geografica con i guadagni o le minori perdite di un’altra.

Per fare una sintesi di tutto quello che abbiamo visto possiamo dire perciò che è abbastanza inutile cercare di spaccarsi la testa nello scegliere l’asset allocation che vincente in un periodo di inflazione sostenuta.

Temporalmente la durata di questi periodi non è dominante ed è variabile. Fare market timing è impossibile.

L’antidoto migliore in questi casi è quello di diversificare le asset class e rimanere investiti a livello globale.

Se l’obiettivo è quello di proteggere i consumi o comunque l’utilizzo del capitale è previsto in un arco temporale ravvicinato, può avere senso dare un maggiore peso a certe tipologie di strumenti a breve termine (tipicamente le obbligazioni inflation linked, meglio se singole obbligazioni da portare a scadenza) pur consapevoli che la missione non verrà completata al 100%.

Negli altri casi dove l’orizzonte temporale è molto più lungo, la decisione più sensata sembra essere quella di scegliere strumenti di investimento che hanno dimostrato di offrire rendimenti positivi in regimi “ordinari” di inflazione, consapevoli della difficoltà che occasionalmente incontreremo in periodi come quelli che stiamo vivendo oggi.

Buon investimento.

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4 Commenti

  1. Giovanni 26 Aprile 2022 at 09:43 - Reply

    Ho alcuni dubbi su quanto esposto: investire nel collezionismo è molto più pericoloso che investire nei diamanti, dipinti, statue antiche, francobolli……..non è solo unproblema di liquidità, sono un reale bene di investimento riservato a pochissimi estimatori e collezionisti preparati inseriti in quel mercato. In altre parole per una nicchia ristrettissima di investittori. Ho acquistato personalmente dipinti firmati acquistati da sprovveduti investitori per cifre ridicole. In merito alle materie prime sono un pochino disorientato dal discorso poichè il mio Lyxor Commodities Refinitiv/CoreCommodity CRB TR UCITS ETF – Acc si è rivalutato di un 59% in un solo anno, forse anche a causa delle crisi dei mercati ed ha guadagnato quasi più dell’Azionario. Grazie per la risposta PS volevo segnalare la difficoltà del commento per l’Utilizzo di testo utilizzante font ombreggito e di piccole dimensioni, non so se è un problema della grafica del sito scelta oppure è un problema del mio browser)

    • Lorenzo Biagi 26 Aprile 2022 at 12:35 - Reply

      Comincio a rispondere dal basso. Per la parte commenti non è il tuo browser, è un piccolo problema nostro che andremo a risolvere a breve. Grazie comunque per la segnalazione.
      Commodity. Come sai bene le analisi (compresa quella dell’articolo) presentate qui hanno dei fondamenti scientifici e con ampia profondità storica.
      Se prendo l’ETF che tu hai citato vedo che nel mese di aprile ha toccato i 27,9 euro. Nel 2008 il massimo storico fu realizzato a 28,6.
      Zero guadagni in circa 14 anni contro il +50% dei governativi globali a cambio coperto e il +60% dell’azionario globale nello stesso periodo di tempo.
      La differenza tra un asset che produce “reddito” nel tempo e uno che non lo fa sta tutta qui. E nel mezzo ci sono le tante inefficienze legate ai continui meccanismi di rolling (sostituzione del contratto in scadenza) che come sappiamo rappresenta una costosa zavorra per questi strumenti.
      Fai le tue valutazioni sulla base soprattutto del piano di investimento che avrai sicuramente messo in piedi da tempo e agli obiettivi che ti sei dato. A quel punto cerca di capire se ha senso mantenerlo in portafoglio e se sì con quale importanza. Se ti serve un supporto in tal senso puoi contattarci tranquillamente per analizzare cosa è meglio fare.
      Sul collezionismo riporto quelle che sono le considerazioni della ricerca. Come per gli immobili è un ambiente che non può frequentare qualsiasi persona sperando di fare sempre affari d’oro, può andare bene una volta ma alla fine serve sempre un pò di competenza per uscire vincenti. Noto comunque come in America l’investimento in settori alternativi “alla portata di tutti” sta macinando consensi (vedi il fenomeno Masterworks e relativi investimenti di piccola taglia in arte). Dopo l’ormai consolidato crowdfunding anche queste tipologie di investimento acquisteranno importanza nei portafogli degli investitori nei prossimi anni. Basta sapere in cosa si investe e non sempre è semplice capirlo a priori.

  2. Attilio 25 Aprile 2022 at 21:20 - Reply

    Come mai un consiglio è “e obbligazioni inflation linked a breve scadenza, meglio se singole obbligazioni da portare a scadenza”? in particolare che vantaggio hanno le singole obbligazioni da portare a scadenza rispetto ad un etf di obbligazioni Inflation linket?

    • Lorenzo Biagi 25 Aprile 2022 at 21:35 - Reply

      All’interno del blog trovi diversi articoli educational che spiegano come funzionano le obbligazioni inflation linked e anche gli ETF di questo tipo. Ti consiglio di leggere
      https://investireconbuonsenso.com/2015/01/24/gli-inflation-linked-vi-proteggono-sempre-dallinflazione/
      https://investireconbuonsenso.com/2017/06/01/speciale-inflation-linked-parte-i/
      https://investireconbuonsenso.com/2017/06/12/speciale-inflation-linked-parte-ii/
      La singola obbligazione offre una copertura totale dall’inflazione più un premio generato dalla cedola fissa (e da un eventuale prezzo di acquisto sotto la pari) se portata fino alla scadenza.
      Con le dovute precauzioni, e verificando ovviamente di non acquistare un titolo a breve scadenza ma con rendimento negativo, le inflation linked a breve scadenza ti offrono copertura dall’inflazione senza rischiare eccessive oscillazioni di prezzo, rischi che invece ritroviamo nelle obbligazioni più lunghe (ma che se portiamo a scadenza non sono un problema) e negli ETF e fondi.
      Qui invece la scadenza è un problema perché nella maggior parte dei casi i gestori comprano obbligazioni con scadenze nche superiori a 10 anni e cercano di mantenere costante la duration.
      In pratica quando un’obbligazione comincia ad avvicinarsi alla scadenza i gestori la vendono per comprarne una più lunga mantenendo così costante la duration di portafoglio.
      E con la duration più lunga le oscillazioni di prezzo si fanno più importanti a seconda non solo del movimento dell’inflazione attesa, ma anche dei tassi di interesse in generale.
      E come spiegato negli articoli che ti ho linkato la copertura dell’inflazione non è mai perfetta, tranne che se ti compri un’obbligazione e te la porti fino a scadenza.

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