By |Categorie: Investimento|Pubblicato il: 2 Settembre, 2024|

Nascere in un luogo del mondo rispetto a un altro fa la differenza.

Me ne accorgo al ritorno da ogni viaggio, oppure semplicemente osservando le immagini della tv o del web.

Da italiano tendo a criticare forse troppo spesso il nostro paese, ma l’essere nato nella ricca Italia settentrionale mi ha garantito un punto di partenza evidentemente più agevole rispetto a chi ha trovato i suoi natali in luoghi del globo dove anche solo mettere assieme un pasto al giorno è tremendamente complicato.

Non solo il luogo, ma anche il periodo in cui si vive una certa fase della vita fa la differenza.

Per rimanere ai temi economici di casa nostra, pensiamo ad esempio alle generose pensioni ottenute da chi si è ritirato dal mondo del lavoro fino a pochi anni fa e le prospettive “contributive” decisamente differenti che si presentano davanti ai lavoratori che hanno cominciato a portare a casa la pagnotta lavorando dagli anni ’90 in avanti.

C’è chi è un investitore fortunato e chi meno

E poi ci sono generazioni di investitori fortunati e altre un po’ meno.

I ritorni di un investimento non sono costanti nel tempo e il periodo nel quale rimaniamo investiti fa la differenza nel risultato finale.

Almeno per azioni, obbligazioni e oro giusto per citare le principali classi di investimento.

Prendiamo ad esempio l’andamento ventennale dell’indice azionario Msci World. Indice che ricordo sempre essere privo di costi e al lordo delle tasse oltre che in ampie porzioni di tempo non investibile da nessuno.

Partendo dal 1970 (epoca nella quale questo esercizio si rivela puramente virtuale visto che per la stragrande maggioranza degli investitori non era possibile investire su tutte le azioni del mondo) e “rollando” ogni mese fino al 2023 i rendimenti nominali a 20 anni di un investimento nell’indice più diversificato dei mercati azionari, scopriamo che ci sono generazioni che hanno vissuto performance annuali su un arco temporale di 20 anni in doppia cifra e altre in singola cifra. Chi ha chiuso l’esperienza ventennale con ritorni superiori al 15% all’anno e chi con meno del 4%.

Nel mezzo la famosa “mediona” con la quale si infarciscono spesso i discorsi sulle prospettive di un investimento azionario nel lungo periodo (se consideriamo 20 anni come tale), ovvero il 10% annuo composto.

Fonte: Bloomberg e rielaborazioni dell’autore

Ma questa è una faccia della medaglia che non racconta tutta la verità.

Perché come sempre la mangiatrice di soldi, ovvero l’inflazione, ci mette lo zampino rendendo le cose peggiori di quelle che sembrano.

Ad esempio il primo punto di questo grafico, che rappresenta il rendimento annuo composto ventennale dell’azionario mondiale, esprime un generoso 12%. Ma l’inflazione americana nello stesso periodo è stata del 6,2% annuo falciando della metà il risultato finale. In Italia addirittura del 11,7%.

Un italiano, nella remota ipotesi al tempo di costruirsi da solo un indice azionario a costo zero esentato dalle tasse sui guadagni, avrebbe guadagnato zero da quello che sulla carta sembra un generoso rendimento azionario. Come cambiano vero le prospettive raccontando tutta la storia fino in fondo? Cosa che io ancora non ho fatto.

L’importanza di raccontarla tutta

La mia affermazione precedente non è infatti vera.

La lira in quel periodo si svalutò e non di poco rispetto al dollaro americano. Ed essendo l’indice in dollari Usa il rendimento stesso dell’investimento sarebbe risultato più elevato proprio per l’effetto cambio.

Altro tema, quello valutario,  spesso trascurato quando vengono rapidamente mostrate le performance storiche degli indici, ma che soprattutto prima degli anni 2000 ha avuto una importanza non irrilevante nella determinazione del risultato finale per un investitore italiano.

Un concetto, quello di rendimento reale, non semplice da comprendere, ma che anche sui mercati obbligazionari è fondamentale.

Quante volte mi sono trovato a dover spiegare (con la netta sensazione di non essere compreso) che era meglio un 1% di tassi di interesse durante il periodo di inflazione zero che un 10% con l’inflazione al 11%. Oppure che era meglio un modesto 2% sul Bund tedesco che un ricco 15% sulla lira turca.

Cosa sarebbe successo se…

Una domanda che mi sono fatto mentre scrivevo “Come investire il mio primo euro” è stata la seguente: cosa sarebbe successo se i miei genitori avessero avuto la possibilità di regalarmi un bel pacchetto di ETF azionari mondiali quando sono venuto al mondo?

Ho ripreso i dati che ho utilizzato nell’ultimo capitolo del libro, li ho ampliati temporalmente tornando indietro (virtualmente) fino al 1971.

Ho trasformato le performance di un indice azionario mondiale total return (espresso in Usd non essendo disponibile in Eur – lo so questo è un limite dell’analisi) in dati reali al netto dell’inflazione (americana per coerenza con la valuta di riferimento dell’indice). Poi mi sono divertito a vedere cosa sarebbe successo a ogni neonato fortunato destinatario di un cadeau finanziario dal 1971 al 2003 dopo 20 anni di investimento passivo.

Fonte dati: Bloomberg e rielaborazioni dell’autore

Nascere nel 1971 o nel 1972 avrebbe garantito un raddoppio del regalo di nascita in termini reali, nulla però in confronto al fratellino nato nel 1974 o alla sorellina nata nel 1979 che avrebbe moltiplicato per 6 il valore del gentile regalo.

I più sfortunati? I nati nel 1988 che alla vigilia dell’incasso videro dimezzarsi il valore del regalo archiviando l’esperienza con un “modesto” incremento reale del 54%.

La fortuna conta quando si investe denaro

Inutile negarlo. La fortuna conta. Non è determinante probabilmente nel definire il segno finale dell’operazione, ma  quando investiamo denaro l’anno dell’investimento, l’anno del prelievo e il tasso di inflazione che accompagna l’esperienza disegnano un risultato che rende certe generazioni più “ricche” di altre. Indipendentemente da asset allocation e strategie varie.  Alla faccia della media del 10% ogni anno.

Ovviamente quando si fanno questi backtest bisogna però sempre contestualizzare i periodi.

Al tempo iniziale del mio backtest ad esempio non era possibile investire in ETF negli Usa come in Italia e men che meno in tutto l’azionario globale.

Per una lunga porzione di quel tempo non fu possibile investire nemmeno in fondi, soprattutto a casa nostra.

Quando sono arrivati i fondi comuni di investimento, i salvatori della diversificazione, una corposa fetta della performance è stata poi “mangiata” da costi elevati rendendo i risultati presentati altamente improbabili.

Valuta nazionale (lira e poi euro) e inflazione domestica (Italia) potrebbero aver generato un finale diverso.

Detto questo c’è un’informazione incontestabile che emerge da questi dati.

Regalare un ETF azionario globale ai propri figli è un gesto che difficilmente si rivelerà perdente in termini nominali e reali.

Tutto vero, ma solo se  il fattore tempo verrà lasciato lavorare in santa pace senza lasciare spazio a suadenti cialtroni venditori di fumo che regolarmente cercheranno di convincere noi e la nostra prole a prendere ricche (per i cialtroni) e alternative strade.

Vie che, ormai lo sanno anche i muri, sono storicamente prive di ogni possibilità di battere un normale indice di mercato oppure un paniere ben diversificato e semplice di indici generalisti.

Buon investimento.

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