By |Categorie: Investimento, Risparmio|Pubblicato il: 18 Dicembre, 2023|

Ogni risparmiatore, in qualsiasi angolo del pianeta, si trova a dover fare i conti con un mondo finanziario ideale e un mondo finanziario reale.

Quest’ultimo è quasi sempre meno affascinante e luccicante del primo e per questo, spesso, ignorato.

La maggior parte delle simulazioni che coinvolgono i processi di accumulazione del capitale durante un normale ciclo di vita da investitore, per semplicità utilizzano tassi di rendimento dell’investimento che hanno la caratteristica di essere lordi.

Tradotto in un italiano comprensibile, vengono spesso pianificati numeri che non tengono conto della perdita di potere d’acquisto causata dall’inflazione, ma nemmeno delle tasse che prima o poi dovremo versare nelle casse dell’erario perché abbiamo avuto il grande merito, magari combinato a un pò di fortuna che non guasta mai,  di guadagnare con gli investimenti.

Per quello che riguarda la tassazione la sua esclusione nelle simulazioni è in parte comprensibile.

Difficoltà pratiche nell’ipotizzare come statico un valore che potrebbe essere variabile per effetto della variazione dei regimi fiscali nazionali nel corso degli anni futuri (e non solo viste le doppie tassazioni applicate ad esempio su alcuni dividendi provenienti da paesi esteri), oppure un intrecciarsi di distribuzione di cedole e dividendi (tassati immediatamente), con processi di rivalutazione di un capitale (tassato solo alla fine del percorso di investimento), rende quasi sempre preferibile la scelta di applicare alle simulazioni un rendimento lordo alle simulazioni.

Le stesse minusvalenze pregresse potrebbero essere compensate con i guadagni al momento del realizzo, riducendo almeno una parte della tassazione dovuta (quando in un giorno non lontano si spera anche gli ETF saranno in grado di farlo) e quindi inficiando il calcolo del rendimento finale al netto della tassazione stessa. Un processo che rappresenta una vera e propria asset “location” finalizzata a uno scopo preciso, ridurre il fastidioso fardello fiscale.

Ancora più complesso è comprendere (e soprattutto prevedere) l’impatto sul valore del capitale finale (risparmio più rendimento da investimenti) provocato dall’erosione di potere d’acquisto dell’inflazione.

Con uno sforzo mentale aggiuntivo possiamo tentare di comprendere come lavorano queste forze contrarie ai nostri interessi di investitore e trovare qualche soluzione in grado di migliorare il processo di pianificazione finanziaria.

Conoscere i fattori di attrito per limitarne gli effetti

Essere consapevoli e preparati ci permette di aggiustare per tempo una rotta che alla fine potrebbe rivelarsi illusoria e poco gratificante.

Nell’articolo di oggi ho così deciso di “misurare” quanto incidono questi fattori di attrito (soprattutto tasse e inflazione) sul risultato finale di un investimento.

Per quello che riguarda la tassazione mi baserò per ovvi motivi sulle attuali aliquote fiscali italiane, ipotizzando una vendita totale degli strumenti finanziari alla fine del periodo scelto.

Facciamo un esempio pratico. Possediamo 100 mila euro che rimarranno investiti per 20 anni su un portafoglio azionario capace di offrire un rendimento atteso del 7% annuo composto già al netto dei costi dei prodotti finanziari utilizzati durante il periodo, prodotti che saranno ad accumulazione dei proventi.

In un mondo ideale senza tasse e inflazione un guadagno di 287 mila euro incrementerebbe il capitale finale fino a 387 mila euro alla fine del ventennio.

Non male, ma questo è il mondo ideale.

Fonte: https://dqydj.com

Dal mondo ideale al mondo reale

Purtroppo, quando investiamo esistono fattori di attrito che possiamo tentare di schivare, quasi mai evitare.

Tasse ed inflazione sono tra questi.

Ripeto la simulazione, ma con una tassazione del 26% sui guadagni allo scoccare del ventesimo anno quando ritireremo tutto il nostro gruzzoletto.

Quasi 75 mila euro vengono restituiti allo Stato sotto forma di imposta sul capital gain.

Rimangono 312 mila euro, possiamo accontentarci tutto sommato. La cattiva notizia è che la mangiatrice di soldi deve ancora cominciare il suo sporco lavoro.

Il fattore erosivo ancora più impattante si chiama infatti inflazione.

Al calcolo precedente ne aggiungiamo un altro, meno immediato, che ipotizza un tasso medio di inflazione del 3% annuo per 20 anni.

I 387 mila euro decurtati delle tasse pagate e poi attualizzati in termini di potere d’acquisto odierno, trasformano in 140 mila euro il valore netto reale del capitale finale investito originariamente nella somma di 100 mila euro.

Fonte: https://dqydj.com

La capacità del mercato azionario di sovraperformare l’inflazione nel lungo periodo ha accresciuto notevolmente il potere d’acquisto reale dei 100 mila euro iniziali. Questo è un dato di fatto che rappresenta anche uno dei punti che da sempre classifica l’investimento in azioni come quello con le maggiori capacità di proteggere l’investitore dagli effetti negativi dell’inflazione nel lungo periodo.

Ma cosa succede se ci rivolgiamo, ad esempio, verso il mondo obbligazionario dove il rendimento dell’investimento risulta essere del 3% lordo annuo, quindi identico al tasso di inflazione?

Ipotizzando un mantenimento di tassazione agevolata del 12,5% su guadagni quantificabili in 80 mila euro, la trasformazione da rendimento netto a rendimento reale determina una valore finale attualizzato inferiore a quello di partenza di circa 10 mila euro.

Fonte: https://dqydj.com

 

Un frequente errore di simulazione

Il motivo è ovvio, il rendimento lordo eguaglia l’inflazione, quello netto no.

Questo genera un capitale reale inferiore a quello di partenza. Servirà invece un rendimento lordo del 3.7% per conservare immutato nel tempo il valore reale dei 100 mila euro inizialmente investiti.

Questo è un messaggio importante soprattutto per chi investe in obbligazioni.

Per mantenere potere d’acquisto non basta ottenere un tasso di rendimento pari a quello di inflazione.  Serve di più (e non ho considerato l’imposta di bollo dello 0,2% all’anno).

Un’allocazione bilanciata, intesa come un mix di azioni e obbligazioni, non è quindi un’opzione. È una necessità.

In questo articolo “Scelte irrazionali (ma inevitabili) per rendere migliori i nostri investimenti” avevo già tentato di spiegare questo aspetto che oggi, credo, ne esca maggiormente rafforzato.

La componente meno ballerina del portafoglio, se costruita in un certo modo e tarata su determinati tempi,  assolverà a fatica alla sua funzione di conservazione del capitale. Per la crescita dobbiamo gettare lo sguardo altrove.

Sarebbe cosa buona se anche i regolatori si accorgessero di questa distorsione.

Proporre ai clienti, come accade oggi, questionari di adeguatezza MiFID degli investimenti che definiscono un limite massimo di rischio e non un livello ottimale per gli obiettivi che il cliente stesso desidera raggiungere, rende l’esercizio abbastanza sterile oltre che percepito dall’investitore come il più classico adempimento da burocrati sminuendone l’importanza, che è innegabile.

Introdurre obbligatoriamente segnali di allerta ben visibili (ma non bloccanti) anche quando le scelte di investimento scendono sotto un limite minimo di sostenibilità finanziaria dell’investimento (e non sto parlando ovviamente di ESG) finalizzato a certi obiettivi, può essere un compromesso accettabile che potrebbe aiutare consulente finanziario e investitore a fare scelte migliori.

Un compromesso che non negherebbe la libertà dell’investitore di poter compiere la scelta di perdere potere d’acquisto, rendendo però a quel punto improbabile il raggiungimento di un obiettivo a lungo termine. Ma quando le scelte sono prese con consapevolezza non possono essere criticate.

Buon investimento.

4 Commenti

  1. Giovanni 25 Dicembre 2023 at 14:41 - Reply

    Grazie dell’articolo…molto interessante. In questo momento in cui le obbligazioni hanno ancora un valore di investimento visto che in passato c’erano i rendimenti negativi avrei una domanda. Molti risparmiatori a causa dell’inflazione hanno ancora il portafoglio in rosso e dal vostro articolo leggo che con le obbligazioni è possibile ridurre le perdite compensando le minusvalenze. Quindi cortesemente chiedo se sarebbe il caso di comprare dei BTP a cedola 0, e la mia domanda sarebbe: ma occorrerebbe poi venderle o basterebbe tenerle a scadenza per avere la stessa compensazione? Grazie della risposta e buon natale.

    • Lorenzo Biagi 25 Dicembre 2023 at 18:51

      Auguri anche a te Giovanni e grazie della domanda. Le singole obbligazioni permettono di compensare le minusvalenze pregresse ma solamente per la differenza di prezzo tra valore di rimborso e prezzo di acquisto. Per le cedole ovviamente il discorso non vale. E per le stesso obbligazioni sotto la pari (ma con cedola) non tutta la componente prezzo sconta la minus in toto, dipende se l’obbligazione è stata emessa alla sua nascita sotto 100 (disaggio di emissione). Questo non è cmq un problema delle obbligazioni a cedola zero. Vale per i BTP come per le altre obbligazioni estere e sovranazionali in euro. Se l’obbligazione è in valuta alla plusvalenza (o riduzione della stessa) può contribuire anche l’effetto cambio. Attenzione però che i titoli di stato e bond sovranazionali non riducono al 100% del loro guadagno le minusvalenze, ma solo per una percentuale del 48,08%. Qui https://www.repubblica.it/economia/diritti-e-consumi/fisco/domande-e-risposte/2021/10/13/news/minusvalenze_da_vendita_di_btp_comq_si_calcolano_-321812564/ una spiegazione .
      Le obbligazioni corporate (ad esempio bancarie) riducono al 100% le minus pregresse essendo per loro natura tassate al 26% della plusvalenza.
      Per compensare le minus le obbligazioni possono essere portate a scadenza, oppure vendute in anticipo ovviamente se il prezzo di vendita è superiore a quello di acquisto. Se ad esempio un’obbligazione è stata acquistata a 90, si può attendere il rimborso di 100 (e a quel punto sarà la differenza di prezzo di 10 che concorrerà a compensare minus per il 48,08%), oppure rivendute ad esempio al prezzo di 96 sul mercato (in tal caso la compensazione si attiverà per 96-90 sempre con la stessa percentuale di calcolo). Spero di aver chiarito il concetto.

  2. Erreffe 22 Dicembre 2023 at 18:04 - Reply

    Anche se non posso essere (nemmeno virtualmente) presente come un tempo, un sentimento di stima/gratitudine mi porta sempre a ritornare su questo splendido sito e mi piace constatare (ma non avevo dubbi) che il livello è sempre piu elevato..approfitto dell’occasione per fare i migliori auguri di buone feste a tutti, ma in particolare al mio carissimo amico AW, con affetto e stima

    • Lorenzo Biagi 22 Dicembre 2023 at 18:12

      Grazie Erreffe, i complimenti dei lettori storici di lunga data sono sempre molto apprezzati, soprattutto perché testimoniano la qualità dei contenuti offerti da ormai 10 anni.
      Non è facile, ma ci impegniamo ogni giorno come se fosse il primo.
      E quando potrai/vorrai ogni tuo commento sarà sempre il benvenuto. Tantissimi auguri di Buone Feste ricambiati e speriamo di risentirci presto!

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