By |Categorie: Investimento|Pubblicato il: 8 Gennaio, 2024|

Va in archivio il 2023, un anno eccellente ma non straordinario. Certamente un anno generoso. Tutte le principali classi di investimento hanno infatti chiuso in territorio positivo.

Se un extraterrestre fosse sceso sulla Terra il 31 dicembre 2023, osservando l’andamento dei mercati nell’anno precedente, non potrebbe non sposare la tesi del “ritorno verso la media” (oppure quella del random walk) come predominante. Fatta eccezione per l’oro infatti, nel 2022 tutte le asset class avevano chiuso in territorio negativo. Esattamente l’opposto di ciò che è successo nel 2023.

Abbiamo visto la faccia brutta e la faccia bella dei mercati in appena 24 mesi. Ma le somiglianze non si fermano qui come vedremo dai numeri.

L’aggiornamento di una delle tavole di cui consiglio sempre di la visione, soprattutto durante l’anno quando mille tentazioni da gestore “attivo” ci circondano, è l’occasione per comprendere quanto casuale sia stato anche nell’anno appena concluso il cammino dei mercati rispetto ai periodi precedenti. E questo accade perché 10 anni sono un tempo decisamente corto per chi investe soprattutto in classi di investimento volatili.

La tavola periodica dei rendimenti, che trovate sempre disponibile nella nostra sezione risorse utili per il benessere finanziario, ci ricorda che è abbastanza inutile fare previsioni su quale tipo di investimento sarà il migliore nel 2024.

Prendiamo ad esempio l’azionario immobiliare. Negli ultimi dieci anni in quattro di essi lo abbiamo visto nelle prime tre posizioni quanto a performance, in altri quattro anni nelle ultime tre posizioni.

Ma anche l’azionario emergente per quattro volte si è piazzato nei top tre, ma per altre tre volte nei peggiori tre dell’anno.

E potremmo andare avanti anche con le altre classi di investimento.

Il biennio perduto

Facendo un bilancio degli ultimi due anni, e lasciando un attimo da parte l’esaltazione inevitabile di un 2023 tutto verde nei segni delle performance, possiamo  dire che siamo  tornati da dove eravamo venuti, in quello che si può definire il biennio perduto per i mercati finanziari.

Un portafoglio bilanciato 60% azioni 40% obbligazioni europee ha ottenuto nel 2023 una performance del 14,7%.

L’anno precedente lo stesso tipo di investimento aveva lasciato sul campo una percentuale identica.

Chi ha letto la pagina 100 del libro “Come investire il mio primo euro” che ho scritto a fine 2022, sa perfettamente che per una semplicissima questione matematica un guadagno identico alla perdita precedente non riporta mai al punto di partenza.

Il classico esempio è questo: se perdo il 50% su un investimento e poi l’anno dopo guadagno il 50% non tornerò a 100, ma a 75 con una perdita del 25% nonostante il rendimento medio sia stato del 50%. Per approfondimenti sul tema consiglio la lettura di questo articolo.

Chi avesse investito 1.000€ a fine 2021, avrebbe festeggiato (si fa per dire) il Capodanno 2022 con un capitale sceso a 853€. Con il recupero del 2023 si ritroverebbe all’alba del nuovo anno con 979€, quindi 21€ in meno rispetto alla partenza. E non ho caricato l’investimento dell’imposta di bollo, dovuta all’erario indipendentemente dal risultato finale.

Quindi si riparte sostanzialmente dal 2021?

No anzi, il triennio perduto!

No, purtroppo mi tocca dare una delusione perché tre annate di inflazione piuttosto molesta ci hanno spinto ancora più indietro.

Manca ancora il dato ufficiale di fine 2023 (a novembre l’inflazione italiana annua è risultata di +0,7%), ma ricordo che nel 2022 se ne è andato l’11,6% del potere d’acquisto degli italiani e nel 2021 quasi il 4%.

Traduzione di queste percentuali. Senza fare nulla i 1.000€ di fine 2020 avrebbero oggi un valore di poco superiore a 862€ in termini di potere d’acquisto. O se preferite ciò che costava 1.000€ a fine 2020 oggi richiederebbe circa 1.160€ per essere portato a casa.

Ridisegnando quindi le performance correttamente in termini reali, quindi depurate dall’inflazione, abbiamo il triste responso.

La positività del 2023 non sarebbe granché intaccata da un’inflazione modesta, ma il pessimo andamento del 2022 risulta ancora peggiore di quel film dell’orrore che avevamo già messo in archivio, con l’unico segno più dell’oro che si trasforma in segno meno quando aggiustato per l’inflazione.

Nulla si è salvato nel 2022.

Fortunatamente le banche centrali, che qualcuno dall’alto della sua competenza criticava aspramente dicendo che avevano perso il controllo della situazione, hanno posto un argine all’inflazione.

Partendo con 1.000€ avremmo avuto bisogno di 1.115€ per comprare lo stesso bene o servizio di fine 2021, ma con un portafoglio bilanciato ci ritroviamo oggi, dopo un passo indietro (2022) e un passo avanti (2023) con 979€ in tasca. Obiettivo protezione potere d’acquisto non raggiunto.

Per un portafoglio bilanciato non riusciremmo ancora ad essere sopra il valore di partenza nemmeno partendo da fine 2020 e questo a causa del combinato inflazione e zavorra che di nome fa investimento obbligazionario. Chi ha preferito dare maggiore peso e fiducia all’azionario si trova oggi sostanzialmente immobile ai valori di fine 2021 in termini reali, ma in guadagno in termini nominali.

Cosa è successo negli ultimi 30 anni

La tabella che segue getta uno sguardo più approfondito sulle performance a 2, 5, 10, 20 e 30 anni delle tre principali asset class per un investitore.

Azionario, obbligazionario globale a cambio coperto e oro.

Assieme al rendimento annuo ho indicato anche i numeri di volatilità e quale valore avrebbero assunto 100 mila euro investiti al momento della partenza con questi rendimenti (al lordo delle tasse, ma al netto dei costi trattandosi di ETF).

Per completezza di analisi ho inserito anche l’inflazione media italiana nel periodo e quanti euro servirebbero oggi per avere lo stesso potere d’acquisto dei 100 mila euro di partenza. Le celle colorate indicano gli investimenti che sono sotto se aggiustati per l’inflazione.

Elaborazioni dell’autore. Dai al 30.11.23. Fonte: Curvo.eu, Bundesbank

Considerando che negli ultimi due anni, per stare al passo con il potere d’acquisto, avrebbe richiesto un investimento in crescita oltre i 114 mila euro, allo stato attuale per obbligazioni e azioni il biennio è da considerare perduto, mentre l’oro ha mantenuto il potere d’acquisto dell’investitore.

Ma tirando un bilancio a cinque anni l’azionario torna però a galla e lo rimane fino ai trent’anni; l’obbligazionario acquistato 20 anni fa a malapena mantiene il potere d’acquisto senza nessun premio aggiuntivo.

Altro aspetto interessante quello che riguarda la sfida tra oro e azionario globale.

Vent’anni sono certamente un orizzonte lungo per ogni investitore e l’oro in questa finestra temporale ha fatto meglio delle azioni mondiali.

A distanza dei classici 30 anni l’azionario globale torna però vincente confermando la validità della tesi che vuole il mercato azionario come la classe di investimento più redditizia nel lungo periodo.

Fonte: Portfoliovisualizer

Personalmente preferisco sempre considerare l’investimento azionario come scelta preferenziale rispetto all’oro.

Il metallo giallo ha storicamente una maggiore volatilità (ma neanche tanto) che è da tenere in dovuta considerazione soprattutto quando l’obiettivo si avvicina.

La mia preferenza per l’azionario è influenzata da quei dividendi che il metallo prezioso non ha nel suo DNA, dividendi che vantano un ritmo di crescita medio storico del 5% all’anno rendendo questo strumento una rendita eccellente e in progresso nel lungo periodo.

Regalare però monetine d’oro ai propri figli, come ha fatto il sottoscritto nei primi sei anni di vita, non è un’eresia finanziariamente parlando.

Valutazioni attuali e aspettative di rendimento

Fin qui ho usato un tempo verbale passato, ma cosa ci aspetta per il futuro?

Ovviamente, come ormai scrivo all’inizio di ogni anno, non ci è dato saperlo e sarebbe inutile formulare qualsiasi tipo di previsione.

Cosa potrebbe accadere  la è ben sintetizzato da questa infografica, pur con la visione limitata e parziale che la storia della borsa americana ci ha mostrato fino ad ora.

Ovviamente gli analisti per non sapere né leggere né scrivere si mettono nel mezzo dell’ideale curva a campana. Ma la realtà è che nessuno sa dove si posizionerà la casellina 2024.

E quanto tempo i mercati hanno passato in certi territori è facilmente visualizzabile nella tabella che segue. Come sempre investire deve fare i conti con la probabilità e con il tempo disponibile.

Fonte: VisualCapitalist

Si può (e si deve) però ragionare sulle aspettative attualmente incorporate nelle valutazioni attuali di azioni e obbligazioni.

Esercizio utile per capire in che ambiente stiamo navigando e pianificare di conseguenza, non certo per fare calcoli precisi di quanti soldi avremo a disposizione nel 2034 o nel 2044 visto che le variabili fuori dal nostro controllo sono tante. E come la tavola periodica ci ha mostrato, imprevedibili nei loro movimenti ed effetti.

Il primo punto che solitamente tendo a guardare con attenzione nei primi giorni dell’anno riguarda la valutazione dei mercati azionari.

Il CAPE, ovvero il rapporto tra prezzo e utili normalizzato per il ciclo economico ideato dal premio Nobel Robert Shiller, è una delle metriche che tende ad essere tra le più utilizzate e correlate (ma con margini di approssimazione rilevanti, come vedremo tra poco) ai futuri rendimenti di un investimento azionario.

L’utilità del CAPE è quella di fornire rendimenti attesi reali, quindi già depurati dall’inflazione permettendoci di ottenere un risultato attualizzato in termini di potere d’acquisto.

Fonte: Barclays

Il grafico mostra che a fine 2023 le valutazioni sono molto differenti nel paniere delle borse mondiali, oscillando tra il 10 della borsa cinese e il 30 della borsa americana. Nel mezzo c’è l’Europa.

Traslando questi numeri in un azionario globale che dovrebbe sintetizzare il tutto, abbiamo un CAPE di poco superiore a 25. Invertendo il rapporto prezzo utili, in utili su prezzo otteniamo un rendimento atteso per la prossima decade nell’ordine di quasi il 4% reale.

Un dato che va sempre rapportato a quello di un paniere di titoli di stato europei oggi posizionato attorno al 2,6% di rendimento a scadenza. Che guarda caso è un rendimento solo leggermente superiore alle attese di inflazione del mercato nei prossimi anni.

Fonte: J.P.Morgan

Questo sembra anticipare un rendimento reale pari a zero o poco sopra per il mercato del reddito fisso.

Per gli investitori in obbligazioni oggi la situazione è decisamente migliore rispetto a quella di ieri (ci voleva poco) con tassi di interesse più elevati.

Questo, nonostante le minusvalenze (potenziali) accumulate negli ultimi tempi sui prodotti obbligazionari, significa in prospettiva ritorni più alti di quelli che ci si poteva aspettare a fine 2021. Una buona notizia.

Fonte: Vanguard

Buone notizie per chi vuole conservare il capitale, ma chi vuole farlo crescere dovrà volente o nolente dirottare le sue attenzioni su un mercato azionario che storicamente non tratta oggi a multipli particolarmente generosi.

O meglio non lo fa su alcune mercati come quello americano. Ma anche qui meglio oggi che due anni fa e, visti i risultati recenti delle borse USA, non mi sembra proprio il caso di abbandonare la nave a stelle e strisce.

Fonte: J.P. Morgan

Un rendimento reale del 2/2,5% sembra quindi essere l’aspettativa più realistica e conservativa per un classico portafoglio bilanciato azioni-obbligazioni nell’arco dei prossimi 10-15 anni di investimenti. Ovviamente se tutte le aspettative incorporate attualmente nei prezzi non fossero disattese.

Ma le sorprese, si sa, sono sempre dietro l’angolo sui mercati e gli investitori potrebbero piacevolmente essere ricompensati come accaduto negli ultimi decenni che profetizzavano premi decisamente più modesti sull’azionario.

Riprendiamo la nostra tabella dei rendimenti storici di azioni e obbligazioni e facciamo un’altra riflessione.

Negli ultimi 10 anni le borse mondiali hanno offerto un rendimento annuo composto del 11% in un ambiente con inflazione media poco sotto al 2%. Il rendimento reale del 9% si scontra con il 5% promesso da un CAPE che si posizionava poco sopra 20 nel 2013.

Giusto per aggiungere un ulteriore informazione, sul mercato del reddito fisso un Bund nel 2013 offriva un rendimento a scadenza del 2%; inflazione ripagata e nulla più.

Elaborazioni dell’autore. Dai al 30.11.23. Fonte: Curvo.eu, Bundesbank

Ma andiamo ancora più indietro con il backtest, anche se entriamo in un territorio dove l’incertezza delle previsioni è sempre più alta.

Nel 2003 il CAPE a 22 prometteva un rendimento reale del 4,4% per i 10-15 anni successivi. Non siamo andati lontani, ma neanche vicinissimi con un rendimento reale effettivo del 6,2% (ma dopo 20 anni), comunque sempre piacevolmente superiore.

Se l’azionario appare quindi la forma di investimento in grado di offrire ancora oggi solidi rendimenti reali positivi per far crescere il valore dei nostri soldi, rimane l’annosa questione di dove geograficamente investire visto lo stradominio americano che con le sue azioni pesa ormai per oltre il 60% degli indici mondiali.

Stiamo evidentemente vivendo momenti senza precedenti, almeno dal dopoguerra a oggi, con il rapporto di forza relativa favorevole all’America che sta toccando livelli “stellari” (ma non record).

Certamente potrebbe andare avanti così ancora per tanto tempo, ma come ho dimostrato nel capitolo 12 del mio ultimo libro, la storia è piena di periodi in cui il resto del mondo fa meglio dell’America. E chissà se il 2024 non potrebbe proprio essere l’inizio di uno di quei periodi.

Un passaggio di quel capitolo può essere utile per ricordare che, magari al prezzo di una volatilità più alta, il grafico qui sopra ci dice che ha senso stare investiti in modo diversificato e globale, oggi ancora più di ieri. Negli Stati Uniti, ma non solo.

Dal 1900 a oggi gli Stati Uniti hanno offerto agli investitori un rendimento reale annuo sulle azioni del 6,6%, circa due punti percentuali in più rispetto al resto del mondo.

Dal 2009 la forza della borsa a stelle e strisce non è mai stata messa in discussione in termini relativi. Però in 120 e passa anni sono successe anche altre cose che le medie non raccontano.

Ad esempio, che dal 1900 al 2022 su archi temporali decennali le borse americane sono state vincenti rispetto a quelle non USA solo nel 59% del tempo.

Dal 1970 al 2008, su una scansione temporale di 20 anni, le borse non americane hanno fatto meglio di quelle statunitensi.

Dal 1950 al 1989 i rendimenti reali annui delle borse USA sono risultati inferiori del 2,6% rispetto a quelli delle borse non USA.

Dal 1968 al 1982 le borse americane hanno perso in termini reali lo 0,1%. Le borse ex USA nello stesso periodo hanno realizzato un progresso del 3,6% reale annuo.

Dal 2000 al 2009 le borse americane hanno perso il 2,2% reale all’anno. Quelle non USA hanno guadagnato l’1% annuo.

Chi si sente “protetto” nell’investire esclusivamente in azioni americane, dovrebbe riflettere attentamente su altre fasi di mercato storiche dove gli Stati Uniti non sono certo stati protagonisti.

Ad esempio, nel biennio 1973-1974 le azioni americane lasciarono per strada il 74% del loro valore, quelle globali il 47%.

Restare concentrati a livello di investimento su un singolo paese non è mai una buona idea, anche se questo paese si chiama Stati Uniti. Almeno se il nostro metro di confronto è il resto del mondo. La diversificazione paga sempre nel lungo periodo.

Mai dare per scontati certi equilibri è il messaggio di fondo che arriva anche da 2 mila anni di storia dell’economia…

Conclusione

Come si dice ogni inizio anno i mercati finanziari si presentano difficili, complicati, quasi mai con offerte epocali servite su un piatto d’argento.

E come ogni fine anno ci troviamo a commentare risultati che sono diversi da quelli previsti.

Il bello e il brutto dei mercati finanziari sta tutto qui. Nella loro imprevedibilità, ma anche nelle ricompense che sono in grado di fornire a chi crede nel progresso dell’umanità nel lungo periodo.

Stare fermi in attesa di chissà che cosa (le scuse si trovano sempre) non è mai una buona idea.

Cercare disperatamente l’investimento giusto che cavalca il miglior cavallo dell’anno non è mai una buona idea.

Fare un tagliando su dove siamo, dove vogliamo arrivare o come stiamo pensando di arrivarci e in che tempi, in una sola parola pianificare, è sempre una buona idea per guadagnare in consapevolezza e, si spera, in benessere finanziario futuro.

Buon 2024 e buon investimento!

7 Commenti

  1. Nico 10 Gennaio 2024 at 15:47 - Reply

    Buongiorno, faccio i complimenti per l’ottimo articolo. Spero di non estremizzare e semplificare troppo il discorso, ma mi pare di capire che se qualcuno, naturalmente avvezzo a tollerare la giusta dose di volatilità, volesse difendere il proprio patrimonio e quindi il proprio potere di acquisto dovrebbe orientarsi soprattutto verso l’azionario. Una cosa che poi faccio fatica a comprendere riguarda il famoso orizzonte temporale. Esattamente a quanto corrisponde? Se dovessi andare in pensione fra 10 o 20 sarebbe immediatamente identificabile, ma se ci andassi oggi? Corrisponderebbe alla differenza tra oggi e un’ipotetica data x di fine vita? E quindi cambierebbe l’esigenza e basterebbe obbligazionario a copertura della sola inflazione, se il capitale fosse già sufficiente? Vi ringrazio anticipatamente e saluto cordialmente.

    • Lorenzo Biagi 10 Gennaio 2024 at 15:57

      Ciao Nico e grazie per il commento. Ovviamente se si disponesse del capitale sufficiente, con obbligazioni statali (non solo italiane) indicizzate all’inflazione si creerebbe il classico portafoglio free risk per chi vuole vivere di rendita sereno senza grandi incertezze.
      Naturalmente con una struttura adeguata per ottenere rimborsi periodici. Non è semplice però e nemmeno esistono tanti titoli in circolazione per realizzare la strategia al 100%. L’investimento azionario serve per creare quel capitale di cui non si dispone, proteggendolo dalla perdita di potere d’acquisto.
      L’orizzonte temporale è esattamente quello della speranza di vita + un cuscinetto di emergenza se dovessimo essere più longevi + quello che dobbiamo lasciare a chi sopravvive (moglie, marito o altro) + eventuale eredità. Ecco perché andando in pensione a 65 anni una quota parte di azionario ha comunque sempre molto senso.
      Se ti può essere di aiuto ti consiglio la lettura di questo articolo https://investireconbuonsenso.com/2022/09/19/il-rischio-di-vivere-troppo-e-risparmiare-troppo-poco/

    • Nico 10 Gennaio 2024 at 22:27

      La ringrazio

  2. erreffe 8 Gennaio 2024 at 17:34 - Reply

    beh..che dire…tanta robbbba ;) chapeau! per curiosità, il mitico portafoglio MadeinAW ha subito qualche cambiamento nel frattempo? cari saluti!

    • Lorenzo Biagi 8 Gennaio 2024 at 20:32

      -) grazie mille erreffe! Che dire, cerchiamo di tenere il passo con la sempre maggiore concorrenza in questo campo.
      Il ptf AW? Sì qualche piccola modifica l’ha subita nella composizione soprattutto delle small cap per via delle nuove conoscenze acquisite nel tempo dal suo autore negli anni -). Ma la struttura rimane quella tutto sommato.
      Ti posso dire che il rendimento composto dal lontano 2015 si mantiene attorno al 4,75%, il che con un 35% di bond e le mazzate del 2022 lo ritengo un risultato eccellente e soprattutto in linea con gli obiettivi che in quel lontano 2015 tu (e pochi altri) hai letto fin dagli albori.

    • erreffe 9 Gennaio 2024 at 12:07

      sei troppo modesto..nel poco tempo che posso dedicare alla materia..vedo che hai fatto passi da gigante (come d’altra parte hai sempre meritato), ti leggo dappertutto e ti vedo linkato sempre ovunque come fonte autorevolissima..e ne sono personalmente felice! ma spero vada sempre meglio, perchè accontentarsi??
      ps non ho capito bene il discorso sulle scv?? presumo tu le abbia eliminate!?
      un caro saluto

    • Lorenzo Biagi 9 Gennaio 2024 at 12:36

      Grazie, lascio sempre agli altri giudicare, mi pare giusto così. Tema SC, non le ho tolte, anzi, diciamo che le ho modificate andando nella direzione degli studi di Fama French sul 3 factors model. E le small cap value sotto questo punto di vista sono un ottimo modo per catturare quelle analisi che ovviamente solo il futuro ci dirà se sono ancora attuali o meno.

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