ETF, blockchain, bitcoin, fiscalità e dintorni

Nella giornata della quotazione ufficiale a Wall Street di Coinbase, la più grande piattaforma globale di trading su criptovalute, prosegue il nostro viaggio dedicato al mondo delle crypto e della tecnologia blockchain. Il nostro autore super specialista del settore ci spiega come si acquistano criptovalute e cosa contengono gli ETF tematici che investono in società operanti nella tecnologia blockchain. Buona lettura.

Immagine, Impostare, Interfaccia

Dopo avere descritto negli articoli delle scorse settimane il funzionamento della rete Bitcoin e i principi su cui sono basate le applicazioni blockchain, in questo articolo proveremo a descrivere le diverse modalità con cui è possibile “investire” in questi settori e provare anche a fare chiarezza sulle differenze che esistono tra di loro, anche per cercare di comprendere dove potrebbe finire la tecnologia e iniziare il marketing. Ad esempio, tra i componenti di un ETF che dichiara di investire in azioni blockchain, quali titoli ci aspetteremmo di trovare? Probabilmente ci attenderemmo una lista di aziende tecnologiche che stanno progettando applicazioni basate sulla blockchain che potrebbero potenzialmente in futuro “cambiare il mondo”. Vedremo più avanti se sia effettivamente così.


Trattandosi di investimenti, è necessario innanzitutto iniziare con un disclaimer, ripreso da quello abitualmente inserito nel blog: ogni lettore deve considerarsi responsabile per i rischi dei propri investimenti e per l’uso che fa delle informazioni contenute in queste pagine. I consigli proposti hanno come unico scopo quello di fornire informazioni. Non sono, quindi, un’offerta o un invito a comprare o a vendere titoli.

Visto inoltre che descriveremo anche alcuni aspetti fiscali relativi alla dichiarazione e tassazione delle criptovalute, preciso che ad oggi in Italia non esistono leggi specifiche e quanto indicato di seguito rappresenta solo una delle interpretazioni normative più diffuse. E’ quindi necessario, nel caso in cui si detengano criptovalute, rivolgersi a un professionista per definire con precisione la propria situazione, e quanto segue non è da intendersi come consulenza fiscale.

Vorrei inoltre aggiungere un’ulteriore premessa: prima di valutare di acquistare criptovalute o investire in azioni di “aziende blockchain” sarebbe probabilmente opportuno che ogni investitore valutasse attentamente se questo non rappresenti una deviazione dal suo piano di investimento. In altre parole: c’è un motivo preciso per cui nella sua asset allocation potrebbero rientrare questi elementi, o semplicemente non vuole “perdere il treno” che sta passando?

Concluse le premesse, iniziamo a descrivere le principali modalità di investimento possibili nel settore criptovalute e blockchain. La prima è quella dell’acquisto diretto di criptovalute. Questo può essere effettuato presso un “exchange” a scelta (gli exchange sono descritti nella Lezione 4 di Bitcoin), ma esistono delle differenze fiscali in base al periodo di detenzione, all’importo e alle modalità di conservazione delle criptovalute.

Non esistendo leggi che normano le criptovalute, l’attuale interpretazione normativa deriva prevalentemente dalla risoluzione 72/E del 2 settembre 2016 dell’Agenzia delle Entrate e da alcuni interpelli successivi, che inquadrano sostanzialmente in Italia le criptovalute come valuta estera. Questo può comportare degli obblighi dichiarativi in base a dove sono detenute le “chiavi pubbliche e private” delle criptovalute acquistate. Infatti, dal momento che il funzionamento della blockchain prevede che il “registro distribuito sia replicato in tutti i computer della rete dislocati nel mondo, non è possibile stabilire in quale Paese sia detenuta la criptovaluta, a differenza delle valute estere fisiche. L’interpretazione prevalente considera quindi che sia il luogo dove sono conservate le chiavi delle criptovalute a stabilire se queste debbano essere dichiarate o meno. Se ricordate, infatti, il possesso della chiave privata di una criptovaluta è l’unico mezzo con cui si può trasferire la criptovaluta stessa. Se le criptovalute sono quindi lasciate in custodia presso un exchange straniero (es. Coinbase, Binance, Kraken, Bitstamp, ecc.), il possesso di criptovalute deve essere dichiarato nel quadro RW della dichiarazione dei redditi, indipendentemente dall’importo delle stesse, in quanto le chiavi sono in possesso dell’exchange e quindi considerate detenute all’estero. Questa dichiarazione non comporta il pagamento di tasse o imposte ma va comunque effettuata. Se invece l’exchange è situato in Italia (es. The Rock Trading) la dichiarazione non deve essere effettuata, anche se si lasciano in custodia le criptovalute presso l’exchange, in quanto anche le chiavi sono situate in Italia. Allo stesso modo, se le chiavi sono detenute in un “wallet” hardware (ad esempio quelli di Ledger[7] o Trezor) situato in Italia, ad esempio presso la vostra abitazione, l’orientamento prevalente è quello di ritenere che non sia necessario dichiarare il possesso delle criptovalute. Se invece utilizzate un wallet software, ad esempio una app sul vostro smartphone, la situazione potrebbe variare se vi spostate in altri Paesi durante l’anno portando lo smartphone con voi.

Bitcoin, Monete, Virtuale, Valuta

Per quanto riguarda la tassazione delle eventuali plusvalenze derivanti dalla conversione di criptovalute in euro, queste sono trattate come redditi derivanti dall’impiego di capitale ed esiste una distinzione nel caso in cui siate privati cittadini o imprese. Nel primo caso l’interpretazione prevalente è quella di non considerare l’acquisto e la vendita di criptovalute come investimento speculativo, per cui non sono previste tassazioni sulle plusvalenze, a meno che non si raggiunga per almeno 7 giorni lavorativi continuativi nel periodo di imposta il valore complessivo di 51.645,69 euro delle criptovalute detenute (considerando anche eventuali altre valute estere detenute in conti correnti o depositi). In quest’ultimo caso viene invece riconosciuta la finalità speculativa, per cui va applicata la ritenuta a titolo di imposta del 26%, ed è richiesta l’indicazione della plusvalenza nella dichiarazione dei redditi. Gli exchange infatti non svolgono normalmente il ruolo di sostituti di imposta. Non è invece chiaro cosa succeda nel caso di vendita di criptovalute per l’acquisto di altre criptovalute, ad esempio la vendita di bitcoin per acquistare Ethereum, senza cioè convertire le criptovalute direttamente in euro. L’orientamento prevalente è quello di considerare comunque tassabile, con gli stessi criteri descritti sopra, l’eventuale plusvalenza realizzata al momento della vendita. In ogni caso è consigliabile conservare tutta la documentazione prodotta dagli exchange e relativa alle operazioni effettuate per eventuali controlli fiscali futuri, oltre che, come indicato in precedenza, rivolgersi a un commercialista per inquadrare correttamente le propria posizione.

In sostanza, il piccolo investitore che non supera la soglia dei 51.645,69 euro indicati sopra, avrebbe oggi la possibilità di non pagare tasse sulle eventuali plusvalenze realizzate con la vendita di criptovalute, ma dovrebbe evitare che le criptovalute restino in custodia presso un exchange straniero se non vuole doverne indicare il possesso nella dichiarazione dei redditi.

Quanto indicato sopra potrebbe comunque cambiare in qualsiasi momento a seguito di un intervento legislativo o di altre interpretazioni dell’Agenzia delle Entrate.

La seconda modalità di acquisto di criptovalute, più comoda per chi non desidera avere complicazioni fiscali, è quella di acquistare un ETN (Exchange Traded Note, simile a un ETF ma con meno tutele per l’investitore) che investa in bitcoin o criptovalute. Ne esistono diversi quotati ad esempio su Xetra (mercato tedesco), acquistabili di norma direttamente sulle piattaforme di home banking italiane con le stesse modalità dei normali ETF. Questi ETN investono generalmente direttamente nelle criptovalute “fisiche”, per cui le variazioni di quotazione degli ETN rispecchiano di solito quelle delle criptovalute sottostanti. In questo caso sarà la banca a operare da sostituto di imposta, per cui non è necessaria nessuna dichiarazione fiscale. Tuttavia si paga il costo di gestione dell’ETN, l’imposta di bollo annuale dello 0,2% e, soprattutto, il 26% su tutte le eventuali plusvalenze realizzate, indipendentemente dall’importo, a differenza della detenzione diretta di criptovalute.

Quanto visto finora è relativo all’acquisto di criptovalute. Passiamo invece adesso a considerare quello che a prima vista potrebbe sembrare l’investimento più consono a un investitore prudente che vuole correre rischi limitati, soprattutto vuole stare alla larga da Bitcoin e dalla speculazione sulle criptovalute, tuttavia desidera destinare parte dei suoi investimenti alla tecnologia blockchain, per cui inizia a valutare di acquistare un ETF specializzato nelle azioni blockchain. Consideriamo quindi a titolo di esempio il più grande ETF disponibile in Italia, Invesco Elwood Global Blockchain, che ha un patrimonio gestito di quasi un miliardo di euro. Che tipo di titoli ci attendiamo siano presenti all’interno dell’ETF?

Mockup, Macchina Da Scrivere, Parola

Come indicato all’inizio, probabilmente ci attenderemmo che i titoli più rappresentati siano quelli di aziende tecnologiche che stanno investendo per realizzare applicazioni basate sulla blockchain e non certo di aziende che si occupano prevalentemente di Bitcoin, criptovalute, exchange o “mining” di criptovalute.

Vediamo quindi l’effettiva composizione. L’ETF, alla data del 01/04/2021, risulta composto da 48 titoli di cui i primi 10 pesano per il 43,04% del totale, per cui è molto concentrato. I principali titoli dell’ETF sono i seguenti (tra parentesi è indicato il peso percentuale del titolo nell’indice):

  • CANAAN (8,52%): un produttore cinese di chip ASIC per il “mining” di criptovalute. Se ricordate, nella seconda lezione di Bitcoin, abbiamo visto come per “minare” bitcoin e criptovalute analoghe sia attualmente consigliato utilizzare hardware dedicato, denominato ASIC.
  • SILVERGATE CAPITAL (5,38%), una banca aziendale statunitense, che offre servizi bancari e di deposito al settore blockchain.
  • MONEX GROUP (5,34%): azienda di intermediazione online giapponese, con un exchange di criptovalute.
  • MICROSTRATEGY (4,52%): azienda di software con sede negli Stati Uniti, che ha un’esposizione diretta in Bitcoin.
  • HIVE BLOCKCHAIN TECHNOLOGIES  (3,71%): un minatore Ethereum quotato in Canada.
  • CERES (3,21%): azienda giapponese specializzata nel mercato dei punti fedeltà, con investimenti in exchange di criptovalute.
  • CME GROUP (3,19%): operante nel mercato finanziario statunitense nello scambio di future e derivati. Gestisce anche dei future relativi alle principali criptovalute.

È proprio questa la composizione che si attenderebbe l’investitore che non vuole avere un’esposizione in criptovalute ma preferisce investire nella tecnologia blockchain?

In effetti, se si verifica la descrizione presente sul sito dell’indice Elwood Blockchain Global Equity si può leggere: [l’indice] mira a offrire esposizione alle società quotate che partecipano o hanno il potenziale per partecipare all’ecosistema blockchain o criptovaluta.

Il dubbio che può ragionevolmente venire è che questo ETF (come altri analoghi) rappresenti per lo più un’operazione di marketing per attirare quegli investitori che non acquisterebbero mai direttamente bitcoin o criptovalute, ma che potrebbero ritenere più appetibile una formula come “ETF blockchain”. Ma, data la composizione dell’indice, quanto pensate che sia indipendente l’andamento dell’ETF da quello di Bitcoin e delle altre criptovalute?

La realtà è che, allo stato attuale, la tecnologia blockchain è solo agli inizi, e di fatto tutto il mondo degli investimenti e della speculazione ruota sostanzialmente ancora intorno a Bitcoin. Se la quotazione di Bitcoin sale, trascina con sé tutto il contorno di criptovalute e blockchain, se scende, scende tutto. In futuro le cose potrebbero cambiare, ma fino ad oggi è sempre stato così. Serviranno probabilmente ancora alcuni anni prima che si possano iniziare a vedere le reali “aziende blockchain”, che non siano solo le grandi aziende informatiche già esistenti.

Se quindi pensavate di acquistare un ETF contenente quella che sarebbe diventata la nuova Amazon, Facebook o Tesla per il mondo blockchain, non la troverete probabilmente neanche nelle componenti minori dell’indice, dove invece sono presenti proprio aziende come Amazon, Facebook, Intel, Samsung, Santander, cioè aziende che probabilmente sono già presenti in altri ETF che acquistate abitualmente.

In conclusione, prima di decidere se acquistare bitcoin, altre criptovalute o ETF blockchain, così come per qualsiasi altro investimento, come sempre sarebbe utile cercare di approfondire il più possibile cosa si sta comprando (e magari anche perché), stando sempre attenti alle possibili operazioni di marketing che periodicamente provano ad attrarre gli investitori con terminologie tanto affascinanti quanto (a volte) discutibili.

Perchè investo in ETF

Mockup, Macchina Da Scrivere, Parola

Mi sono reso conto che in tanti anni di articoli pubblicati sul blog abbiamo auto celebrato l’investimento con strumenti finanziari a replica passiva (gli ETF) buttando qualche indizio sparso un pò di qua e un pò di là senza però mai concentrare in un unico post i motivi che ci fanno dire, meglio acquistare uno strumento che replica un indice piuttosto che un fondo a gestione attiva degli investimenti.

E’ arrivato il momento di farlo. Continua a leggere

Nel 2019 i fondi attivi hanno battuto il benchmark?

  • Pubblicato il report SPIVA 2019 nel quale vengono indicate le percentuali di fondi di investimento capaci di battere il benchmark in un anno record come il 2019
  • Naturalmente anche l’anno passato la gestione attiva ha tradito le aspettative con un media del 70% dei fondi americani incapaci di battere il benchmark di riferimento
  • A distanza di 10 anni i gestori di fondi high yield nel 97% dei casi risultano battuti dal mercato

Poche settimane fa è stato pubblicato il consueto report annuale redatto da S&P Dow Jones Indices relativo all’anno 2019. Da quando questo blog ha cominciato la sua attività non abbiamo mai mancato di commentare questa preziosa risorsa informativa in grado di mettere a disposizione del pubblico una verità taciuta fino a pochi anni fa, sussurrata ora che l’industria finanziaria dispone dell’arma degli ETF per dirottare il denaro di chi non crede più nella narrazione della capacità della gestione attiva di battere il mercato di riferimento.

Assodato che la gestione attiva non batte il benchmark nel lungo periodo e che gli investimenti finanziari sono un gioco a somma inferiore a zero (anzi peggio di zero come scritto qui), andiamo a vedere in sintesi cosa è uscito dal rapporto di S&P. Continua a leggere

Banco di prova

Blackboard, Boys, Chalkboard, Children

  • I mercati azionari attualmente perdono poco meno del 20% rispetto ai massimi di febbraio. L’obbligazionario governativo e l’oro sono in guadagno. La strategia di un investimento bilanciato ha funzionato ancora una volta
  • Semplicità e diversificazione nella costruzione di un portafoglio di investimento pagano sempre, ma alcune componenti possono richiedere più tempo di altre per generare valore

Il 19 febbraio le borse mondiali hanno toccato il loro massimo storico. Da quel momento il mercato ha cominciato a scendere toccando un minimo il 23 marzo circa un 34% sotto il valore di febbraio. Poi il rimbalzo, tuttora in corso, in un clima di volatilità sempre molto forte. Se prendiamo l’indice Vix notiamo come lo stesso si posizionava a 15 a metà febbraio prima di toccare 80 a marzo e ridimensionarsi comunque sopra i 40 punti. Il mercato ci sta dicendo che si aspetta ancora volatilità nelle prossime settimane.

Ma hanno funzionato i cosiddetti cuscinetti ammortizzatori della caduta tipo obbligazioni e oro?

Vediamo di capire se è stato effettivamente così e, seppur con le armi sempre più spuntate, se il più classico dei bilanciati 50/50 ha ancora un senso. Continua a leggere

Diversificazione degli investimenti, perchè è importante giocare su più tavoli

Monopoly, Canadian, Game, Playing, Dice

  • Quando si parla di diversificazione è sempre molto complicato capire quanti strumenti servono per definire un portafoglio di investimento effettivamente diversificato
  • Una ricerca americana sul mondo azionario sembra fornire una risposta convincente a questo quesito
  • Alla fine la scelta di ETF globali, azionari o obbligazionari, appare sempre la scelta vincente nel lungo periodo

Quando si parla di investimenti la parola diversificazione viene associata a minore rischio e maggiori strumenti finanziari in cui investire.

Corretta in linea di massima, questa definizione di diversificazione degli investimenti non ci dice però di quanto si riduce il rischio e quanti devono essere gli strumenti per raggiungere un livello ottimale di diversificazione.

Nell’articolo di lunedì ho dimostrato come in una manciata di minuti è possibile creare un portafoglio in grado di competere nel lungo periodo con quello dei gestori professionisti.

Una qualche risposta a tutto ciò ha provato a darla anche Allan Roth sul blog finanziario Advisor Perspectives. Continua a leggere

Come costruire in 2 minuti un portafoglio di investimento da gestore professionale

Time, Time Management, Stopwatch

  • Come costruire un portafoglio di investimento vincente nel lungo periodo è uno dei classici quesiti che ogni investitore pone a se stesso quando approccia questo mondo
  • In realtà autoprodurre un portafoglio di investimento efficiente ed efficace nel lungo periodo in una manciata di minuti è relativamente semplice
  • Più complessa è l’opera di preparazione ad un gesto meccanico di acquisto degli strumenti finanziari di per sè poco rilevante sul risultato finale se vengono seguite alcune linee guida

E’ possibile investire in autonomia i propri risparmi pur non avendo una preparazione approfondita di finanza ed economia?

E’ possibile autoprodurre un portafoglio di investimento efficiente che offra risultati in linea con l’andamento dei mercati nel lungo periodo?

Certo che si può e nell’articolo di oggi vi spiego come è facile investire in modo semplice e poco costoso senza tralasciare la qualità.

Un paio di minuti ed il gioco è fatto.

Naturalmente quello che vi ho raccontato qui sopra è tutto vero, ma richiede una premessa un pochino più impegnativa.

Nell’anno 2020 ogni investitore ha davanti una grande opportunità.

Investire in strumenti finanziari a basso costo di gestione che offrono a tutti, in modo democratico, la possibilità di investire come i grandi gestori dei fondi di investimento. Continua a leggere

Fondi a gestione attiva vs passiva. Altra batosta per i guru

  1. Un recente report di Morningstar evidenzia l’incapacità della gestione attiva di essere vincente nel lungo periodo
  2. Confermati i risultati del più famoso SPIVA
  3. Consapevole di ciò il marketing

    finanziario punta a prodotti passivi incapsulati in costosi contenitori (wrapper)

Questa volta è Morningstar nel suo barometro semestrale European Active/Passive Barometer a colpire duro il mito della capacità dei gestori di fondi di generare alfa.

L’analisi di Morningstar misura periodicamente la performance dei fondi di investimento europei attivi confrontandola con quella dei fondi a replica passiva.

Il risultato misura il successo di un gestore nell’essere migliore di un classico ETF. L’analisi di confronto per il fondo attivo viene fatta non solo verso un fondo indice o ETF, ma verso un paniere di strumenti passivi in modo da avere un benchmark più affidabile di confronto già al netto delle commissioni.

Il paniere di fondi attivi e passivi sui quali Morningstar ha condotto l’analisi è di 10840 fondi per un totale di Asset Under Management di 2.7 miliardi di Eur, un terzo del totale dei fondi europei. Continua a leggere