
Progettare un piano di decumulo del capitale finanziario risparmiato durante la vita lavorativa si sta trasformando rapidamente da sogno a necessità per una buona parte della popolazione italiana.
Persone che cominciano, volenti o nolenti, a fare i conti con una realtà previdenziale pubblica decisamente sfidante che richiede fin da subito azioni individuali molto più incisive e scomode rispetto al passato.
Gli incentivi a non prendere in mano “la pratica” previdenziale stanno progressivamente diminuendo a causa ad esempio di aspettative di vita più alte, calo demografico, bassa crescita economica, elevato debito pubblico, inflazione medico-sanitaria superiore a quella generale e altro ancora.
Ci troviamo quindi al cospetto del cosiddetto terzo pilastro previdenziale.
Un capitale che un tempo veniva destinato, almeno nelle intenzioni iniziali, a sfizi ed eredi, oggi tende ad assorbire una fetta rilevante del futuro reddito previdenziale con il quale garantirsi un adeguato tenore di vita.
Il terzo pilastro va ad affiancarsi al primo (la pensione pubblica) e al secondo (il fondo pensione privato con contributo datoriale quando presente) nella costruzione di un percorso finalizzato a mantenere o addirittura accrescere il proprio tenore di vita futuro durante la pensione.
Ma anche a chiudere in anticipo, rispetto ai requisiti di legge, la pratica lavorativa guadagnando prima del tempo la cosiddetta indipendenza finanziaria.
Quello che quasi nessuno racconta di un piano di decumulo
C’è però un argomento che quasi sempre viene liquidato con la frase “al lordo della fiscalità e di cui bisognerà tenere conto” quando viene trattato il tema del famoso tasso di prelievo del capitale (o withdrawal rate all’americana) di cui fa ad esempio parte la celebre regola del 4%.
4%, è veramente il numero magico nel mondo FIRE?
Le zavorre della regola del 4%
La domanda sorge sempre spontanea. Ma percentualmente sul 4% di prelievo quanto inciderà la tassa sui redditi finanziari?
La risposta non è banale e nemmeno semplice da dare.
L’errore più comune è pianificare un -26% rispetto alla quota prelevata periodicamente se l’investimento è in azioni e -12,5% se in obbligazioni (in questo caso le obbligazioni corporate sono trattate però al pari delle azioni quanto a tassazione).
Una scelta che, se fatta consapevolmente, rende certamente molto più prudente la pianificazione che avrà maggiori probabilità di successo. Il progetto si baserà infatti su importi di spesa futuri più bassi a causa di una fiscalità che però non avrà mai questa incidenza, fatti salvi i casi di futuri inasprimenti delle aliquote. La tassa sui guadagni su azioni e obbligazioni è un tassello non irrilevante da considerare. Potrebbe addirittura avere una rilevanza tale da far apparire il piano insostenibile, costringendo il futuro pensionato, giovane o anziano che sia, a ridurre le pretese di spesa annua in fase di pianificazione. Costringendolo ad esempio a risparmiare troppo, oppure a spendere troppo poco in previsioni di uscite sovrastimate.
L’impatto della tassazione dei guadagni, oltre a non essere immutabile nel tempo, è comunque difficile da pianificare con anni di anticipo in quanto dipendente anche dall’andamento dei mercati finanziari.
Se guadagneremo tanto sui nostri investimenti l’incidenza (non la singola aliquota) fiscale sulla singola quota di capitale prelevato sarà percentualmente più alta.
Se guadagneremo poco sugli stessi investimenti la gabella risulterà più contenuta; ogni “stacco” di capitale conterrà una elevata quota di risparmio rispetto alla quota di utile finanziario.
Di una cosa siamo però certi.
Zero tasse sulle rendite finanziarie si pagheranno solo in caso di perdita sull’investimento (ovviamente non considerando la solita imposta di bollo annuale dello 0,2% sul capitale investito dalla quale rimangono esclusi ad esempio fondi pensione e polizze assicurative di ramo primo).
Il 26% di tasse sui guadagni su un capitale investito nel tempo non sarà mai (ribadisco fino a quando non cambierà la legislazione fiscale) la percentuale di impatto fiscale applicabile sul monte prelievo di ogni anno o mese che sia.
Ma andiamo con ordine.
Nemmeno nel mondo dei blogger americani si riescono a trovare molti contenuti che trattano in maniera sufficientemente dettagliata il tema dell’incidenza del fisco sul prelievo in fase di “retirement”. E se si trova qualcosa di utile, bisogna sapere che la fiscalità statunitense applicata ai guadagni sugli investimenti è decisamente differente da quella di casa nostra rendendo lo studio poco utile per la maggioranza dei lettori di questo blog.
E così ritorniamo al quesito iniziale.
Quanto mercati e fortuna incidono sulla strategia di decumulo
Di quel famoso 4% che preleviamo dal nostro capitale ogni anno, quanto percentualmente sarà di competenza fiscale? E quanto denaro realmente ci rimarrà in tasca?
Domanda classica alla quale ho tentato di dare una risposta partendo da due casi semi reali (a breve spiegherò perché semi).
Il primo caso fa riferimento a un investitore che ha deciso di iniziare a prelevare seguendo la regola del “4%” nel momento apparentemente migliore per i suoi investimenti; ma peggiore per il suo piano di decumulo. Ovvero il 2000, all’apice della bolla internet.
Il rischio della sequenza dei rendimenti
Il secondo caso posiziona invece la sua linea di partenza in un momento storico peggiore quanto a valorizzazione del capitale e capacità di spesa annuale, ma decisamente migliore per la sostenibilità del piano. L’anno 2003.
I differenti livelli di prelievo in valore assoluto di partenza, ovviamente più alto per il 2000 e più basso per il 2003 essendo calcolato il 4% su valori diversi, ci insegnano anche che essere bravi nell’investire bene negli anni precedenti (ma anche fortunati) è importante. Ma altrettanto importante sarà gestire in maniera flessibile la strategia di decumulo per arrivare al traguardo senza esaurire il capitale troppo in fretta.
Ho ipotizzato di costruire la base di capitale nei 20 anni precedenti con un classico Piano di Accumulo su azionario globale da 10k l’anno.
Prima ho scritto che l’esempio è semi reale. Questo perché ho dovuto necessariamente utilizzare i dati di un indice (Msci World) combinandoli a quelli di un ETF nel momento in cui lo stesso è atterrato ufficialmente sul continente europeo (2007).
Semi reale anche perché ho applicato la tassazione vigente oggi sugli utili finanziari (26% su azioni e 12,5% su obbligazioni statali) trasversalmente su tutto il periodo coperto anche se in realtà non è proprio andata così.
Lo scopo del backtest non è comunque andare a identificare chi ha avuto successo o meno nel piano di decumulo, ma capire quanto il prezzo medio di carico degli investimenti accumulati nel tempo abbia rappresentato un fattore fondamentale per calcolare abbastanza agevolmente l’effettivo impatto fiscale sulla parte del capitale che ogni anno dovrà finanziare le spese durante la pensione.

Il primo esempio di piano di decumulo: 2003-2023
Cominciamo dal primo caso, quello in cui si accumulano quote di azionario globale per 20 anni dal 1983 al 2002 per poi decumulare al ritmo del 4% aggiustato per un’inflazione media del 2% nei 20 anni successivi (2003-2023). Ovviamente se e solo se il mercato consente di arrivare in fondo senza depauperare tutto il tesoretto.
Il secondo caso è analogo nel metodo, ma l’accumulazione si concretizza dal 1980 al 1999 e il decumulo dal 2000 al 2023 (anche se vedremo che non sarà proprio così).
L’esito della simulazione che vedremo tra poco è ovviamente influenzato dal comportamento del mercato post, ma anche pre, fase di decumulo.
Se i guadagni durante i 20 anni precedenti il momento dell’utilizzo reale del capitale come fonte di spesa sono stati molto rilevanti, l’incidenza fiscale percentuale sull’importo prelevato tenderà a essere maggiore negli anni del decumulo (ogni quota di ETF venduta avrà una competenza di utile superiore a quella del capitale risparmiato e quindi ci avvicineremo sempre più a una “invasività” del 26%).
Se invece il prezzo medio di carico risulterà più vicino a quello di vendita perché i mercati hanno vissuto una fase di stagnazione nei prezzi (l’esempio più fresco è la prima decade del ventunesimo secolo ricordata come decade persa), ecco che l’incidenza fiscale percentuale sul prelievo tenderà a essere sempre più lontana dal 26% previsto sui guadagni azionari.
Nel caso di un decumulo che comincia nel 2003, un PAC ventennale avrebbe portato nella realtà ad un raddoppio del capitale investito (200k). Conoscendo il prezzo medio di carico pari a circa la metà del prezzo della prima vendita del 2003, per ogni quota liquidata determineremo il netto decurtando di circa il 13% l’importo complessivo lordo (questo è il reale effetto fiscale per nettizzare il prelievo lordo).
Andiamo ancora più nel concreto con un semplice esempio.
Ipotizziamo che, vendendo 1 quota di ETF, soddisfiamo i nostri bisogni di spesa.
Ipotizziamo sempre che il prezzo medio di carico dell’ETF è pari a 10€ e il prezzo di vendita della stessa quota è di 20€. Nel momento in cui liquideremo quella quota incassando 20€, il 26% verrà applicato sul guadagno, quindi 20-10= 10 *26% = 2,6€.
Sul teorico 20€ lordo di prelievo, 2,6€ rappresenterà l’impatto fiscale percentuale (13%).
Naturalmente questa percentuale si muoverà nel corso degli anni per effetto del variare dei prezzi di vendita successivi. Ad esempio per il periodo 2003-2023 mediamente questo impatto fiscale è stato del 18,7% (19,7% pesando per gli importi prelevati).
Questa percentuale ci permette quanto meno di avere un parametro di riferimento nel momento in cui si andrà a pianificare l’importo necessario per sostenere il periodo di vita con il capitale privato. Che non sarà mai importo lordo meno 26%.
In caso di prelievo effettuato tra il 2003 e il 2023 seguendo la regola del 4%, a fronte di un ipotetico piano ventennale di 413k, il risultato reale (quanto avremmo potuto effettivamente spendere da lì in avanti) si sarebbe ridotto al netto della tassa sui guadagni a 334k.
Stime appunto, come stime potrebbero essere quelle che ci dicono di quanto sarebbe stato abbattuto il tasso di prelievo lordo (il famoso 4% del primo anno) per effetto della gabella fiscale sugli utili.
Mediamente la decurtazione sarebbe stata di circa lo 0,7% (oscillando tra 0,5% e 0,8%) rispetto a un tasso di prelievo che mediamente nei 20 anni è stato del 3,7%. Ricordo infatti che il 4% vale solo per determinare il primo importo di prelievo che poi si aggiusterà in valore assoluto per effetto dell’inflazione e in percentuale sul capitale investito rimasto disponibile.

Fonte dati: Bloomberg, justetf.com, Bull&Bear, rielaborazioni dell’autore
Per la cronaca a fine 2023 il capitale residuo al netto di tutti i prelievi e fiscalità sarebbe stato di 1 milione di euro. Obiettivo raggiunto.
Il secondo esempio di piano di decumulo: 2000-2023
Lo stesso test è stato ripetuto utilizzando i dati di un piano di accumulo condotto tra il 1980 al 2000 sempre su azionario globale, e di prelievo nelle stesse modalità per i successivi 23 anni.
Nel caso precedente il primo “assegno” veniva decurtato per circa il 13% a causa del fisco; nel secondo test il primo pagamento da uomini finanziariamente liberi vede un’incidenza percentuale del 21%. Una discreta variabilità che spiega perché è così difficile definire con certezza in fase di pianificazione l’impatto fiscale.
Anche il test 2003-2023, quello che parte con 13%, raggiungerà la quota del 21% di impatto fiscale sul tasso di prelievo, ma più avanti nel tempo e grazie alla crescita di valore dei mercati azionari che hanno visto nel tempo allontanarsi sempre più il prezzo di vendita dell’ETF dal prezzo medio di carico.

Fonte dati: Bloomberg, justetf.com, Bull&Bear, rielaborazioni dell’autore
Il motivo di queste differenze all’atto del primo prelievo è presto detto.
La distanza tra prezzo di vendita e prezzo di carico di una quota di ETF era molto più ampia nel 2000 grazie alla bolla speculativa di quegli anni sulle dot com che aveva fatto decollare il ritorno degli investimenti. E infatti lo stesso capitale di 200k messo da parte con piano di accumulo di 10k l’anno, si sarebbe trasformato a inizio 2000 in oltre 1 milione di euro (rispetto ai 400k del caso precedente).
Quando l’anno di nascita determina le sorti di un investimento
La regola del 4% prevede un calcolo basato sul capitale disponibile e ovviamente il nostro amico investitore si sarebbe affacciato al nuovo millennio con un gruzzoletto ben più alto di quello accumulato da colui che cominciava il percorso del decumulo nel 2003.
Questo avrebbe consentito all’uomo o donna del 2000 di prelevare più soldi per godersi la vita rispetto all’uomo o donna del 2003.
Ma questo, senza aggiustamenti in corsa, sarà anche la causa del suo fallimento.
Perché i più ricchi falliscono senza contromisure
Nel 2017, dopo aver consumato 670 mila euro pagando tasse per 166k, mestamente l’esperienza di chi si è ritirato nel 2000 si sarebbe infatti chiusa con il capitale privato azzerato.
La sequenza negativa dei rendimenti, combinata ad un tasso di prelievo troppo elevato e al pagamento delle tasse (3 anni abbondanti di spesa), avrebbe esaurito le risorse finanziarie. Il nostro investitore sarebbe così sopravvissuto al capitale finanziario. Uno dei fattori di rischio più rilevanti, soprattutto durante la vecchiaia quando ritornare al lavoro è opzione alquanto complessa da mettere in campo.
Per completezza ho ripetuto lo stesso test con gli identici parametri su un investimento obbligazionario in euro (nel periodo 1983-2002 e come proxy ho utilizzato un rendimento del 6% annuo) sempre sfruttando un ETF reale quotato dal 2007 che investe in obbligazioni statali in euro.
Dopo 20 anni di prelievo il capitale residuo sarebbe rimasto praticamente identico a quello di partenza al netto dei prelievi. L’incidenza fiscale su ogni rata annuale sarebbe stata mediamente del 8% (ricordo che sui titoli di Stato attualmente è applicata una fiscalità sui guadagni del 12,5%).

Fonte dati: Bloomberg, justetf.com, Bull&Bear, rielaborazioni dell’autore
Conclusione
Per fare una sintesi finale possiamo dire che:
– L’esigenza di prevedere con precisione in fase di pianificazione il reale importo netto che andremo ad incassare nel corso della fase di decumulo del capitale non può essere soddisfatta con precisione certosina. L’andamento dei mercati finanziari durante il periodo del decumulo, ma anche il prezzo medio di carico che suggellerà il termine della fase di accumulo, sono infatti due variabili determinanti nel definire la corretta incidenza percentuale del fisco sull’importo lordo di spesa stimato. Che sarà variabile di anno in anno.
– Il 26% (o il 12,5% per le obbligazioni statali e sovranazionali) non saranno mai le percentuali corrette da scontare a un ipotetico tasso percentuale di prelievo. Questo perché per ogni quota di fondo/ETF venduta avremo una quota parte di capitale risparmiato (non tassata) e una quota di guadagno (tassato). Più la quota di guadagno sul capitale investito sarà ampia è più l’aliquota fiscale percentuale si avvicinerà (senza mai raggiungere) al 26% (o 12,5% per i titoli di stato).
– Il 4%, o la percentuale che verrà applicata in qualsiasi pianificazione, rappresenta una percentuale e di conseguenza un valore al lordo delle tasse. Non tenere conto dell’impatto fiscale che inevitabilmente abbasserà la percentuale del cosiddetto safe withdrawal rate, significa sovrastimare le capacità di un piano di prelievo e sottoporre chi ha deciso di vivere di rendita a un significativo rischio di sopravvivere al capitale.
– Alcuni back test possono essere utili per tentare di approssimare qualche percentuale di impatto fiscale mediamente applicabile a ogni prelievo futuro. Il valore non sarà mai preciso, ma quanto meno risulterà utile per risparmiare e spendere con maggiore consapevolezza.
– Alla luce di quello che abbiamo scritto molti (se non quasi tutti) i back test della letteratura americana sui tassi di prelievo sono da considerare stime eccessivamente ottimistiche quando calate nella realtà italiana.
– Banale dirlo, ma ogni piano è strettamente “personale” e richiede calibrature e aggiustamenti difficilmente standardizzabili. Utilizzare ricette precotte non rende visibili sfumature che in certi periodi della vita fanno la differenza tra il successo e l’insuccesso di certe scelte finanziarie. Per questo motivo ogni nostro cliente dispone di un piano di navigazione finanziaria personalizzato costantemente aggiornato e che tiene conto anche dell’impatto fiscale nel definire la sostenibilità futura del percorso.
Buon investimento.
