
Le performance e i costi dei fondi pensione italiani sono due argomenti che spesso fanno storcere il naso a chi vorrebbe (o potrebbe) affidare una parte dei propri risparmi e del TFR aziendale alla previdenza integrativa privata.
Covip, l’autorità demandata in Italia a vigilare sui fondi pensione, pubblica regolarmente i dati di fine anno delle performance e dei costi di fondi pensioni negoziali, aperti e PIP (Piani Individuali Pensionistico, ovvero prodotti assicurativi).
Vista l’importanza crescente dei fondi pensione nella pianificazione previdenziale di ogni lavoratore italiano, ormai quasi integralmente assoggettato ad un sistema di pensionamento contributivo puro, mi sembra questa una buona occasione per capire se il terreno è fertile e a buon mercato.
Partiamo proprio dal punto relativo ai costi di fondi pensione e PIP.
Quanto costano i fondi pensione italiani?
Prima di vedere una tabella che riepiloga le percentuali medie annue di costo, dobbiamo capire cosa intende Covip per ISC (indicatore sintetico dei costi). Ecco la legenda pubblicata sul sito istituzionale.
L’ISC è dato dalla differenza tra due tassi di rendimento: quello relativo a un ipotetico piano di investimento che non prevede costi e il tasso interno di un piano che li considera. L’ISC viene riportato per differenti periodi di permanenza nella forma previdenziale (2, 5, 10 e 35 anni) poiché alcuni costi (costo di iscrizione, spesa annua in cifra fissa o in percentuale sui versamenti) hanno un impatto che diminuisce nel tempo al crescere della posizione individuale maturata. Nel calcolo si fa riferimento a un aderente-tipo che effettua un versamento contributivo annuo di 2.500 euro e si ipotizza un tasso di rendimento annuo del 4 per cento. I costi presi in considerazione sono il costo di iscrizione, la spesa annua (in cifra fissa o in percentuale sui versamenti), le commissioni in percentuale sul patrimonio; viene considerato nel calcolo anche il costo per il trasferimento della posizione individuale. Rimangono esclusi tutti i costi che presentano carattere di eccezionalità o che sono collegati a eventi o situazioni non prevedibili a priori (ad esempio, i costi legati all’esercizio di prerogative individuali o quelli derivanti dalle commissioni di incentivo eventualmente previste per la gestione finanziaria)
L’ISC è quindi un buon indicatore che sintetizza quanto spenderà complessivamente l’aderente al FP, con la consapevolezza che alcuni rivoli di costi potrebbero essere esclusi dal rendiconto. In alcuni casi, vedi ad esempio fondi pensione con commissioni di performance non comprese nell’ISC, il lavoratore farebbe molto bene ad escludere a priori quel prodotto dalla gamma dei potenziali candidati.
La tabella che riporto di seguito indica i valori medi di tutti i fondi pensione negoziali, aperti e PIP su un orizzonte temporale di 10 anni.
In pratica questa tabella ci dice percentualmente sull’investito quanto lasciamo al gestore per investire i nostri soldi nel secondo pilastro previdenziale.
La fonte come detto è il report ufficiale Covip.
A fianco di ogni categoria di investimento, obbligazionario, bilanciato e azionario, ho riportato i costi medi annui dei fondi italiani rilevati da Morningstar e che in questo articolo abbiamo spiegato perché sono tra i più alti al mondo.
Prima di arrivare a qualche mia personale considerazione sul tema, ritengo opportuno però segnalare che le categorie dei fondi pensione non coincidono esattamente con l’idea comune che hanno gli investitori.
Ad esempio, l’azionario indicato da Covip nei suoi report comprende tutti i fondi pensione con una percentuale di azioni superiore al 50%.
Non esattamente ciò che ci si attende da un fondo azionario che dovrebbe avvicinarsi sempre al 100%.
Il FP bilanciato comprende al suo interno anche i fondi flessibili e ha un peso di azioni tra 30% e 50%.
Obbligazionari sono tutto il resto esclusi fondi pensione a capitale garantito che non ho considerato in questa analisi.

Fonte: Covip, Morningstar e rielaborazioni dell’autore
Alcune considerazioni in ordine sparso sulla base dei numeri indicati in tabella.
– I fondi pensione negoziali costano poco e, soprattutto per i comparti obbligazionari, questo vantaggio si riflette su performance superiore a fondi aperti e PIP. Il tutto a parità di vantaggi fiscali.
– I fondi aperti hanno costi in linea con quelli medi dei fondi comuni di investimento (colonna verde).
– I PIP hanno costi decisamente superiori a quelli medi dei fondi comuni collocati in Italia.
– Considerando che la categoria dei bilanciati ha una componente di azionario che non supera il 50%, il costo medio dei PIP che rientrano in questa categoria è decisamente elevato.
– Visti i tassi di rotazione dei portafogli dei FP solitamente molto bassi, i costi dei fondi aperti e dei PIP sono poco giustificabili anche alla luce delle performance che analizzeremo tra poco.
– Considerando i costi molto bassi, rimane più di un dubbio sulle capacità gestorie dei portafogli dei fondi negoziali che, come vedremo, tra poco rendono meno dei corrispondenti fondi aperti della stessa categoria.
Per chi volesse approfondire il tema del costo del proprio fondo pensione/Pip e metterlo a confronto con altri prodotti consiglio di visitare questa pagine; con una comoda ricerca si arriverà facilmente all’obiettivo.
Quanto rendono i fondi pensione italiani?
Passiamo adesso al secondo tema di questo articolo. Quello dei rendimenti dei fondi pensione italiani.

Analizzando i dati di rendimento annuo composto a 10 anni della categoria “Azionari” (l’unica che considero degna di attenzione per chi investe con finalità previdenziali, almeno per tre quarti del percorso), e con la premessa che naturalmente si tratta di medie, ecco altre mie considerazioni sulla questione dopo aver analizzato i numeri:
– I fondi pensione negoziali smentiscono con le loro performance il luogo comune di essere le ruote di scorta della previdenza complementare.
– Come detto poco fa i fondi pensione negoziali hanno grossi problemi gestionali visto che tutto il vantaggio di minori costi rispetto a fondi aperti e PIP viene completamente eroso da rendimenti troppo modesti se confrontati a quelli del mercato.
– Il dato di performance dei PIP probabilmente è sopravalutato visto che tendenzialmente questi prodotti hanno una maggior esposizione azionaria rispetto agli altri due. Quindi le capacità gestorie dei PIP, rapportate al costo richiesto, sono decisamente scadenti.
– La scelta del TFR lasciato in azienda è una scelta perdente nel lungo periodo anche se vantaggiosa in certi contesti di mercato (deflazione o alta inflazione).
I dati pubblicati da Covip per il 2023 contengono però anche le informazioni di performance degli ultimi 20 anni di quei fondi pensione almeno che possono vantare questa anzianità. Non tantissimi (29 tra i fondi pensione aperti e 5 tra quelli negoziali), ma sufficienti per fare qualche considerazione.
Analisi di 20 anni di performance dei fondi pensione
Qui sotto trovate una tabella riassuntiva con alcune premesse:
- i fondi pensione classificati come azionari in realtà nella stragrande maggioranza dei casi sono dei bilanciati con pesi azionari compresi tra il 50% e l’80%. Per questo è stata inserita la performance di un portafoglio di ETF 80% azioni 20% obbligazioni.
- Il numero dei fondi pensione aperti che hanno raggiunto i 20 anni di anzianità sono 29. Quelli negoziali appena 5. Ancora meno i PIP non considerati nell’analisi.
- I rendimenti sono composti e al netto della tassazione. Mentre gli ETF possono sfruttare i vantaggi dell’interesse composto quando sono posseduti nella versione accumulazione pagando le tasse solo al momento della liquidazione, i fondi pensione sono costretti ogni fine anno a regolare l’imposta sulle plusvalenze a bilancio.
- I rendimenti dei fondi pensione qui presentati non tengono in considerazione la quota di tasse Irpef che vengono dedotte in fase di investimento (quindi si potrà investire una cifra superiore a quella residuale che verrebbe investita in ETF, ma al termine del percorso si dovranno restituire sul capitale versato (non sul guadagno) le tasse dovute in percentuale compresa tra 15% e 9% a seconda del periodo di adesione al fondo pensione.
- I rendimenti degli ETF presentati in tabella non tengono conto dell’imposta di bollo dello 0,2% pagata annualmente sugli investimenti (i fondi pensione sono esenti)
- I fondi pensione sono esenti dal calcolo ISEE, ma il vantaggio è difficilmente quantificabile.

Una serie di assunzioni che ci portano ovviamente in un territorio un pò complesso per fare delle valutazioni di confronto. Valutazioni che dovrebbero sempre tenere conto della natura differente dei due prodotti, ma anche delle implicazioni “comportamentali” che si porta dietro il possesso di ognuno di questi prodotti.
Difficilmente saremo mossi dalla tentazione di osservare quotidianamente l’andamento del fondo pensione, più rigido e macchinoso nella componente riscatto, cosa decisamente più semplice da fare con un ETF il cui pregio (e anche difetto per certi investitori) è quello di poter essere liquidato con un semplice clic non appena il desiderio di agire prende il sopravvento nella nostra mente. Con tanti saluti alla pianificazione di lungo periodo.
Ma possiamo comunque tentare di fare un confronto con un esempio.
Meglio investire in ETF o in fondi pensione?
Sono abbastanza convinto che alla prima occhiata della tabella qui sotto riportata la prima conclusione alla quale è facile giungere è meglio investire in proprio con ETF.
Ovviamente ho dovuto ricorrere a una serie di assunzioni di base come la quantità di capitale investito, l’aliquota fiscale del contribuente e quella sui guadagni dell’investimento, oltre che la tassazione finale del fondo pensione dopo gli anni di permanenza.
Ho creato due simulazioni. La prima a 20 anni e la seconda a 35 utilizzando come rendimenti composti proiettati nel futuro quelli medi degli ultimi 20 anni. Ovviamente l’utilità è solo quella di fare un esercizio di valutazione non certamente di considerare questi dati come attendibili per il futuro.

Nella sfida a 20 anni tra un ETF bilanciato 80/20 e i fondi pensioni aperti il vantaggio fiscale compensa lo svantaggio in termini di rendimento.
Nella simulazione il rendimento composto di un ETF bilanciato 80/20 risulta più alto di quello indicato nella prima tabella perché la tassazione del 26% sulle azioni e 12,5% sulle obbligazioni arriva tutta alla fine (il vantaggio appunto dell’interesse composto non tassato durante il periodo).
Nonostante questo innegabile vantaggio la minor base investita penalizza il risultato finale dell’investimento in ETF rispetto al fondo pensione aperto che si porta a casa, utilizzando i dati medi storici di rendimenti a 20 anni, un valore di quasi 14 mila euro superiore ai quali andrebbero sommati gli oltre 2 mila euro di imposta di bollo pagate dall’investitore in ETF.
Utilizzando come rendimento dei fondi pensione quello medio dei fondi negoziali il vantaggio si dilaterebbe.
Ma cosa succede aumentando il periodo e quindi riproponendo la stessa simulazione su 35 anni?
In questo caso l’investimento in ETF recupera terreno e supera la media dei fondi pensione aperti grazie proprio al fattore tempo che permette alla magia dell’interesse composto di compensare il minor importo investito nell’ETF e un vantaggio fiscale di deducibilità maggiore per il FP visto che si presume che nell’arco di così tanto tempo il lavoratore starà più tempo nello scaglione Irpef più elevato (ho ipotizzato una media del 32% sui 35 anni e del 29% sui 20 anni).

Come si vede dalla tabella il gap che si produce a vantaggio dello strumento indubbiamente più liquido e flessibile come l’ETF si dilata con il passare del tempo.
Anche in questo caso almeno 10k di imposta di bollo andrebbero sottratti a questa differenza che comunque confermerebbe il vantaggio dell’ETF rispetto al fondo pensione aperto che, come abbiamo già visto all’inizio di questo articolo, ha nei costi la sua zavorra principale.
Se sostituissimo i rendimenti del fondo pensione aperto con quelli medi dei (pochi) fondi negoziali il risultato tornerebbe in equilibrio (considerando le imposti di bollo come onere a carico dell’ETF non riportati nella tabella).

E qui secondo me si arriva al nocciolo della questione. Ovvero i difetti che ha in corpo il secondo pilastro previdenziale.
Qualche proposta di miglioramento del secondo pilastro previdenziale
Bassa deducibilità fiscale, interesse composto zavorrato da una tassazione annuale, costi (per i fondi pensione aperti) e scarse qualità di gestione.
Risolvere questi nodi renderebbe, pur al lordo delle rigidità dello strumento, il fondo pensione un eccellente mezzo per guardare con maggiore serenità al periodo del “retirement” affiancandolo a quel risparmio privato che naturalmente non può fare a meno dell’invenzione finanziaria del secolo, ovvero degli ETF.
Ma siccome la speranza che la politica si accorga in fretta dell’opportunità e della necessità di migliorare l’intero panorama dei fondi pensione italiani è l’ultima a morire, riprendo 8 proposte che qualche settimana fa ho pubblicato sul mio profilo LinkedIn per rendere migliore e soprattutto attraente il prodotto fondo pensione.
1) Maggiore (e obbligatoria) trasparenza. Non pretendo quella degli ETF, ma per tanti FP è impossibile conoscere anche solo i primi 10 titoli in portafoglio o l’esposizione geografica. E invece ti rifilano spesso e volentieri l’AA del benchmark.
2) Meno gestione attiva e più ETF. Bisogna essere sinceri, la gestione dei FP non è affidata ai migliori gestori del mondo e siccome il mercato fa quasi sempre meglio anche dei migliori gestori, allora dateci gli ETF.
3) Poter scegliere l’asset allocation del portafoglio (anche 100% azionario se decide che fa per me) avendo la certezza che sarà quella, senza classi “alternative” e porcherie varie non desiderate.
4) Zero tassazione sugli utili e soprattutto via quella reliquia barbarica dell’imposta applicata ogni fine anno.
5) La deducibilità massima attuale è la stessa di quasi 25 anni fa, ovvero 10 milioni delle vecchie lire. Anacronistico. Oggi 5.164,57€ equivalgono a 8.240€ in termini di potere d’acquisto attuale. Alzatela subito!
6) Eliminare le differenze nelle commissioni di gestione tra fondi aperti e chiusi (sui PIP no comment) imponendo un cap massimo. Perché gli stessi gestori e probabilmente gli stessi portafogli dovrebbero applicare commissioni differenziate per classe di FP?
7) Obbligare la Covip alla pubblicazione dei dati di rendiconto di tutti i fondi pensione entro un tempo massimo misurabile in 1-2 mesi. Quelli utilizzati in questo articolo sono usciti ad inizio luglio.
8) Aumentare la flessibilità del FP in uscita indicando una data (diciamo 55 anni, 60 anni, altro ?) che permetterà ad ogni lavoratore informato di poter optare per trasformare in rendita vitalizia il capitale versato subito, oppure restare fino a quando lo desidera valutando pro e contro della cosa.
Buon investimento e buona pensione.

In Italia, per costi e performance, ci sono solo due fondi pensione acquistabili: Allianz Insieme o Amundi SecondaPensione. Tutto il resto è davvero deludente, basta consultare il sito di Covip su costi e performance per vederlo chiaramente.
Lorenzo, tematica quella appena affrontata molto interessante ed estremamente attuale.
Il fondo pensione probabilmente ha due vantaggi estremi su tutto, che forse è stato anche il motivo per cui molto tempo fa è stata inventata l’indennità di anzianità o come la si voglia ora chiamare.
Sociale ed individuale, sotto un unico aspetto: fare in modo che quando termina la tua carriera professionale tu abbia veramente delle disponibilità finanziarie a cui attingere, perchè se è vero che tre ETF sarebbero più efficenti è altresì vero che sono “aggredibili” dalle tentazioni umane di venderli e spenderli per i motivi più disparati. Ecco quindi che forse il fondo pensione è un hedge di copertura su noi stessi, non tutti ne hanno bisogno ma molti credo di sì. Una forma di auto tutela. Il costo di autotutelarsi come il farsi un’assicurazione etc.
Concorso Simone, il confronto tra i due strumenti non tiene conto del fattore costo “comportamento umano” che quasi sempre zavorra la performance finale. Quindi se ragioniamo solo in ottica di numeri l’ETF vince ma neanche di tanto. Se però ragioniamo in ottica di metto da parte e non tocco, dubito che questa vittoria sarebbe tale.
Bell’articolo. Molto chiaro ed approfondito.
La domanda e’ per dopo.
Cioe’.
Ammettiamo che un lavoratore stia versando da circa 25 anni contributi ad un fondo aziendale integrativo.
Buono, cattivo.
Mal che vada ha risparmiato un enorme “tot” di tasse ed ha acquisito un altro molto interessante “tot” di contributi del datore di lavoro.
Ma poi tutto finisce.
Si arriva in fondo e c’e’ la “rendita”.
Ora le tabelle di conversione della “rendita” sembrano “tremende”. Una bella fetta di rendimenti se li prende l’assicurazione. Nessuna speranza di avere una rivalutazione legata all’inflazione.
Quindi?
Varrebbe la pena sfruttare la RITA e prendersi in poche rate il “malloppo” tassato meno del 15%?
E poi?
Che fare del “malloppo” in retirement?
Un bel 60/40 e intanto ci prendiamo i dividendi? E poi se proprio serve ci vendiamo qualche quota?
Molte volte si e’ parlato che si parla poco di “decumulo”……ecco ci siamo…..
Grazie ancora e buona settimana
Mi fa piacere che l’articolo sia piaciuto e hai centrato il nocciolo della questione. Si parla poco di decumulo anche in rete perché il terreno è talmente ampio e variegato (e soprattutto personalizzabile) che servono analisi specifiche ed approfondite. Spesso complesse e non risolvibili con il compra il tal ETF e sei a posto. Il fai da te, pur essendo la soluzione più conveniente, rischia di non essere la soluzione migliore in questa fase della vita.
Ma anche su questo (e sull’integrazione con la pensione pubblica) ci stiamo lavorando proprio per cercare di coprire al meglio quella che a un certo punto si dimostrerà come un obiettivo di gestione del patrimonio critico e cruciale.