
Quando le borse collassano, come negli ultimi giorni, raccontare a un investitore che tutto passerà è utile e inutile allo stesso tempo.
Non nego questa affermazione. È una verità assoluta e incontestabile. Non esiste crisi finanziaria nella storia moderna da cui le borse non sono uscite più forti e soprattutto rivalutate. Basta prendere un indice azionario della borsa americana o mondiale per averne conferma. Il problema di fondo sono però i tempi di recupero che nessuno conosce. Potrebbero volerci oltre 10 anni come nella decade persa di inizio millennio; oppure 2 mesi come durante la crisi pandemica. E i tempi sono fondamentali per chi investe con obiettivi ben definiti.
Se vado in pensione fra 5 anni e devo campare con quei risparmi, potrebbe non essere stato saggio credere a Scott Cederburg e al suo 100% azionario per sempre. Se invece ho davanti ancora 10-15 anni, un approccio finanziariamente più aggressivo appare essere una scelta condivisibile.
Ma non posso nemmeno negare che la stessa affermazione che tutto passerà è falsa.
Non esiste crisi finanziaria nella storia moderna priva di effetti collaterali, di tossine e cicatrici lasciate nelle menti e nei portafogli degli investitori, anche quelli più colti e preparati. Chi ha vissuto i primi 10 anni del ventunesimo secolo (per stare su tempi che tutti conoscono) può testimoniarlo.
Il motivo è molto semplice.
La storia è un libro ormai chiuso che ha emesso le sue sentenze rassicuranti.
Abbiamo statistiche di ogni tipo su correzioni, mercati orso, mercati toro, recuperi, rendimenti composti a 5, 10, 20, 30 anni. Di qualsiasi indice, geografia, settore. Eppure, non ci convincono fino in fondo.

Il futuro è un libro chiuso di cui non conosciamo il contenuto. E l’ignoto spaventa più del conosciuto, da sempre. E così, spesso, troviamo convincenti certe visioni apocalittiche perché sollecitano nella nostra mente la necessità di difenderci, di proteggere noi e le nostre ricchezze.
Benvenuti a Trumpiland
Quello che sta succedendo sulle borse negli ultimi giorni, inutile negarlo, per intensità è stato registrato solamente altre tre volte nel secolo corrente. E i precedenti non sono incoraggianti.
Un calo del 20% dei mercati azionari globali in soli tre mesi lo ritroviamo nel 2020 (Covid), nel 2008 (fallimento Lehman), nel 2002-2003 (scoppio della bolla dot.com).
Se vogliamo vedere l’aspetto positivo della cosa è che questi eventi sono arrivati oltre la metà o addirittura alla fine della caduta.

Msci World Euro
Il micidiale uno due delle borse post annuncio dei dazi da parte di Trump, ha provocato un ribasso capace di resettare le performance dell’ultimo anno.
A distanza di 3 anni l’investitore italiano che ha messo soldi sull’azionario mondiale si porta ancora a casa ancora un egregio 5% annuo (un titolo di stato europeo mediamente rendeva all’epoca l’1,2%), a 5 anni uno spettacolare +13% (un titolo di stato europeo mediamente rendeva all’epoca meno dello 0%).
Legittimo pensare, sai che c’è, con questa situazione porto a casa e poi vediamo. Da legittimo a corretto però ne passa di acqua sotto i ponti.
Ai tempi della vittoria di Trump le borse americane veleggiavano attorno ai 5700 punti, e dopo un illusorio rialzo cullato da promesse di meno tasse e più crescita, il mercato si è ricreduto riportandosi circa un migliaio di punti sotto. Era solo novembre 2024, non un secolo fa. Le prospettive che quel nuovo parco giochi che di nome fa Trumpiland sembravano offrire erano troppo ghiotte per non essere colte. Ma siccome i mercati sono quasi sempre efficienti, appena hanno fiutato l’aria (e l’inganno) hanno cominciato a correre verso l’uscita di sicurezza.
Sarebbe sciocco da parte mia negare che un evento, l’annuncio americano di imporre tariffe doganali su tutta la merce in ingresso negli Stati Uniti, ha sorpreso i mercati. I quali non hanno fatto altro che il loro mestiere. Prendere i numeri, traslarli nei futuri (minori) utili delle società quotate, e abbassare i prezzi di mercato delle azioni.
Le borse americane stanno entrando quindi in bear market, sarebbe il terzo orso in meno di 5 anni.
Il bear market è arrivato. E adesso?
Facciamo un gioco
Sapendo con certezza che nei 5 anni successivi i mercati avrebbero vissuto ben 3 mercati orso (quindi tre ribassi superiori al 20%), cosa avreste fatto il primo gennaio 2020 con 100 mila euro in mano?
Suvvia, siamo onesti. Nessuno avrebbe comprato azionario. La maggior parte di noi si sarebbe parcheggiata in cash a tasso zero (all’epoca) o BTP a tasso semi zero, lasciando passare i 5 anni con l’obiettivo dato per certo di entrare in borsa a prezzi migliori. Sbagliando.
Nessuno avrebbe scommesso 1 eurino sul fatto che le borse mondiali avrebbero invece guadagnato in quei 5 anni il 9% all’anno.
Questo non significa che il prossimo lustro andrà nello stesso modo, ci mancherebbe.
Significa però che tentare di prevedere l’imprevedibile è esercizio destinato spesso al fallimento. Lasciandoci nell’illusione che ci saranno momenti migliori per investire sui mercati finanziari. Anche conoscendo il futuro.

Certo non giova all’umore sapere che i 6 precedenti casi in cui le borse USA hanno perso il 10% in due sedute consecutive richiamano periodi non certamente esaltanti. Onestamente bisognerebbe però anche dire che alcuni di essi sono stati seguiti da generosi guadagni. E non possiamo nemmeno fare eccezione alla regola di cosa succede ai nostri risparmi investiti se perdiamo i migliori 10, 20 o 30 giorni di un mercato durante un certo numero di anni. E magari oggi o domani potrebbero rivelarsi uno di quei giorni.

Credo però possa essere utile una brevissima digressione sulla causa scatenante di quello che sta per diventare un bear market (mentre sto scrivendo questo articolo le continue news intrise di caos in arrivo da Trumpiland mi impediscono di proclamare con certezza l’evento, quindi teniamoci la sorpresa).
Non esiste rendimento senza rischio
Dal 1928 le borse americane hanno reso il 10% annuo ma con una correzione media intra annuale del 16%, più o meno come in questo 2025.

E il rischio, inteso come oscillazioni dei prezzi, è prerequisito necessario per avere rendimenti superiori a quelli offerti dalla liquidità.
Ogni tanto il rischio, sotto forma di ribasso dei prezzi, bussa alle porte e sta a noi decidere se accettarlo o meno.
Inutile comunque girarci troppo intorno, stavolta la causa del ribasso è chiara, si chiama Donald Trump e la sua politica commerciale che nessuno capisce (forse nemmeno lui), contraddittoria, confusa e autoritaria. Soprattutto grossolana.
Quello che Trump ha chiamato “il giorno della Liberazione” si è presto trasformato nel “giorno della Liquidazione”, con pesanti cali nelle borse di tutto il mondo che non si aspettavano misure così drastiche e punitive. Soprattutto punitive per gli stessi americani che pagheranno il prezzo più alto se il resto del mondo non si piegherà ai voleri di Trump.
Infischiandosene di ciò che disse l’ex Presidente americano Ronald Reagan, Trump ha deciso con una serie di mosse di tagliare il cordone ombelicale, non solo con la globalizzazione dei mercati, ma anche con chi avrebbe potuto aiutarlo in quella fase condurrà l’americano medio verso una nuova (e presunta) età dell’oro.

Gli alleati occidentali, dall’Europa, al Giappone, fino al Canada oggi non vedono più gli Stati Uniti come partner a cui delegare in bianco la propria sicurezza e prosperità. E quando all’incertezza si somma la sfiducia, la matassa si fa più intricata da sbrogliare.
Chissà, forse un giorno diremo che Trump aveva ragione e riconosceremo il suo ruolo di grande statista. Oppure lo malediremo perché ha spazzato via decenni di collaborazione, scambi culturali, idee, business, ricchezza e sicurezza.
Il piano di azione presentato da Trump con il supporto di un cartonato illeggibile in una fredda e ventosa Washington, è stato qualcosa di semplicemente imbarazzante.
Per la forma, per la claque di una classe operaia americana illusa dalle promesse del tycoon di ritornare determinante (ma che in una settimana si ritrova con un fondo pensione azionario che vale il 25% in meno), ma soprattutto per l’output finale: i dazi.
I dazi sono una tassa che ogni americano pagherà per finanziare deficit di bilancio ormai insostenibili. Bilancio commerciale e bilancio federale gonfiati da politiche economiche che, con il senno di poi, potevano essere gestite in modo migliore.
Non voglio ripetere concetti che avrete già ascoltato da altri commentatori ben più autorevoli del sottoscritto, ma la mitica formula che apparentemente sta dietro al calcolo scientifico dei dazi ha due difetti di fondo.

La mitica formula di come si calcola la percentuale di dazio applicata da Trump ad ogni paese
Il primo. Le fonti da cui ha preso ispirazione la formula sono paper di una manciata di economisti semisconosciuti nel mondo accademico, certamente non di primo livello.

I paper accademici ai quali si ispirano le politiche commerciali di Trump
Il secondo difetto. Dietro la formula abbastanza rozza e smascherata nel giro di qualche minuto dall’impietosa macchina social con tanto di sbertucciamento globale, c’è una base di numeri completamente inventati.

Il formulone si riduce ad un rapporto tra due numeri senza logica
Dazi sulla Cina al 34% (poi gentilmente rispediti al mittente da Pechino con analoga mossa), dazi vicini al 50% sulle scarpette Nike prodotte in qualche umido magazzino vietnamita che Trump ambisce a riportare negli States, dazi su isole abitate da pinguini, dazi su territori di pochi chilometri quadrati che per una volta nella loro vita hanno venduto crostacei ai ristoranti chic di NY, dazi infine sull’alleato storico europeo.

Mi metto un attimo nei panni del CEO di Nike. Produrre una maglietta in Asia mi costa 5$. Aggiungo dazi al 50% e arrivo a 7,5$. Se torno in America a produrre, quella maglietta mi costerebbe almeno 3 volte di più. Quindi che faccio? Margini di utili ridotti (e infatti il mercato nell’ultimo mese ha fatto scendere il prezzo di Nike del 30%), taglio dei costi con annessi licenziamenti, calo della produzione e investimenti frizzati fino a data da destinarsi. Ma di certo a queste condizioni non torno negli States, non mi conviene.
Stesso discorso lo potrebbe fare Tim Cook con la sua Apple. Un iPhone prodotto in Cina passerebbe da un costo di 550$ a 850$. Ma pensate veramente che Apple sposterebbe in blocco tutta la produzione (catena della componentistica compresa) per spendere comunque il doppio rispetto a quello che pagherebbe in Cina o in altri paesi emergenti? Ovviamente no, l’iPhone diventerebbe inaccessibile e quindi invendibile. Come Nike, anche Apple prenderà atto di un calo di domanda, ridurrà i margini di profitto e ritoccherà i listini. Magari farà qualche mossa di maquillage per fare contenta l’amministrazione americana la quale avrà ottenuto, forse, un obiettivo. Espropriare profitti e consumi privati (quindi risparmi) per finanziare una spesa pubblica fuori controllo.

Quanto costerebbe un Apple con i dazi
E lo stesso ragionamento lo fanno nel resto del mondo. Chi me lo fa fare da imprenditore italiano di andare a produrre negli USA in questo momento storico di incertezza su tutto? Oltretutto con un boomerang di immagine clamoroso da traditore della patria. Se come azienda investo oggi in USA è perché avevo già programmato da tempo di investire su quei mercati. Come le varie Pirelli, Lavazza, Prysmian citate nelle ultime settimane. In un contesto americano che sta però diventando di recessione economica.
Ma gli europei, secondo il “Donaldone”, sono brutti e cattivi e sfruttano il “povero” cittadino americano mettendo barriere del 39% sulle merci a stelle e strisce in entrata?
Vediamo dunque i dati. Quelli ufficiali di fine 2023. Le merci esportate dalla UE verso gli USA sono state pari a 503 miliardi di dollari, importando per 347 miliardi dagli Stati Uniti. Il surplus europeo esiste ed è di 157 miliardi. Ma…
Ma gli europei importano servizi dagli Stati Uniti per 427 miliardi esportandone solo per 319. Quindi un deficit di 109 miliardi per la UE.
Tenendo conto dei servizi, la UE ha sì un surplus commerciale, ma molto più modesto di ciò che sta raccontando l’amministrazione Trump.
Già, perché proprio gli abbonamenti a Netflix, gli acquisti via Amazon, gli ETF di BlackRock nei quali investiamo, il sistema operativo di Windows, l’iPhone di Apple, il servizio d’intelligenza artificiale di ChatGpt, il servizio cloud di Google sul quale salviamo le foto di una vita, sono tutte importazioni dei cittadini europei da aziende americane.
Tutto questo in Trumpiland non esiste. Mentre il Barolo, il Parmigiano Reggiano e le Mercedes esistono, e gli americani acquistano troppa di questa merce.
Dunque se sei bravo ed esporti un buon prodotto che gli americani desiderano e apprezzano perché incapaci di farlo, o semplicemente perché lo riconoscono come eccellente, sei un truffatore e ti meriti i dazi.

Trump non ha però tutti i torti quando dice che l’Europa alza eccessive barriere su certi tipi di prodotti (ad esempio quelli agricoli). Ma omette colpevolmente tutti quei servizi finanziari e tecnologici che ogni cittadino del Vecchio Continente utilizza dal mattino alla sera.

Fonte: Ing
Quale sia lo scopo di questa strategia di Trump, obiettivamente molto rischiosa come se ne stanno accorgendo gli investitori oggi, credo che nessuno sia in grado di spiegarlo e capirlo.
I dazi da sempre favoriscono settori decotti e inefficienti dei mercati interni, incapaci di competere sui mercati internazionali. A volte sono necessari per contrastare fenomeni di dumping (vendere sottocosto per guadagnare quote di mercato), altre volte per imporre sanzioni a paesi politicamente nemici.
L’Europa su questo dovrebbe comunque riflettere molto attentamente. L’output politico scadente che vediamo oggi negli Stati Uniti è stato voluto (per la seconda volta) da cittadini che evidentemente non hanno trovato risposte migliori ai propri mal di pancia.
Se l’obiettivo di Trump, come qualcuno ipotizza, è abbattere il costo del debito americano, va sempre ricordato che i rendimenti a breve scadenza di un paese possono essere messi sotto il controllo di una banca centrale (ammesso e non concesso che Powell ceda alle pressioni da qui alla scadenza nel mandato nel 2026), ma per i rendimenti a lungo termine la questione si fa più complessa.
I rendimenti dei TBond americani, come il valore del dollaro, viene deciso in larga parte il mercato. Ricordo che quasi il 60% delle riserve globali sono rappresentate proprio da titoli americani.
Prospettive di crescita economica, inflazione, sostenibilità del debito, rating, ma soprattutto fiducia, prezzano quanto deve pagare l’America sul suo debito. Se gli Stati Uniti sono arrivati a uno sbilancio commerciale così ampio è perché i ricchi consumatori statunitensi hanno deciso di acquistare con i propri risparmi (ma anche a debito) gadget cinesi, auto tedesche, tecnologia giapponese, vino e prosciutto italiano.
Il resto del mondo ha venduto le proprie merci in cambio di un’apertura di credito agli Stati Uniti sotto forma di acquisto di titoli di stato americani.
Il peggior premier della storia britannica, Liz Truss, nella sua incredibile incompetenza ci ha insegnato una cosa. I bond posseduti dagli investitori globali possono essere messi sul mercato senza troppi problemi spedendo in orbita i rendimenti (quindi il costo dell’indebitamento e dei mutui dei cittadini), abbattendo il valore della valuta nazionale. In poche ore.
Il mercato, e quella parte di amministrazione che comincia a mostrare un certo dissenso per questa politica, potrebbero essere gli argomenti che porteranno Donald Trump a più miti consigli, cominciando a trattare al ribasso con il resto del mondo.

Non è la prima volta dal 2009 che i mercati vanno in tensione a causa dei dazi.
Risale al 2018 il primo strillo di mercato legato a questo tema. In quel caso le borse in quasi 100 giorni corressero di oltre il 20%. Per poi ricominciare a salire. Risultato, quello della correzione, oggi raggiunto in una settimana.

La fine del primo trimestre dell’anno era stato un segnale piuttosto severo con il senno di poi di quello che questo 2025 avrebbe potuto regalarci.

Stando alle statistiche storiche, quando il primo trimestre si chiude in rosso una volta su due il mercato trascorre il resto dell’anno con il segno meno. Ma anche una volta su due con il segno più.
Quindi che si fa?
La prima cosa da fare in questi momenti è un tagliando dei propri obiettivi di investimento e relativo orizzonte temporale. Capire se possiamo tollerare altri ribassi. In pratica, in uno scenario pessimistico, se ci possiamo permettere di attendere qualche anno per riprendere il percorso di crescita del valore dei nostri investimenti. Il famoso elemento di incertezza visto all’inizio, il tempo appunto.
Perché questi sono i momenti in cui si comprende se abbiamo scelto il giusto livello di rischio per i nostri investimenti.
Quello che ci possiamo permettere di sopportare psicologicamente e quello che è compatibile con i nostri piani.
Ma dobbiamo anche capire quali alternative può offrirci oggi il mercato dopo essersi già messo alle spalle la metà della correzione media storica di un mercato orso (-36%).
Le obbligazioni prive di rischio rendono oggi in Europa poco meno del 2%. Allungare la duration significa rischiare di ripiombare nell’incubo 2022.
L’oro è sui massimi di sempre.
Bitcoin in questi drammatici momenti è non pervenuto come diceva il mitico Colonnello Bernacca.
Materie prime, strumenti alternativi long short, immobili. Tutte asset class che mai hanno dimostrato in passato di saper fare meglio dell’azionario nel lungo periodo e soprattutto di essere vere e proprie bombe a orologeria in caso di recessione e/o crisi di liquidità.

Fonte: JpMorgan. Come si comportano azioni e obbligazioni durante le recessioni economiche
Il consiglio è quindi forse un pò banale ma.credo efficace: mettere di tutto un po’ nel proprio portafoglio, diversificando ovviamente con buonsenso.
Perché la storia dei bachi da seta spiega bene quanto è importante diversificare
Il caro vecchio 60/40 (o 80/20 se preferite) ha il grande beneficio di non metterci mai fuori dai giochi.
Dato per morto d asset allocators rampanti alla disperata ricerca di visibilità, ancora una volta sta offrendo il suo umile ma efficace contributo. Attutendo le perdite grazie ai guadagni o alla tenuta delle obbligazioni (ovviamente anche su quali bond andrebbe scritto un altro capitolo intero). Ma non solo.

Perdite dai massimi dei principali ETF quotati in euro
Avere una parte di portafoglio che non perde è importante, perché la tecnica migliore da utilizzare in questi casi è un banale ribilanciamento.
Se il mio 60% di azioni è diventato 55%, vendo 5% di obbligazioni in guadagno o in non perdita e compro azioni a prezzo scontato. Una volta in un secolo capita un 2022, ma non tutte le obbligazioni si sono sfracellate in quel contesto eccezionale.
Il mercato continua a scendere? Noi continuiamo a ribilanciare il portafoglio.
Se poi si aggiunge risparmio fresco, la cosa funziona ancora meglio perché risparmiamo costi di vendita e non paghiamo tasse sui guadagni se ci sono.

Il ventunesimo secolo di un 60/40
Queste operazioni di manutenzione dei portafogli rappresentano ciò che stiamo facendo in questi giorni anche con i nostri clienti in Meridian.
Nessun market timing, un occhio attento ai costi delle operazioni e se c’è risparmio nuovo da investire tanto meglio. Semplicemente comprare ciò che oggi offre rendimenti attesi più alti e vendere ciò che offre rendimenti attesi più bassi. Da sempre la strategia migliore se inglobato in un piano finanziario ben costruito.
Ribilanciando, non smantellando le posizioni. Consapevoli che la storia ci insegna che le borse potrebbero scendere ancora.
Ma anche chi investe al 100% in azioni ha oggi davanti interessanti opportunità.
Consapevoli che finora questa è la scelta storicamente (e finanziariamente) migliore dal punto di vista dei rendimenti attesi per chi almeno ha 15-20 anni di orizzonte di investimento, oggi il mondo è pieno di listini azionari non americani che stanno offrendo delle grandi opportunità a prezzi interessanti.

Fonte: JpMorgan, rapporto prezzo utili resto del mondo vs USA
Proviamo a immaginare se solo l’Europa, scaltramente e sorprendendo Trump, imponesse dazi commerciali mirati, abbandonando ideologie economico ambientaliste che avvantaggiano tutti (compreso Musk) tranne che gli europei, cominciasse a stringere accordi con Canada, Messico, Corea del Sud, Cina, Giappone, Sudafrica, India e tante altre nazioni che non vedono l’ora di compensare le perdite di fatturato con gli States con altri partner più affidabili, stabili e soprattutto ben disposti a fare affari.
Proviamo solo a immaginare quanti nuovi investimenti e immigrazione di qualità potrebbero attirare Italia, Spagna, Germania, Francia per nuovi progetti di difesa, tecnologia, automotive, agroalimentare, università e tutto quello che per necessità saremo costretti a ideare e produrre nel Vecchio Continente dopo aver delegato ad altri per troppo tempo.
Forse un sogno, ma l’Europa ha la wild card della vita in questo momento storico. Un po’ come il vecchio campione chiamato a quelle Olimpiadi a cui il fenomeno snob ha deciso di non partecipare perché non ritiene tutti gli altri alla sua altezza.
Forse non andrà così e l’America uscirà più forte da questa fase. Oppure forse tornerà a contare meno di un terzo del listino globale come negli anni 80.
Come investitori non dobbiamo fare altro che prendere atto del passaggio storico importante che stiamo vivendo, come tanti altri già visti in passato. Accettare di non sapere cosa succederà, ma al tempo stesso presidiare tutte le asset class , le geografie, i settori. Oggi con gli ETF questa opzione è semplice, poco costosa e alla portata di tutti.
Forse ci aspettano fasi negative più drammatiche, ma uscire oggi da investimenti in guadagno o in perdita avrebbe senso solo se quei soldi devono essere impiegati a breve.
Altrimenti non faremo altro che cedere ad uno perfetto sconosciuto azioni con rendimenti attesi oggi più elevati, per poi andare a comprare da un altro perfetto sconosciuto strumenti obbligazionari con rendimenti attesi reali nulli o modesti. Non mi pare un gran affare.
Se non dormiamo più la notte pagare il costo della sicurezza ha senso. Avete capito che il tipo di investimento fatto è semplicemente sbagliato.
Ma se non è così, e siamo solo preoccupati per le sorti dell’universo intero, ricordiamoci quante volte in passato i mercati hanno vissuto questi momenti tra guerre mondiali, pandemie, guerre e altro che sembrava la fine del mondo.
E nonostante tutto, a percorsi di crescita dei prezzi bruscamente interrotti, hanno fatto seguito percorsi di ripresa più lunghi ed appaganti.
Basta avere coraggio, buonsenso, umiltà e pazienza e fra qualche anno quei benefici li ritroveremo nel valore dei nostri investimenti.
E Trumpilandia sarà solo un vago ricordo del passato.

Applausi a scena aperta👏
Grazie Maurizio 🙏
articolo da leggere ogni sera insieme al rosario
Ah ah grazie Marco, meglio leggere altro la sera, consiglio personale -)