By |Categorie: Investimento|Pubblicato il: 25 Marzo, 2024|

Uno degli esercizi più affascinanti per un consulente finanziario è indubbiamente costruire un piano di investimento. Affascinante ma complesso.

Le esigenze, gli obiettivi e anche i sogni di un cliente devono essere sintetizzati in una simulazione, possibilmente con un elevato grado di semplicità, attendibilità e successo. E qui cominciano i problemi.

I tempi, ovvero l’orizzonte temporale, non sono mai brevi. Spesso decadi dove i margini di incertezza sono tanti. Dai fattori personali fino all’evoluzione futura dei mercati finanziari. Per “prevedere” questo ultimo fattore potremmo utilizzare come base di calcolo i dati storici. Già ma quali dati?

Quelli molto positivi del recente passato per far luccicare gli occhi a un cliente e promettere improbabili ponti d’oro.

Oppure quelli molto negativi di un passato remoto per essere prudenti e conservativi, ma correndo il rischio di rinunciare a quote rilevante di potenziali guadagni (e forse anche allo stesso cliente che troverà meno affascinante la proposta).

Ma soprattutto quante sono le possibilità che il futuro ricalchi le orme del passato? Dobbiamo essere sinceri, non lo sappiamo. Le sorti del nostro patrimonio non dipenderanno da un rendimento medio degli ultimi 100 anni, ma da uno di quei tanti rendimenti medi che hanno preso forma nei blocchi temporali di 15-20 anni che si sono incastrati nell’ultimo secolo. Con sequenze diverse, con numeri forse diversi, con oscillazioni diverse. Quello che conterà per noi e la nostra vita saranno solo i prossimi 15-20 anni, non un rendimento medio storico di un secolo di mercati.

I dati storici non sono osservazioni indipendenti dalle quali estrarre probabilità, sono piuttosto delle sequenze di comportamenti di decine di milioni di persone che in modo complesso hanno interagito tra loro con conoscenze, prodotti, tecnologie differenti da quelle attuali. Ma non solo. Sono il risultato di un intreccio di eventi previsti nel modo giusto ed eventi inattesi, una delle tante combinazioni possibili che ha preso forma per come la vediamo oggi.

E poi ci sono i maledetti bias mentali. Maledetti perché solitamente sono associati a comportamenti non esattamente corretti che ci portano a decisioni inefficienti.

La storia di un investitore medio (a volte anche di un consulente) spesso si ferma ai dati cronologicamente più recenti, sovrappesandone l’importanza a discapito dei polverosi numeri del passato. Troppo difficili questi ultimi da reperire e poi talmente poco attuali da non essere credibili all’interno di un piano che guarda avanti di due o tre decadi.

La FED non era la stessa FED, l’inflazione era calcolata in modo diverso, le informazioni non erano così diffuse e capillari, l’intelligenza artificiale non esisteva, e via così.

L’incapacità di tracciare i confini di cosa è affidabile e cosa no, storicamente parlando, ci porta immediatamente al problema successivo.

Ricerchiamo chi e cosa in questo angolo di storia ha fatto meglio di altri per redigere proiezioni di futuri scenari. Gestori, asset allocation, prodotti.

Peccato che la storia ci dice anche che sono pochissimi i gestori in grado di essere persistenti e ripetitivi nella capacità di battere il mercato.

L’asset allocation spiega il 90% del rendimento di un investimento, ma due paroline non bastano per indicare quale precisa asset allocation sarà effettivamente in grado di farlo.

I prodotti finanziari potrebbe estinguersi, cambiare le loro caratteristiche o politiche di gestione, oppure non esistere ancora (vedi ETF di una ventina di anni fa).

A questo punto pensiamo di risolvere tutto con la diversificazione.

Un po’ di questo, un po’ di quello, il rischio ripartito in decine di rivoli contando su correlazioni che, la stessa storia ci insegna. stabili non sono. Stare investiti un pò su tutto ci garantirà un risultato certamente positivo, almeno questo siamo portati a pensare.

Fonte: Morningstar

Rubando però le parole a Peter Bernstein:

la diversificazione non è garanzia contro le perdite, la diversificazione è soltanto una garanzia contro i rischi di perdere tutto e subito.

E questo ci permette di guadagnare tempo. Tempo che dobbiamo saper sfruttare nel migliore dei modi.

Se vivo tra il 2000 e il 2022 e inserisco in un portafoglio le obbligazioni solo perché così sono sicuro di guadagnare quando l’azionario andrà giù (correlazione media azioni-obbligazioni USA di – 0,3), avrei una pessima sorpresa nello scoprire che oggi questa certezza è scomparsa, ripetendo uno scenario già visto nel 1970-1999 quando la correlazione tra le due asset era positiva (+0,3).

Se la storia non è lo strumento migliore (ma è utile) per pianificare il futuro e la diversificazione, pur essendo incredibilmente necessaria per gestire il rischio, non ci garantisce di arrivare all’obiettivo, allora i rendimenti attesi sembrano essere il terzo ingrediente segreto per creare un piano di investimento efficace.

Come coach finanziari anche noi con i nostri clienti utilizziamo metodi di pianificazione che danno ai rendimenti attesi un’importanza decisiva. Periodicamente aggiorniamo questi rendimenti sulla base delle valutazioni correnti dei mercati e pianifichiamo sulla base anche di questi numeri.

Ma anche in questo caso abbiamo un problema. Stiamo usando, è vero il buonsenso. Tenendo conto delle attuali quotazioni, a metriche care per le azioni o le obbligazioni corrisponderanno in futuro rendimenti attesi più modesti e viceversa. Ma ancora una volta navighiamo nell’incertezza.

Premio per il rischio atteso, Cape di Shiller, metodo di Gordon, qualsiasi strumento numerico di simulazione utilizzeremo per pianificare non avremo mai, se non forse nel lunghissimo periodo, delle certezze immediate che quelle proiezioni sono effettivamente quelle più vicine alla realtà che ci attende. E all’essere umano l’incertezza piace poco.

Pur essendo vero che alte valutazioni prospettano bassi rendimenti attesi nei 10-15 anni successivi, le eccezioni esistono, così come le condizioni attuali possono essere differenti rispetto al passato. Ma rimanere ai margini, conti alla mano, può essere molto pericoloso.

Ad esempio, un CAPE di Shiller superiore a 30 come oggi, “prevederebbe” per i mercati americani rendimenti annui reali (quindi al netto dell’inflazione) tra 0% e 2% nella prossima decade. Un abisso rispetto ai 5-7% previsti dalle medie storiche, ma molto meglio del sottozero di un investimento monetario a basso rischio al netto dell’effetto erosivo dell‘inflazione. E non è assolutamente detto che queste previsioni si riveleranno corrette.

Pochi giorni fa ho riscoperto un articolo del 2016 pubblicato su ICBS dal titolo inequivocabile “Go global”.
In quel breve racconto focalizzato sul tema home bias degli investitori, citavo il celebre e apprezzato gestore di fondi Meb Faber.
Faber prendeva il Cape di Shiller come metro di misura utile a stimare l’aspettativa di rendimento dei 10 anni successivi di una borsa USA che già allora sembrava surriscaldata.
Il Cape del 2016 era 27 e Faber prospettava un ritorno reale della borsa USA del 4% annuo, mentre per i bond si fermava al 1,6%.
Il suo suggerimento rivolto agli investitori di casa era (giustamente) di guardare altrove per ottenere ritorni superiori.
Mentre scrivo, il rendimento reale annualizzato della borsa USA dal 2016 è del 10,3% e quello dei Treasury -3,6%. Il Cagr reale annuo delle borse ex Usa 3%.
Con il senno di poi il consiglio di Faber si sarebbe rivelato non corretto, ma è anche vero che questi conti si fanno solitamente in 10-15 anni. Nella maggior parte dei casi, come dimostra il grafico qui sotto, va tutto come previsto; ma a volte no etichettando quella
previsione come grande opportunità persa se arrivata durante uno dei più coriacei e sorprendenti bull market della storia.

E lo stesso ragionamento potrebbe valere quando vediamo opportunità di maggiore guadagno su una certa asset class basandoci sulla nostra personale idea. La scelta di evitare un forte temporale potrebbe costarci un vero e proprio uragano.

E qui entra in gioco quello che io chiamo piano B e che deve essere sempre presente sullo sfondo di un piano di investimento costituito da diversificazione, gestione dei rischi, rendimenti attesi, simulazioni anche basate su dati storici.

Possiamo essere diligenti, simulare, pianificare con rendimenti attesi calcolati con metodologie avanzate e iper tecniche, ma l’umiltà di riconoscere che potremmo sbagliare deve sempre accompagnare le nostre scelte.

Forse il bello di una pianificazione sta proprio in questo. Il rendimento finale, un tasso di prelievo del capitale in pensione, il valore finale del patrimonio da lasciare in eredità ottenuto miscelando varie asset class. Tutto molto interessante, affascinante, ma tremendamente incerto.

Per questo pianificare vuole anche dire predisporre, a fianco di questo esercizio utile (ma non infallibile), una vera e propria rete di protezione che allontani l’ansia dall’investitore di turno.

Stimare ad esempio la probabilità di sopravvivenza al proprio capitale durante la pensione è un esercizio poco apprezzato e ricco di scongiuri, ma tremendamente utile.

Pagare qualcuno per assicurarsi contro un rischio talmente remoto che quasi sicuramente non ci colpirà (è quel quasi che ogni tanto ci frega) è importante.

Includere in una simulazione una sequenza di rendimenti negativi ad un certo punto del percorso, un tasso di inflazione sopra la media degli ultimi anni, l’improvvisa interruzione della capacità personale di risparmiare. Sono tutte scelte di doverosa prudenza che devono accompagnare le riflessioni di cliente e consulente.

Avere scenari diversi da quelli preventivati, orientati a un realistico ma mai eccessivo pessimismo, è complesso, costa fatica, ma è saggio e di buonsenso.

Se la pianificazione di un decumulatore deve prevedere lo scenario peggiore (vivrò tantissimo e il rischio è quello di un capitale che si esaurisce troppo presto), la pianificazione di un accumulatore deve tenere conto di evoluzione dei mercati contraria ai nostri interessi e che impediranno al capitale di crescere come desiderato.

Questo non significa che i piani sono fatti essere smentiti. Tutt’altro.

I piani sono disegnati per rappresentare una bussola ad elevata probabilità di realizzazione. Elevata non significa certa, ma nemmeno impossibile.

E a quel punto preparare mentalmente e operativamente dei piani B può offrire un grande vantaggio competitivo. Se non verranno mai rimossi dal rifugio antiatomico che abbiamo costruito tanto meglio. Ma se qualcosa dovesse andare storto (il lungo periodo è veramente lungo e ricco di insidie e incertezze) sapere che la maschera ad ossigeno scenderà automaticamente da sopra il sedile per salvare la vita mia e dei miei familiari, è un qualche cosa che regala tranquillità. E anche la tranquillità ha un “rendimento”.

Rimanere o ritornare al lavoro. Ridurre le spese familiari. Ridimensionare gli obiettivi. Vendere asset come case, beni da collezione o altro. Andare a vivere in luoghi con un costo della vita più basso. Ognuna di queste scelte ha delle conseguenze non positive, che vanno ponderate e soprattutto verificate nella loro fattibilità già nel momento in cui viene redatto un piano.

Non ce la sentiamo di tornare al lavoro dopo i 65 anni? Allora vendere (se esiste) la seconda casa considerata come asset liquidabile nel piano è una soluzione.

Non vogliamo rinunciare al tenore di vita attuale? Allora andare a vivere in un luogo dove tutto è più a buon mercato può essere una soluzione di compromesso.

Un evento tragico ci travolge. La copertura di un rischio utilizzando la leva assicurativa individuata tempo fa nel piano è un’uscita di sicurezza.

Ogni soluzione non sarà mai perfetta e soprattutto quasi mai sarà “gradita”. Il piano B viene rispolverato quando il piano A non sta funzionando e questo fa storcere il naso, in alcuni casi porta tante persone a pensare che è stato tutto inutile. Non è così.

È stato proprio quel piano finanziario vivo, completo nel limite del possibile, del quale abbiamo seguito costantemente l’evoluzione, che ci sta permettendo di mettere a terra per tempo dei correttivi contro ciò che sembrava impossibile e remoto. Non è stato tutto inutile.

Grazie a quel piano potremo consapevolmente misurare in anticipo (pur con una certa approssimazione) lo sforzo aggiuntivo da compiere per tentare rimanere sulla giusta rotta o quanto meno di avvicinarci all’obiettivo nel limite delle nostre possibilità se qualche evento negativo dovesse sconvolgere la nostra vita.

Ed è sempre quel piano che, piacevolmente, potrà rivelarci e quantificare quelle sorprese positive arrivate dai mercati finanziari e che saranno in grado di regalarci qualche anno di indipendenza finanziaria in più.

La sua esistenza, sintesi anche di tutte le correttissime considerazioni su benefici di diversificazione, asset allocation, prodotti a basso costo, storia e tanto altro, è forse il più grande antidoto che abbiamo a nostra disposizione contro l’incapacità di prevedere il futuro.

Ignorarlo per pigrizia ci farebbe perdere più di qualche punto percentuale di rendimento nel lungo periodo.

Buon investimento.

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