By |Categorie: Educazione finanziaria|Pubblicato il: 4 Agosto, 2024|

Che livello di educazione finanziaria hanno raggiunto i ragazzi italiani e di quanto si è ridotto il gap rispetto al resto del mondo dopo anni di tentativi pubblici e privati di aumentare il livello di alfabetizzazione degli studenti di casa nostra?

A questa domanda ha di recente fornito una interessante risposta l’Ocse aggiornando l’indagine PISA, una ricerca che misura proprio il livello di preparazione finanziaria degli studenti 15enni e la confronta con il resto del mondo.

Un campione di 6268 ragazzi in rappresentanza di una popolazione di mezzo milione di giovani italiani che già a questa età hanno a che fare con conti correnti, carte di pagamento, spese online, paghette e regali in denaro, lavoretti saltuari, rischi di truffe, investimenti.

Come scrive l’Ocse questa ricerca fornisce “indicazioni sul livello di abilità e conoscenze legate al denaro che gli studenti possiedono, sui loro atteggiamenti, comportamenti ed esperienze con le questioni finanziarie”.

Chi legge questo blog da poco o tanto tempo sa molto bene che il tema dell’educazione finanziaria soprattutto delle giovani generazioni ci sta molto a cuore.

Tanti sono gli articoli pubblicati nel corso di quasi 10 anni di storia di questo blog dedicati proprio a quelli che mi piace chiamare giovani investitori.

In questo articolo Un’analisi sulle scelte finanziarie dei giovani in Italia, ad esempio, ho commentato una ricerca dove viene raccontato come investono i giovani italiani.

In questo altro articolo Perchè i giovani investitori sono avversi al rischio, ho invece spiegato perché i giovani hanno una grado di avversione alle perdite simile agli over 65.

Tra i tanti post ripescati dall’archivio e contenenti anche consigli operativi su come investire per i figli, tra i più recenti voglio segnalare l’articolo dal titolo “Come dovrebbero investire i nostri nipoti.  Quel mostro sacro di Charles Ellis in pochi punti elenca alcune fondamentali raccomandazioni che lui stesso ha lasciato in eredità ai propri nipoti per trasformarli un giorno in investitori di buonsenso.

Ma torniamo alla recente ricerca Ocse dedicata al livello di alfabetizzazione finanziaria dei nostri ragazzi.

L’ultima ricerca è relativa al 2022. In precedenza, sono state condotte indagini nel 2018, 2015 e 2012.

Proprio l’indagine 2015 fu quella che nel sottoscritto, padre e professionista della finanza, creò la motivazione per scrivere il libro “Come investire il mio primo euro”.

La recente indagine PISA porta con sé due notizie: una buona e una cattiva.

La buona notizia è che rispetto all’indagine del 2012 l’alfabetizzazione finanziaria degli studenti italiani è migliorata (484 punti nel 2022 vs 466 nel 2012) avvicinandosi alla media Ocse.

Si è ridotto rispetto a 10 anni fa il numero di studenti con un livello 2 di conoscenza (la scala è da 1 a 5 che definisce il più alto livello di alfabetizzazione) ed è aumentato il numero con livello 5.

La notizia meno buona è che i test del 2022 certificano un livello di alfabetizzazione finanziaria simile a quello del 2015 e del 2018.

Questo nonostante nel documento di sintesi finale troviamo scritto che “l’Italia vanta una strategia nazionale per l’educazione finanziaria, assicurativa e previdenziale dal 2017. La strategia nazionale prevede un’attenzione specifica per i giovani”.

Siamo messi meglio di 10 anni fa, ma le strategie implementate successivamente a livello pubblico e privato, sono sostanzialmente state inefficaci non avendo prodotto progressi nella cultura finanziaria dei giovani.

Le cause sono molteplici. Provo qui a citarne alcune ma servirebbero paginate intere per trattare l’argomento.

Improvvisate e disorganiche iniziative di educazione finanziaria affidate a qualche volontario motivato, oppure da “selezionati” esperti, che sull’onda di attività pubbliche e/o private hanno cercato di spiegare a piccoli e meno piccoli la loro visione della finanza personale.

Gli insegnanti, e non qualche baldanzoso e seppur ricco di iniziativa (spesso finalizzata a fare “relazione” come dicono alcuni) consulente finanziario o dipendente bancario, dovrebbero essere gli educatori finanziari dei nostri figli. Non a caso le recenti decisioni governative hanno posto l’insegnamento della materia all’interno dell’educazione civica; purtroppo, come spesso accade, senza una adeguata formazione “a monte” di un corpo docente che spesso si ritrova costretto per manifesta impreparazione sul tema a fare ricorso a competenze esterne ritornando al problema visto poco fa.

Ma tra le cause cito anche quel certo pudore che hanno ancora oggi molti genitori nel lasciare i propri figli ai margini quando si parla di soldi, quasi che non fosse affare loro finché non usciranno di casa.

Il web stesso, come ho scritto in questo articolo dedicato ai finfluencer, con la sua sempre più ingombrante presenza nella vita dei nostri ragazzi evidentemente non è stato capace di trasmettere i messaggi giusti.

Peccato, perché il mezzo di comunicazione dei social rappresenta una cassa di risonanza oggi molto più efficace di televisione e libri, ma la cui finalità raramente ha carattere esclusivamente divulgativo, rincorrendo al contrario il consenso degli algoritmi delle piattaforme e i like degli utenti, i riconoscimenti pubblicitari e sempre più spesso il tema del momento, accompagnando l’aspetto educativo dell’educazione finanziaria solo finché produce tanti clic. Business first.

Certamente leggere che meno del 15% dei ragazzi quindicenni italiani conosce i concetti di diversificazione e interesse composto spiega perché, almeno nello specifico della categoria investimenti, da adulti i nostri figli andranno incontro al rischio di fregature/errori/truffe/costi che inevitabilmente eroderanno quell’immenso vantaggio competitivo che si chiama tempo.

Continuare ad avere timore (o impreparazione) di spiegare a ragazzi in età scolastica concetti certamente più complessi che richiedono impegno ed applicazione per essere acquisiti, pensando di cavarsela, ad esempio, con tecniche di gamification divertenti ma superficiali, non può che produrre i risultati che l’Ocse ci ha appena raccontato. E il problema non è solo italiano.

Semplificare è importante per accedere anche a fasce della popolazione meno educate, ma questo vale per gli adulti.

Alle nuove generazioni dobbiamo insegnare molto di più. Andare in profondità senza aver paura di utilizzare la matematica e le sue formule. Ma anche la statistica e la psicologia in un intreccio apparentemente solo fuori luogo e invece decisivo nel sintetizzare quello che è realmente la materia della finanza personale e degli investimenti.

La timidezza nell’approcciare materie tecniche, combinata a un’era in cui si vuole essere a tutti i costi educatori pane e salame, è probabilmente uno dei difetti peggiori dell’attuale modello di educazione ai giovani italiani, visti come cuccioli da allevare senza stress, senza doveri e senza nozioni, magari demandando a qualche intelligenza artificiale progettata da non si sa chi e come, la soluzione ai problemi più complessi.

Mi dispiace dirlo, ma come in tanti altri campi (e lo dimostrano i numeri), questo modello di educazione ha e sta fallendo lasciando per strada macerie di superficialità e incompetenza. Non è un caso che i maggiori margini di miglioramenti si notano in paesi dove la scuola è orientata al merito e alla selezione, mente in Italia siamo a percentuali bulgare di promozioni. Ma sto divagando anche se il tema è decisamente collegato all’educazione finanziaria.

La mia speranza è che il prossimo test PISA contraddica la mia tesi, ma ricordo sempre che, come dimostrato da tanti studi accademici, migliore e più approfondita educazione finanziaria significa maggiore ricchezza da adulti e di conseguenza una società più benestante che può godere i frutti di una giusta e corretta conoscenza.

Buon investimento.

 

 

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