
Sarà stato un caso, ma ancora una volta quando in finanza qualcosa diventa troppo partecipato poi certe profezie si auto avverano. E così la frase “accidenti lo sapevo che sarebbe successo” entra nel più classico repertorio dei rimpianti dell’investitore medio.
Come non ricordare i frequenti a preoccupati discorsi di eccessiva concentrazione degli indi azionari mondiali su una specifica geografia (l’America) che hanno caratterizzato tutto il 2024. Report di grande case d’affari e guru che si sprecavano a celebrare in anticipo gli eventi funesti che avrebbero colpito i mercati a causa di questo “all in” USA.

Fonte: J.p.Morgan
Non che sia cambiato granché sotto questo punto di vista, ma quasi nessuno al tempo poneva l’attenzione su quel fattore di rischio finanziario che in pochi mesi si potrebbe portare via in modo imprevedibile anni di crescita nei profitti aziendali. Il rischio valutario.
I mercati americani alla fine non sono crollati, anzi sono oggi sui massimi storici. Eppure gli ETF sui quali siamo investiti no, quei massimi ancora non li hanno visti. E la colpa è stata quasi esclusivamente di quella valuta che si chiama dollaro americano.
Un tema inusuale su mercati sviluppati con valute relativamente stabili come quello americano, ma abbastanza normale quando si parla ad esempio di mercati emergenti. Provate a prendere un indice in valuta locale di un mercato emergente qualsiasi, tipo la Turchia e il Brasile, e poi il corrispondente ETF o indice in euro o dollari.
Per gli addetti ai lavori non risulterà una sorpresa scoprire che le borse locali “trasformate” in valuta Usd o Eur non avranno avuto lo stesso rendimento di quello realizzato in valuta locale (solitamente più basso a causa di una maggiore inflazione). Ad esempio a distanza di 10 anni la borsa brasiliana in valuta locale ha reso il 10,5%, ma convertita in dollari americani appena il 3,9%.

Fonte: Msci. Le performance dello stesso indici in Usd e Brl
Non è stato un caso se proprio in quella fase di mercato in cui il tormentone delle Magnifiche 7 (o 10) catturava la fantasia dei media finanziari, il nostro invito a mantenere la calma, fare un check up del portafoglio e diversificare l’investimento senza farsi prendere dalla frenesia, si è fatto sempre più ricorrente e convinto rispetto al solito. C’era bisogno di fare chiarezza con un approccio di buonsenso.
Qui di seguito ripropongo alcuni articoli dell’epoca che potremmo anche considerare degli evergreen.
Borse mondiali, se la troppa concentrazione non è un difetto
Perché la storia dei bachi da seta spiega bene quanto è importante diversificare

Fonte: JPM, peso geografico per capitalizzazione azionario mondiale


Coprire il cambio sul mercato obbligazionario ha invece più senso per la natura stessa del sottostante nel quale si investe, un asset finalizzato alla conservazione del capitale e non alla crescita dello stesso (escludendo quindi bond emergenti e high yield indubbiamente più assimilabili alle azioni). In questo caso l’eliminazione di un fattore di rischio non ricompensato dal mercato, tradotto in compressione delle oscillazioni al quale sono soggetti i rendimenti dell’investimento, è indubbiamente una buona cosa.
Buon investimento.



