
Stiamo vivendo un’era dove la diversificazione degli investimenti, sbandierata a destra e a manca da esperti e meno esperti, fatica a ritagliarsi uno spazio importante nelle menti degli investitori.
Un’era dove il cosiddetto ritorno verso la media, altro concetto trito e ritrito su queste pagine da almeno 10 anni, appare come un ricordo sbiadito di qualche era geologica finanziaria fa, interrotta ogni tanto da irrilevanti scosse di assestamento di breve durata.
Perché mai dovrei diversificare oggi?
Perché investire in obbligazioni con rendimento atteso modesto per compensare il rischio insito nella natura del ben più redditizio mercato azionario? In fondo negli ultimi 10 anni l’azionario ha offerto un rendimento in doppia cifra contro lo zero dell’obbligazionario.
E che dire di quel +600% ottenuto investendo in un ETF azionario globale dal 2009. Suvvia, al diavolo le obbligazioni e il loro misero 3% all’anno.
Perché investire in altre aree del mondo oltre all’America visto che crescita, produttività, scoperte, accademici arrivano tutti da là?
A che serve diversificare geograficamente un investimento quando di fronte ci troviamo un mercato, quello americano, che ha reso nell’ultimo decennio il 13% annuo (in Usd), mentre il resto del mondo ha raccolto meno della metà? Al diavolo Europa, Giappone ed emergenti; basta comprarsi l’S&P500 e siamo a posto.
Perché investire in settori tradizionali quando la tecnologia ha dimostrato di essere un leader pigliatutto quanto a performance di borsa, utili e titoli dei giornali? L’ultima decade al passo del 20% annuo fa impallidire l’8% degli arcaici titoli finanziari, oppure il misero 3% (come le obbligazioni) delle utilities. E dai, mi compro le 7 sorelle e sono a posto per l’eternità.
La diversificazione oggi non attrae
Siamo sinceri. Chi oggi predica (come fa il sottoscritto) il concetto della diversificazione e del principio del ritorno verso la media lo fa appellandosi al buonsenso, alla diligenza del buon padre di famiglia, alle esperienze magare vissute di un passato che sembra essere sempre più remoto e distante dal mondo attuale dove guerre, pandemie, recessioni e tassi di interesse non riescono nemmeno a fare che il solletico a impermeabili mercati azionari.
Sono il primo ad ammettere che queste sono parole che non affascinano, non entusiasmano, non motivano l’investitore medio.
Pronunciarle appare più come un modo per pararsi il “cosiddetto” quando (forse) un giorno qualcosa cambierà, nascondendosi dietro l’innegabile incapacità nell’aver cavalcato al 100% uno dei trend di borsa più generosi della storia.
Strano invece che il sogno del mitologico alfa generato dalla gestione attiva, inteso come capacità di un singolo gestore di battere il suo mercato di riferimento in modo duraturo e persistente al netto dei costi, continui ad essere una fonte inesauribile di offerta commerciale (e quindi di domanda del risparmiatore) da parte dell’asset management mondiale (il crescente fenomeno degli ETF attivi è una evidente dimostrazione di tutto ciò).
Miti e leggende non dovrebbero essere oggetto di scelte razionali; eppure in finanza non è così. Alla noiosa ma efficace routine, preferiamo l’eccitante ma inefficace sogno. Ad una ampia diversificazione preferiamo una ben più concentrata ed emozionante gestione attiva.
E qui mi aspetto il commento puntuale che mi dirà, ma guarda che oltre il 20% dell’azionario mondiale è fatto da una manciata di società americane.

Fonte: Goldman Sachs
Vero. Ma non è colpa di quelle società se fanno molti più utili del resto del mondo.
E come sappiamo bene in borsa sono gli utili che contano, non il pedigree. Quando le altre società quotano dimostreranno di fare soldi a palate allora anche le sorelle lasceranno gentilmente il passo alle cugine, alle zie e alle nipoti.

Fonte: Jp Morgan
E, come esperto di finanza con un passato nel mondo istituzionale, secondo qualcuno avrei dovuto sapere in anticipo come sarebbero andate le cose.
Normalmente in questi casi la risposta più semplice da dare è la seguente: se lo sapessi non sarei qui a parlare con voi. Ed è vero.
Passerò per populista, ma se c’è una cosa che non ho mai capito incontrando nella mia carriera decine di trader e gestori anche di hedge fund è perché non hanno mai sfruttato a proprio vantaggio quelle strategie che dicevano essere in grado di battere il mercato con ampio margine. Con un Lombard, una leva e un pc avrebbero sistemato loro e famiglia per generazioni…se fosse stato vero.
E invece, 12 ore passate davanti a 5 monitor in open space terrificanti arredati con piante finte, alla ricerca di un decimale di prezzo che appare miracolosamente sul book di negoziazione, mentre mangi un insapore sandwich abbeverandoti di orribili caffè con a fianco colleghi magari neanche simpatici. Ecco la vita del trader che dovrebbe conoscere il futuro dei mercati. Ovviamente per tutti non sarà così, certo la maggior parte guadagna bene, lavorano tanto e possono soddisfare più rapidamente i bisogni della piramide di Maslow. Ma non è la loro strategia che li rende ricchi. E’ la capacità di vendervi la loro strategia che li rende ricchi.
Il futuro è sconosciuto. Il passato no.
Tutti coloro che parlano di finanza oggi, dai super esperti ai ciarlatani, spiegando pubblicamente le loro strategie ci regalano una certezza.
Non hanno la benché minima capacità di prevedere l’andamento futuro dei mercati. I più onesti quantificano le probabilità. I disonesti sparano a caso tanto sanno bene che prima o poi qualche cosa azzeccheranno.
E molto spesso vi diranno pure che non è nemmeno detto che in futuro le cose andranno come in passato. Grazie tante ci arrivavo anche io.
Da rappresentante della Gen X comunque continuerò barbosamente a parlare di diversificazione e ritorno verso la media.
Non perché mi ostino a non voler capire il nuovo paradigma.
Non perché mi sono reso conto che forse questo mitico rally di borsa ha avuto pochi beneficiari nel “popolo” a giudicare dall’assenza di gagliarde discussioni su esotiche azioni dal salumiere oppure allo stadio.
Lo farò perché non so prevedere l’andamento futuro dei mercati e, grazie alla diversificazione e un briciolo di sana prudenza, sono abbastanza sicuro che un giorno vicino o lontano il classico battito insignificante di ali di una farfalla non provocherà qualcosa di troppo inaspettato ai miei risparmi.
Qualcosa che non vorrei mai vedere, ma che nella mia vita da investitore purtroppo ho già visto almeno due volte in un quarto di secolo. Temporalmente meno dei gettonatissimi 30 anni con cui si etichetta il lungo periodo.
E visto che ho vissuto questi momenti quando la posta in gioco era modesta, so quanto oggi farebbe male una nuova tempesta.
Nonostante la mia temprata scorza comportamentale ci sarà sempre quel maledetto bias dell’ancoraggio mentale a ricordarmi ogni giorno che c’è stato un momento in cui ero molto più ricco. E puoi raccontarti cento volte quella fastidiosa (in quel momento) storiella che in borsa basta aspettare e i recuperi ci saranno di sicuro. Certo che ci saranno, ma se il tempo del “recovery” non fosse esattamente il tempo che mi separa dal mio obiettivo come la mettiamo?
Ho però una certezza. Quando quel momento arriverà (spero il più tardi possibile), sarà un qualcosa che troverà impreparate tutte quelle persone che grazie a questi anni di felice vendemmia sui mercati hanno scambiato la finanza come una facile rendita perpetua priva di sacrifici.
La storia dei bachi da seta, benessere e decadenza
E qui arrivo alla storia dei bachi da seta che apparentemente ha poco a che fare con gli investimenti.
L’ispirazione l’ho avuta durante un nebbioso giro ciclistico domenicale. In un borgo quasi disabitato della provincia modenese che di nome fa Campiglio, ho scoperto una targhetta semi nascosta sotto al torrione medievale. In questo cartello viene spiegata l’origine di quello che oggi è solo un gruppetto di case, ma che alla fine del XIV secolo era diventato un importante centro di commercio dei bachi da seta.
Per quasi due secoli il benessere accompagnò gli abitanti di Campiglio poi, quando le misure protezionistiche di una casata vicina mandarono in crisi il business, la decadenza prese il posto del benessere.

Incuriosito da questa storia dei bachi da seta ho fatto qualche ricerca e ho scoperto, con sorpresa, che proprio la mia città, Bologna, deve la sua prosperità passata (e in parte anche presente), al primato mondiale di produrre e commerciare bozzoli e seta raggiunto nel XIII secolo.
Un settore e una città che, sulle ali dell’entusiasmo per quella fiorente attività, non posero limiti a una crescita che sembrava infinita.
Il comune incoraggiava l’immigrazione di artigiani con elevate capacità tecniche nella produzione della lana e della seta, assicurando loro due telai in regalo, l’uso gratuito di casa e bottega per otto anni, un mutuo senza interessi per un quinquennio, l’esenzione delle imposte per tre lustri e la concessione della cittadinanza.
Per un periodo anche piuttosto lungo Bologna diventò uno dei più importanti centri tessili al mondo, gli investimenti e le fiere rendevano la città sempre più fiorente, il 40% della popolazione della città era impiegato nel business della seta.
Ma la lezione della diversificazione (e anche del ritorno verso la media) stava per calare la sua scure su Bologna.
Probabilmente a Bologna, come nel piccolo borgo di Campiglio, discorsi di qualche personaggio del tempo che invitava a diversificare i propri affari, magari riducendo le proprie aspettative dopo annate eccessivamente generose, appariva come poco moderno, quasi fastidioso. Ed in effetti questa “bonanza” andò avanti ancora a lungo rendendo quelle parole sempre più irrilevanti e inascoltate.
Nel 1683 la città di Bologna disponeva di 119 mulini da seta, per complessive 353 ruote idrauliche. La seta era ovunque.
Tra il XVII e XVIII secolo arrivò però improvviso ed inaspettato il classico battito di ali.
In Piemonte comparvero mulini più grandi e tecnicamente superiori a quelli di Bologna. La domanda internazionale di seta ristagnò, essendo divenuto di moda un altro tessuto: il cotone.
Il colpo, per una città protesa quasi unicamente verso quel settore commerciale fu economicamente duro. Chi ebbe la saggezza, la lungimiranza e la pazienza di diversificare investimenti, ricchezze e proprietà, riuscì a non farsi spazzare via da una deindustrializzazione che in poco tempo fece tabula rasa di quello che sembrava un Eden permanente. E quella diversificazione salvò la città da un declino che poteva diventare irreversibile come quello di tante altre civiltà scomparse e cadute nell’oblio.
Uno dei settori trascurati negli anni del boom della seta, quello della canapa, diventò ad esempio cruciale per la ripresa e, fino al secondo conflitto mondiale, Bologna si mantenne ai vertici europei quanto a produzione.
Il racconto non vuole arrivare a nessuna conclusione catastrofica per il mercato azionario.
Anche perché, lo ripeto, se sapessi cosa succederà domani non sarei certo qui a scrivere questi racconti misti tra storia, filosofia ed economia.
L’economia americana nei prossimi anni cederà il passo ad altre economie? Chi lo sa e comunque la capitalizzazione di borsa non riflette il Pil di un paese.
Gli USA avevano già raggiunto livelli rilevanti come oggi negli indici mondiali diverse decine di anni fa (1966 per la precisione con il 71,6% di peso), eppure ad un certo punto un lungo periodo di declino relativo ha accompagnato una nazione che sembrava invincibile.

Fonte: Banca Italia. Nel 1987 la borsa americana pesava appena un terzo delle borse globali
La tecnologia non è per forza detto che ripeterà l’esperienza del settore delle ferrovie di inizio ventesimo secolo quando monopolizzarono gli indici azionari più importanti. Ma anche le compagnie petrolifere negli anni 70 erano considerate le padrone del mondo, eppure oggi pesano per meno del 5% dello S&P500. Basta guardare i telefilm dell’epoca (per i più giovani ad esempio Dallas) e associare il filone di quell’epoca centrato su auto e petrolio alle serie super tech di oggi per comprendere che fra 30 anni sarà tutto diverso. Diverso e imprevedibile.
Borse mondiali, se la troppa concentrazione non è un difetto
No, il racconto di oggi non vuole emettere sentenze, ma solo ricordare che investire è un’opportunità incredibilmente redditizia e, a differenza di qualche decina di anni fa, alla portata di ogni risparmiatore.
Puntare tutte le proprie fiches sul cavallo da corsa più performante e promettente non è una scelta saggia. Il motivo? Rischieremmo di dissipare quell’immensa fortuna che il ventunesimo secolo ha consegnato ad ogni investitore. Ricordando qualche pillola di un mio articolo celebrativo di una delle migliori ricerche accademiche degli ultimi 20 anni, quella di Hendrik Bessembinder, sarò ancora più convincente.
- Il 58% delle azioni statunitensi negli ultimi 90 anni ha fatto peggio dei Bot americani
- Metà delle azioni ha ottenuto un rendimento buy and hold (compra e tieni) negativo
- La percentuale di rendimento più presente nella statistica (circa il 5% del totale) è -100%
- Il tempo mediano di presenza di un’azione su un listino ufficiale è stato di sette anni e mezzo
- Il 10% di rendimento annuo composto della borsa americana è stato creato da una manciata di azioni (il 4%)

Fonte: Do stocks outperform Treasury Bills? – 2018 Bessembinder
Accedere a tutti i mercati finanziari spendendo quasi nulla e senza doversi preoccupare di muovere continuamente le pedine per acchiappare gli affari migliori, correndo rischi che l’accademia definisce “non compensati” da nessun beneficio aggiuntivo, ci mette fin dal primo euro investito nelle condizioni migliori per pensare di poter realizzare tanti obiettivi di vita.
Ma la finanza è anche democratica. Ogni attore è libero di muoversi come meglio crede.
C’è chi lo farà appellandosi all’inefficienza dei mercati.
Chi lo farà sulla convinzione che nuove portentose scoperte cambieranno la vita di miliardi di persone.
Chi motivato dalla nuova strategia proprietaria che ha prodotto risultati clamorosi negli ultimi anni.
Tutti coloro che preferiranno scegliere una strada alternativa al noioso ritorno del mercato, stanno decidendo in modo più o meno consapevole di gettare al vento un regalo incredibile che il progresso finanziario ci ha consegnato tra le mani.
E se oggi avere il 100% di azioni, magari americane e magari pure tutte tecnologiche sembra essere la cosa più cool del mondo, domani il finale potrebbe non essere così dissimile da quello di quei bachi da seta sui quali i bolognesi puntarono ciecamente qualche secolo fa.
Tranquilli, l’azionario non andrà mai a zero. L’America non scomparirà. La tecnologia è qui per restare. La storia e la ragione ci dicono questo.
La storia ci dice pure che i ribassi in borsa ci sono sempre stati e che nulla e nessuno saprà mai in anticipo quando faranno capolino.

L’importante è sapere che questi ribassi non colpiranno tutte le geografie e i settori in eguale misura.
Così come è importante sapere che la correlazione 1 tra tutte le asset class alternative all’azionario (dalle obbligazioni all’oro) non ha mai avuto una durata superiore a qualche settimana.
E per questo continuerò a battere il chiodo della diversificazione negli investimenti (fatta bene però) come unico, conveniente e realistico strumento di difesa da rischi vicini e lontani che si presenteranno sulla nostra strada di investitori.
Buon investimento e soprattutto, buone feste!

Buone feste a tutti, in particolare al mio vecchio amico AW!
Tanti auguri Erreffe e grazie per essere ancora dei nostri!!