By |Categorie: Investimento|Pubblicato il: 20 Giugno, 2022|

Diversificare gli investimenti non è stato di grande aiuto nel 2022. Siamo quindi all’alba di un cambiamento epocale che modificherà rischi e modalità della pratica di investire?

Dall’inizio dell’anno i più tradizionali indici azionari e obbligazionari stanno perdendo valore. Un investimento bilanciato globale 50% azioni – 50% obbligazioni ha una performance negativa superiore al 10%.

Il 2022 porta quindi acqua al mulino di chi dice che mettere più uova nello stesso paniere alla fine riduce le potenzialità di un investimento. Quando va bene si guadagna meno. Quando va male si perde comunque. La diversificazione non è fatta per chi vuole guadagnare con i mercati finanziari, almeno secondo i detrattori dei portafogli bilanciati.

In realtà non è così e tra poco lo dimostrerò con un esempio reale.

La storia ci insegna che le correlazioni tra asset class nel corso del tempo variano creando ogni volta lo stesso smarrimento che troviamo oggi negli investitori di fronte al “tutto perde”.

Ma andiamo con ordine.

Cosa sono le correlazioni

Il primo a parlare di correlazione è una nostra vecchia conoscenza, Francis Galton. L’inventore del quinconce, la macchina che spiegava il principio del ritorno verso la media, in un’opera del 1888 introdusse per primo il termine correlazione. In realtà è solo nel 1895 che Karl Pearson, uno dei fondatori della statistica moderna, porta all’attenzione del mondo la correlazione tra due variabili.

Come ci dice Wikipedia

in statistica, una correlazione è una relazione tra due variabili tale che a ciascun valore della prima corrisponda un valore della seconda, seguendo una certa regolarità. La correlazione non dipende da un rapporto di causa-effetto quanto dalla tendenza di una variabile a cambiare in funzione di un’altra

Gli indici di correlazione riassumono quindi l’associazione tra due variabili.

Quando troviamo valori vicini a -1 allora significa che c’è una correlazione inversa. Se i valori sono vicini a +1 che esiste una correlazione diretta. Con valori pari a zero siamo in assenza di correlazione.

Il grande equivoco di fondo è che non possiamo usare ogni correlazione per stabilire con certezza se esiste davvero un nesso causale tra le variabili in gioco.

L’esistenza di siti internet come questo ci fa capire che esistono correlazioni prossime al 100% per puro caso (o davvero credete che il consumo di mozzarella in America determini il numero dei laureati in ingegneria civile o viceversa?)

Come esseri umani abbiano un profondo bisogno di spiegare gli avvenimenti in termini di semplici rapporti causa-effetto.

L’apofenia indica proprio la tendenza di certe persone a inventare nessi tra eventi in realtà non correlati tra loro.

Il volto identificato da qualcuno su una fotografia della superficie di Marte è oggi considerato un classico caso di apofenia, ma nei casi estremi si sfocia nella stregoneria vera e propria. E gli sciamani nel mondo della finanza non mancano.

Le correlazioni non sono stabili nel tempo

Il pasto gratis della diversificazione si basa sul concetto di fondo che alcune asset class sono, nel loro andamento, decorrelate rispetto ad altre. L’esempio più classico è quello delle obbligazioni e delle azioni.

Quando queste ultime vanno male l’investitore si aspetta che le obbligazioni si muovano nella direzione opposta o quanto meno che siano in grado di proteggere il capitale. Nella maggior parte dei casi è così, ma ogni tanto il destino di diverte a rimescolare le carte.

Dal 1972 a oggi ad esempio la correlazione tra l’indice azionario americano S&P500 e i titoli di stato è stata di 0,04. Cioè assenza di correlazione.

Restringendo però il tiro a livello temporale ci accorgiamo che dal 2000 al 2022 la correlazione è inversa di -0,3 mentre dal 1972 al 2000 è stata positiva di 0,3. Nel 1994 si arrivò a +0,7, nel 2003 e nel 2012 a -0,7. Se poi ricerchiamo le radici di questo valore, dal 1927 la correlazione mensile è stata di 0,06. Assente.

La risposta alla domanda di chi si chiede se tra obbligazioni e azioni esiste una qualche forma di correlazione può essere che storicamente nel lungo periodo questa è assente, ma in archi di tempo particolari e sotto condizioni di mercato altrettanto particolari sì, esiste una correlazione. Positiva o negativa dipende.

Capisco di non essere di grande aiuto ma questa è la realtà.

Stagflazione = alta probabilità di correlazione positiva tra azioni e obbligazioni

Correlazioni positive come quelle di oggi (tutto scende) si sono viste soprattutto durante periodi di stagflazione, ovvero quei casi di crescita economica debole e inflazione in rialzo sopra le medie storiche.

Il premio per il rischio sulle azioni cresce a fronte di un Prodotto Interno Lordo (PIL) meno pimpante come del resto gli utili aziendali. Il premio richiesto sulle obbligazioni sale (quindi i prezzi scendono) per compensare la maggiore inflazione.

E così i portafogli bilanciati vanno sott’acqua, proprio come la fiducia dell’investitore riposta nel famoso pasto gratis della diversificazione.

Come ha spiegato molto bene questa ricerca condotta su mercati obbligazionari e azionari di 10 paesi sviluppati tra il 1961 e il 2013, ci sono tanti “dipende” da aggiungere all’affermazione fatta poco fa.

Se l’inflazione è “buona” perché deriva da crescita o è “cattiva” (come ora) fa differenza nella generazione degli indici di correlazione. Se siamo in un regime di bassa o alta inflazione fa differenza. Se le banche centrali sono accomodanti o meno fa differenza.

Tutti fattori che non possiamo avere sotto il nostro controllo e che soprattutto non sappiamo come e quando si materializzeranno.

Possiamo quindi accontentarci di quella media storica di lungo periodo di correlazione zero che esiste tra obbligazioni e azioni e dormire sonni tranquilli se il nostro piano è sviluppato su archi temporali superiori ai 15-20 anni.

Siccome però ho la quasi certezza di non essere stato convincente e sono certo che qualcuno proverà a convincervi che nel contesto attuale è meglio investire in costosi e spesso incomprensibili strumenti alternativi, prendo spunto dall’interessante rapporto Student of the Market di Black Rock per rubare un’idea di presentazione su come lavora la diversificazione.

La diversificazione non funziona quasi mai…tranne al traguardo

Siccome ho cominciato a lavorare nel mondo finanziario nel 2000, ricordo molto bene certi passaggi storici nei quali mi sono sentito dire (e io stesso ne ero convinto) che diversificare con un classico portafoglio bilanciato non aveva nessuna utilità.

E così ho voluto mettere a confronto da una parte i tanti periodi nei quali il “Brontolo” investitore aveva effettivamente ragione, con il risultato finale dopo poco più di 20 anni.

La sfida è tra l’indice S&P500 e un portafoglio diversificato tra azioni e obbligazioni.

Fonte: PortfolioVisualizer 2000 – aprile 2022 / 100% Us Equity = S&P500 / Portafoglio diversificato = US Large Cap (28%) Global Bonds (15%) Pacific Stocks (5%) European Stocks (12%) Emerging Markets (5%) Gold (10%) Total US Bond Market (15%) REIT (10%)

Ho contato almeno sei blocchi temporali nei quali Brontolo pensava di essere dalla parte del giusto. E in effetti i numeri sembravano anche confermare la tesi che la diversificazione degli investimenti era inutile, ma…

Ma nonostante un rendimento medio più alto per l’indice azionario S&P500 dal 2000 a oggi, il rendimento annuo composto è stato identico, anzi con qualche spicciolo in più per chi di azioni ne aveva solo il 60%. Il motivo si chiama volatilità, più bassa di un terzo nel portafoglio diversificato.

E come abbiamo visto in questo articolo la volatilità è un costo che dobbiamo sopportare per ottenere un maggiore rendimento dai nostri investimenti. Come tutti i costi si porta via un pezzettino del rendimento offerto dal mercato.

E’ molto difficile toccare con mano i vantaggi della diversificazione. Ancora di più i benefici di un portafoglio adeguato con una gestione più efficiente della volatilità.

La tabella vista poco fa quantificava in termini monetari il vantaggio di avere una volatilità più ridotta con un portafoglio diversificato.

Questo caso (che tanto estremo non è) ci racconta gli ultimi 22 anni di mercati, ma non sempre funziona alla stessa maniera. Qualcuno si divertirà a rifare i calcoli e mi dimostrerà che con altri “bilanciamenti” non funzionerebbe.

Se c’è una regola che nel lungo periodo funziona sempre è però quella che asset più rischiosi forniscono ritorni superiori a quelli di portafogli diversificati, ma con qualche pericolo in più.

Più lungo è il tempo a nostra disposizione, più le oscillazioni probabilmente faranno meno male al nostro capitale a patto di aver scelto i giusti asset di investimento. Evitare le mode che ciclicamente qualche solerte guru della finanza ci propone come dotate di elisir di eterna ricchezza è già un ottimo comportamento di buon senso. E infatti a volte qualcosa va storto come la storia recente insegna.

Con una diversificazione fatta bene e con equilibrio possiamo ridurre la volatilità (quindi i costi connessi), possedere vincitori e vinti e, come dice il blogger americano Peter Lazaroff

se c’è una parte del nostro portafoglio che odiamo, allora quello è il segnale che stiamo costruendo una buona diversificazione

Buon investimento.

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