By |Categorie: Investimento|Pubblicato il: 1 Luglio, 2024|

Quando leggiamo di borse che realizzano nuovi massimi storici, la notizia fa quasi sempre riferimento agli indici più celebri come S&P500 oppure FtseMib. Indici che hanno la caratteristica di essere a capitalizzazione, quindi per loro natura tendenti ad una specie di fisarmonica di concentrazione su specifiche aziende, geografie e settori.

Una differenza sostanziale con gli indici equal weighted meno diffusi nell’offerta commerciale di fondi e ETF e che semplicemente pesano in maniera identica tutte le azioni che compongono l’indice stesso. Apple ha la stessa percentuale dell’ultima azione dell’S&P500 per capitalizzazione. Ne ho già parlato in questo articolo di cui consiglio la lettura per ripassare concetti e filosofie di delle due strategie di indicizzazione.

La costante ricerca del difetto di un bull market

Quando un mercato sale la ricerca del “difetto” di quella ascesa è una costante. Non potendo appagare il desiderio di celebrare un crollo annunciato più o meno da una decina di anni, sul web impazza il partito dei Coppi e Bartali, cap weighted o equal weighted, con tanto di simulazioni e backtest per cercare di spiegare il pro dell’uno o dell’altro.

La realtà è che tutto questo dibattito è fondamentalmente sterile.

Prima di tutto perché, a parte la borsa americana S&P500 e qualche indice minore, ad oggi con ETF investire in versione equal weighted non è quasi mai un’opzione praticabile, salvo che non ci si metta da bravi artigiani a comprare e vendere ogni giorno in autonomia le centinaia di azioni che compongono quell’indice stesso. Già questo rende l’esercizio molto teorico al pari di quei backtest che ci dicono che una tal strategia ha battuto il mercato negli ultimi 50 anni…senza che quella strategia fosse effettivamente disponibile per l’acquisto su nessuna piattaforma (allora borsino) bancaria.

Non esiste un vincitore e un vinto tra cap e equal weight. Non esiste perché non sappiamo nemmeno chi è il campione da battere. Gli indici sono creati da provider sulla base di certe regole; non da entità divine.

Non sta quindi scritto da nessun parte che investire equal weight si rivela una strategia migliore di cap weighted.

Fonte: X-@baltostar Ew/Cw S&P500

Ci sono studi che hanno provato a diradare la nebbia e che ho riportato nell’articolo precedente, ma l’evidenza dice che in certi periodi una strategia funziona meglio di un’altra e viceversa.

Rincorriamo scenari ideali non fatti

Conoscere in anticipo quei periodi sarebbe molto utile, ma purtroppo il futuro l’essere umano ancora non è in grado di prevederlo e questo vale anche per i “regimi” economici ai quali andremo incontro.

Prendendo banalmente due ETF realmente quotati americani e che hanno investito in versione Equal e Cap sull’indice S&P500, negli ultimi 20 anni scopriamo perché.

Fonte: Portfoliovisualizer

 

Il grafico ci dice: assoluto pareggio.

Dopo oltre 7000 giorni di aspra battaglia, fanno ben 6 punti base (0,06%) all’anno a favore del Cap Weighted.

Tradotto in euro e su un investimento da 100k, poco più di 1€ al giorno di un risultato che l’anno prossimo potrebbe tranquillamente essere ribaltato a favore dell’Equal Weighted.

Eh ma l’analisi va fatta in modo diverso dirà qualcuno alzando il ditino.

Bene, cosa succederebbe ad esempio su periodi rolling di 5 anni? Nulla, assolutamente nulla anche spostando continuamente la scadenza avanti di un mese per ottenere il bilancio a 5 anni.

La storia (per quello che può valere) ci offre il suo responso. Rendimento annuo 9,79% Equal, 9,80% Cap. Irrilevante. Ogni tanto avanti l’uno, ogni tanto l’altro.

Fonte: Portfoliovisualizer

 

Ma l’S&P500 è troppo concentrato su poche azioni, classica frase che si trova oggi in rete.

Ma non solo. Va di moda dire che gli indici mondiali sono troppo concentrati sull’America. Che la tecnologia è un settore eccessivamente presente e via così.

Il problema dello specchietto retrovisore

Il problema dello specchietto retrovisore (o della telecamera posteriore nelle auto moderne) è che permette al nostro occhio umano di vedere solo lo spazio “visibile” e passato. Tutto il resto è come se non esistesse.

Una situazione analoga si vive sui mercati finanziari.

Quando siamo annoiati da continui rialzi delle borse che aggiornano i massimi storici dobbiamo scovare per forza qualche difetto in quel mercato.

Un difetto che ci deve (sottolineo deve) dire che è il momento di fare qualcosa. Siamo umani e vogliamo agire per essere padroni del nostro destino.

E così con la stessa probabilità di vedere testa dopo il lancio della monetina formuliamo previsioni sul futuro.

In questi mesi l’eccessiva concentrazione degli indici su singole azioni, geografie e settori è il fenomeno che va per la maggiore nelle discussioni dei bar virtuali.

Ma prestando attenzione solo al visibile (e passato recente) ci priviamo di qualche elemento che potrebbe smentire le nostre ipotesi.

Gli Stati Uniti hanno già vissuto momenti storici in cui hanno dominato i listini. Ed è accaduto perché innovazione e utili portavano denaro negli States. Come oggi.

Non ricordiamo nemmeno il Giappone, fenomeno degli anni ’90 poi scoppiato, perché non vissuto da protagonisti rampanti.

Non è la concentrazione su certi campioni la causa di un crollo dei mercati se questi producono utili.

Le cause di una svolta verso il basso sono imprevedibili e dobbiamo farcene una ragione.

Ogni tanto un Michael Burry di turno azzecca la previsione trovandosi nel momento giusto nel posto giusto. Se è fortunato diventa pure protagonista di un film, ma poi l’oblio dimostra la valenza di quelle previsioni. Quasi zero.

Certi settori si prendono la fetta più importante di un listino di borsa semplicemente perché producono più utili e promettono di continuare a farlo. E se non accadrà verranno punite e sostituite da altre azioni nel cuore e nel portafoglio degli investitori. Nessuno può essere certo che Apple o Amazon fra 10 anni saranno ancora al loro posto. Ma nemmeno che la Pinco Pallino Society non diventi una delle “sette sorelle” di Wall Street.

La tecnologia di oggi è assimilabile al settore dell’energia negli anni cinquanta. Settore che ovviamente nessuno ricorda perché mai vissuta come parte attiva dall’investitore moderno. Quindi poco apparente per la nostra mente poco propensa ad andare oltre il trend dominante del mercato.

E che dire di finanza e immobiliare, oppure del settore dei trasporti all’epoca di nonni, bisnonni e trisnonni quando comunque investire in azioni era riservato a pochi eletti.

Fonte: Goldman Sachs

Concentrarsi sul processo, il resto non dipende da noi

Un bel post di Peter Lazaroff proprio dedicato alla scarsa diversificazione della borsa americana serve per rafforzare il concetto.

Dobbiamo pensare a pianificare al meglio finanziariamente il nostro futuro.

Come arrivare al traguardo sarà il mercato a deciderlo, non certamente un ipotetico quanto casuale timing di sottopeso di un settore rispetto all’altro. Ma si sa, il “gambling”, la scommessa, è un qualcosa che attrae l’essere umano.

Perché all’inizio è difficile distinguerlo dai benefici del vero investimento di lungo periodo, operazione molto più semplice da compiere dopo qualche anno.

Nel 2023 i Magnifici 7, ovvero le sette azioni più capitalizzate di Wall Street, hanno reso il 75% contro il “misero” 24% dell’indice.

Ma, scrive Lazaroff nel suo post, questo fenomeno non è nuovo e nemmeno foriero necessariamente di sventure. Se le sventure arriveranno non sarà per colpa dei Magnifici 7.

Come ci spiega bene Vanguard, dal 1926 a oggi solo 72 azioni hanno contribuito per la metà della performance dell’indice.

Stare fuori da questi campioni solo perché hanno un peso eccessivo nell’indice, oppure perché sono saliti troppo nelle valutazioni rischia di essere una scelta alquanto azzardata.

Sempre Vanguard ci spiega che negli ultimi 10 anni sottopesare le prime 8 società per capitalizzazione dello S&P500 avrebbe fatto perdere all’investitore dal 5,4% al 27,8% a seconda che il sottopeso fosse blando o massiccio.

Se è vero che il peso di queste azioni “magnifiche” nell’indice S&P500 ha raggiunto livelli mai visti negli ultimi 40 anni (il 33% contro il 27% all’apice della bolla dotcom), è anche vero che il peso degli utili per azione delle stesse società sul monte utili totali della borsa Usa a sua volta ha toccato un record (Goldman Sachs in una sua ricerca ci dice circa il 25% degli utili dell’indice). E infatti credo che nessuno possa contestare il fatto che le valutazioni di queste società prese nel loro insieme sono assimilabili a quelle viste 25 anni fa.

Quindi il denaro è andato verso chi, lo stesso denaro, lo ha saputo effettivamente moltiplicare. Non verso società inefficienti con bilanci in rosso o incapaci di produrre ricchezza come accadde ad esempio nel 2000. E non ho motivo di dubitare che la borsa continuerà a funzionare in questo modo.

Il denaro degli investitori si sposterà anche in futuro verso quelle aziende che saranno in grado di competere e produrre più utili dei concorrenti.

Nelle fasi positive di mercato e in quelle negative. Con valutazioni di certe società che saliranno di più durante i bull market e che scenderanno di meno durante i bear market. Non è detto però che gli attori saranno sempre gli stessi. E non è detto che le top 10 saranno faranno la parte del leone. È la storia a dimostrarcelo. Le top 10 di un certo anno potrebbero non coincidere con le top 10 della decade successiva.

Il denaro va dove si crea maggiore ricchezza

La stessa Goldman Sachs nella sua ricerca riconosce che il picco di concentrazione non è un fenomeno che in passato ha necessariamente interrotto un rialzo dei mercati. A volte sì, altre volte no.

Fonte: Goldman Sachs

Siccome ignoriamo quale sarà l’evoluzione futura dei mercati, delle geografie vincenti, delle aziende campioni, dei settori trainanti, la diversificazione rappresenta non solo un pasto gratis a disposizione di ogni investitore (se usato bene, altrimenti rischia di diventare un pasto molto salato), ma anche un eccezionale strumento per spingere finalmente chi investe denaro a mettere più uova nello stesso paniere.

Non solo S&P500 costituito da azioni americane. Non solo Msci World costituito da grandi capitalizzazioni mondiali.

C’è dell’altro là fuori. E quest’altro ha dimostrato in passato di saper decorrelare, ovvero muoversi in maniera differente quanto a intensità o direzionalità, da questi due pilastri di investimento che nelle discussioni online sembrano totem.

Quando come consulenti indipendenti autonomi proponiamo portafogli di investimento ai nostri clienti, il non avere strumenti che si muovono tutti in fotocopia è uno dei primi accorgimenti che accompagnano la progettazione delle fondamenta del nostro piano di navigazione finanziaria.

Sappiamo benissimo che le correlazioni non sono perfette e durature.

Ma i mercati azionari nemmeno si muovono tutti, sempre, nello stesso modo.

Quello che è successo negli ultimi anni tra America e resto del mondo dovrebbe insegnare.

Quello che è successo tra Mondo ed Emergenti pure.

Si può investire nella borsa americana in versione equal weight o market cap weight perché, forse, la soluzione migliore è proprio quella di usare olio e aceto insieme creando una gustosa combinazione.

Come visto all’inizio probabilmente non avremo grandi vantaggi o svantaggi dal punto di vista dei rendimenti futuri, ma psicologicamente questa scelta è utile per fuggire dal timore di essere traditi dalle “7 Sorelle” o per non dover convivere con il rimpianto.

Si può investire nel resto del mondo riducendo un po’ il peso delle grandi capitalizzazioni americane e confidando che i rendimenti attesi futuri più elevati effettivamente prendano forma.

Potrebbe non accadere, è vero, ma anche qui l’appagamento e la consapevolezza di quello che si fa ha un valore.

Si può sfuggire dalla logica della tecnologia investendo anche in azioni value.

Abbassare il peso delle grandi capitalizzazioni a favore delle piccole. E tanto altro.

Insomma mettiamoci comodi e tranquilli e preoccupiamo di mettere da parte più denaro possibile per i consumi e le esperienze del futuro.

Cerchiamo di individuare prima di tutto tempi, processi e quantità di soldi che serviranno per raggiungere gli obiettivi.

Poi investiamo di conseguenza, diversificando in modo intelligente spostando le pedine solo quando serve per proteggere quell’obiettivo.

Per tutto il resto siamo nelle mani di mercati. Quasi sempre efficienti, ma che ogni tanto hanno bisogno di mettersi a dieta per essere in migliore forma più avanti nel tempo.

Buon investimento.

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