By |Categorie: Pensione|Pubblicato il: 5 Maggio, 2025|

Imparare dalla storia è importante per saper gestire nel migliore dei modi la fase di transizione da accumulatore di risparmio a quella di utilizzatore.

In un recente studio del Prof. Edward F. McQuarrie “How the 4% Rule Would Have Failed in the 1960s: Reflections on the Folly of Fixed Rate Withdrawals” sono state approfondite alcune lacune del modello più celebre del mondo di gestione del capitale privato durante il periodo della pensione anticipata o meno (o come va di moda dire adesso del “retirement”). La cosiddetta regola del 4%

La regola del 4%

Relativamente semplice da gestire questa regola prevede il calcolo percentuale del 4% del nostro patrimonio investito per il primo anno di pensione ovviamente con lo scopo di spendere quei soldi. Quindi partendo da 1 milione di euro, il primo anno avremo a disposizione per le nostre spese annuali 40 mila euro.

Nei periodi successivi il prelievo dell’anno precedente verrà adeguato all’inflazione. Ad esempio con inflazione al 5%, all’anno 2 si potranno prelevare 40 mila + 5%, ovvero 42 mila euro. E non il 4% del valore del capitale investito e valorizzato all’anno 2 come spesso si sente erroneamente citare da qualche esperto sul tema dell’ultimo minuto.

La regola rappresenta ancora oggi una pietra miliare per i pianificatori di mezzo mondo. Ha tanti difetti, ma anche il grande pregio di accendere la luce su fattori di rischio come la sequenza negativa dei rendimenti nei primi anni della pensione (o del FIRE) e dell’inflazione. Una delle cause principali del fallimento di questa strategia, esaurire i soldi prima del tempo.

Il rischio della sequenza dei rendimenti

Alcuni di questi difetti sono abbastanza noti come la rigidità della regole del 4% e l’incapacità di adattamento alle condizioni di mercato; oppure una scarsa efficacia quando applicata con dati storici diversi quelli americani.

Il Prof. McQuarrie a cui ho dedicato una corposa sezione del mio ultimo libro è però andato oltre. Ha messo sotto la lente due periodi ben precisi come gli anni 30 e gli anni 60 del secolo scorso, tempi particolarmente complessi per i mercati finanziari.

Non risparmiando stoccate ben precise al modello.

Una di queste è il non conteggio dei costi e della fiscalità in tutte le simulazioni che vengono fatte seguendo questa regola.

Costi non indifferenti non solo di ribilanciamento tra le due asset class azioni e obbligazioni, ma anche tra le singole asset class.

Non esistevano fondi indice o ETF prima degli anni 70. Non esistevano indici obbligazionari (William Bengen ideatore della regola utilizzò le scadenze a 5 anni) con impraticabili costi di ribilanciamento e rolling che avrebbero reso meno performante l’intero portafoglio rispetto a quelli che sono gli esiti oggi pubblicizzati dagli advisor di mezzo mondo.

Anche le tasse non vennero considerate da Bengen (almeno nella prima versione del suo paper) e il reinvestimento di cedole e dividendi venne assunto come evento a costo zero.

Alcuni studi quantificano i costi dell’epoca a carico di un cliente in quasi 100 punti base per transazione. A questi costi si sarebbero dovuti aggiungere gli oneri derivanti da spread tra prezzo denaro e lettera che avrebbero portato a quasi 200 punti base i costi medi per transazione. Non certo noccioline.

A CENTURY OF STOCK MARKET LIQUIDITY AND TRADING COSTS  Charles M. Jones

Quanto questo abbia inciso nel premio per il rischio richiesto dal mercato al tempo (e di conseguenza nei risultati nominali che oggi vediamo incorporati nelle medie storiche) non mi è dato saperlo. Certamente qualche effetto lo avrà avuto e certamente non migliorativo nella statistica di successo della regola del 4%.

Ma oggi viviamo in un’era particolarmente fortunata quanto a costi per transazione e forse in piccola parte questo spiega la persistenza di multipli storicamente più elevati sui mercati azionari.

McQuarrie ha cercato di ricostruire una sorta di fondo azionario e bilanciato utilizzando le informazioni di costo recuperabili all’epoca per verificare se negli anni 60 la regola del 4% avrebbe passato indenne, come certificato da Bengen, questa fase abbastanza delicata di mercato.

Fonte: E.McQuarrie

La risposta è stata ovviamente no,sia considerando le commissioni di sottoscrizione dei fondi che escludendole.

Il caso peggiore risultò il 1966 quando un 65enne esaurì il proprio patrimonio all’età di 88 anni applicando la regola.

Lo stesso McQuarrie, pur premettendo che troppe sono state le ipotesi non realistiche nello studio di Bengen, ammette che gli anni 60 hanno rappresentato un periodo eccezionale. Confermando così indirettamente (e con la premessa che del futuro non c’è certezza) che tutto sommato la regola del 4% potrebbe essere considerato un buon punto di partenza nel pianificare la fase della pensione essendo per sua natura una regola molto conservativa.

Gli anni 60, a differenza della grande depressione del 1929, furono eccezionali con rendimenti reali deludenti di tutte le asset class a causa di inflazione elevata.

Negli anni 30 la deflazione contribuì a rendere meno amaro quel periodo.

Lo stesso vale per gli anni 2000 quando il crollo dell’equity causato dello scoppio della bolla dot-com seguita da un nuovo pesante calo nel 2009, fu seguito da un recupero tanto rapido quanto incisivo con inflazione molto moderata nell’intorno del 2%.

Differenze che ancora oggi rendono gli anni 60 lo scenario peggiore della storia utilizzato per misurare il crash test di una strategia di “retirement”.

Fonte: E.McQuarrie

In un passo successivo della ricerca McQuarrie ha anche dimostrato che la presunta superiorità dell’investimento 100% azionario rimane tutta da dimostrare, ovviamente con riferimento alla fase del retirement quando il denaro comincia ad essere prelevato dal capitale investito. Ma soprattutto ha dimostrato che una eccessiva prudenza di portafoglio è una strada abbastanza spianata per andare incontro al fallimento.

100% azionario per sempre? Forse sì o forse no

Con l’appunto che il ricercatore americano ha preferito utilizzare i bond a brevissimo termine come sostituto del tradizionale reddito fisso a durata più lunga per un serie di motivazioni finanziarie e storiche, i risultati della ricerca hanno dimostrato la capacità di un portafoglio bilanciato 60/40 di aver il medesimo tasso di fallimento dell’azionario (4 casi), ma di sopravvivere un po’ più a lungo durante queste fasi eccezionalmente negative.

Quella che invece appare certa è l’incapacità degli investimenti più prudenti di saper sopravvivere nei periodi più delicati dei mercati quando l’inflazione produce danni seri al reddito fisso.

 

Fonte: E.McQuarrie

Il messaggio finale della ricerca di McQuarrie è che i dettagli contano quando si va a definire con maggiore precisione l’efficacia o meno di una strategia. Dettagli spesso trascurati dalla maggior parte delle ricerche accademiche e devo dire la verità anche in molti contenuti che oggi si trovano in rete.

Ma emerge anche l’estrema importanza di non lasciarsi cullare dalla finta sicurezza di investimenti conservativi che paradossalmente hanno dimostrato non essere vincenti nelle fasi storiche più delicate della storia.

Solo pensione pubbliche, rendite assicurative e obbligazioni indicizzate all’inflazione a certe condizioni possono fornire una sicura rete di protezione.  Naturalmente in cambio bisogna sostenere una serie di costi. E il più importante si chiama rinuncia definitiva ad una quota di capitale in cambio di certezze.

Buon investimento!

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