Investire Soldi con il Social Lending

Sul sito Kitches.com è stato pubblicato uno studio interessante sul concetto di prestito tra privati o social lending inteso come investimento. Per quello che riguarda questa particolare forma di finanziamento vi rimando qui, ma ovviamente il core business di questa attività è legato al mondo del microcredito. Chi ha disponibilità di somme di denaro piccole (o anche meno piccole) le mette a disposizione di chi richiede denaro in prestito saltando il canale bancario ed affidandosi ad intermediari specializzati ed autorizzati.
Guardandolo dal lato investitore il rendimento offerto da questi strumenti in America oscilla dal 5,3% dei prestiti di alta qualità fino al 13% offerto da coloro che prendono in prestito denaro ma hanno rating creditizi scadenti.
In un mondo affamato di rendimento da reddito fisso questi numeri non possono passare inosservati ed il fatto che questo tipo di investimento non è solo riservato ad istituzionali ma anche a comuni investitori al dettaglio, un po’ di fascino lo esercita.
Come tutte le cose molto attraenti dal punto di vista finanziario qualche difettuccio esiste ed in questo caso, oltre alle solite commissioni applicate su chi presta denaro (solitamente nell’ordine del 1%), si chiama rischio controparte o ancora meglio rischio di default di uno dei prenditori del nostro denaro.

Per rendere questo rischio il più basso possibile si possono frammentare i soggetti a cui si prestano soldi, un corretto esempio di diversificazione che trova la sua massima espressione nel momento in cui si spalma il rischio tra 200-400 richiedenti o anche di più.
Nello stesso tempo si può scegliere il tipo di profilo della controparte a cui prestare denaro, dal più affidabile al più rischioso. Ovviamente più si scende come merito di credito più sale il rendimento atteso. Atteso appunto poiché a questo andranno sottratti i costi di eventuali insolvenze.

Il grafico che riportiamo qui sotto è abbastanza chiaro in tal senso. Al netto dell’aggiustamento causato dai default, il rating più elevato ha fornito storicamente un ritorno del 5,2% mentre, scendendo verso gli ultimi scalini in termini di merito creditizio, notiamo come a tassi “nominali” superiori al 20% hanno corrisposto ritorni reali poco sopra l’8%.

social lending

Ovviamente questi valori oscillano nel corso del tempo e per effetto dell’andamento della congiuntura economica. Peggiorano i tassi di default in caso di recessione, migliorano in caso di ripresa. Basti pensare che storicamente la variabilità dei rendimenti netti finali per il prestatore sono oscillati in America tra il 4.5% e il 5.5% per il rating A, ma addirittura tra il 4% e il 12% per quello E, quando si dice volatilità.

In termini di rischio tasso dallo studio non emergono particolari criticità essendo i prestiti contenuti tra i 3 e i 5 anni di durata. Anche un eventuale rialzo dei tassi non provoca grandi perdite di valore nel vostro investimento. Quello che rende più delicata questa particolare asset class è il fattore liquidità. La sostanziale assenza di mercati secondari che consentono di liquidare il proprio investimento a condizioni di mercato rende l’investimento piuttosto rigido sotto questo punto di vista.

Personalmente approfondirò l’argomento visto che sul web sono sempre più presenti controparti italiane che operano nel peer-to-peer. Quella che conosco meglio è  Smartika ed un giretto sui loro documenti informativi lo farò sicuramente.

A caldo sono diverse le criticità che mi vengono in mente circa il social lending. La fiscalità in primis visto che il percettore di interessi viene colpito con l’aliquota marginale Irpef;  per chi ha redditi medi il fisco è quindi molto più aggressivo rispetto al classico investimento obbligazionario tassato al 26%.

In seconda battuta questo investimento soffre la competizione del mercato high yield, sinceramente più liquido e maturo dal punto di vista degli strumenti finanziari. I rendimenti in questo segmento sono saliti parecchio negli ultimi mesi (di certo in America, ma anche in Europa) ma penso che i tassi di insolvenza aziendale rimangono (e rimarranno) storicamente ben più contenuti di quelli privati.

Messo assieme al concetto di fiscalità non trovo per ora grande appeal, ma come detto appronfondirò meglio la materia. Se poi tra i lettori c’è qualcuno che ha già avuto esperienze in merito….mi faccia sapere.

Leggi anche: L’importanza del fattore liquidità

                       Il senso delle diversificazione

                       6 lezioni dal collasso degli high yield

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