By |Categorie: Pensione|Pubblicato il: 24 Giugno, 2024|

Una larghissima parte degli articoli scritti in lingua italiana che si trovano sul web a tema finanza personale e investimenti parlano quasi esclusivamente di strategie di accumulo della ricchezza.

Gestione attiva, passiva, robo-advisor, ibrida con fai da te incluso e tanto altro.

Tutti metodi di investire che hanno in partenza obiettivi più o meno definiti di medio e lungo termine e complessità diverse a seconda della strategia adottata.

Più queste strategia vengono dipinte come complesse e spesso maggiori saranno le offerte “a catalogo” dei corsi offerti dal comunicatore di turno.

A volte si tende a scadere nel banale, dipingendo come estremamente semplice investire denaro e tralasciando diversi aspetti che solo l’esperienza di chi ha vissuto (e non solo studiato) una porzione comunque limitata della storia finanziaria può individuare e gestire.

Non è sempre così visto che ci sono esponenti del web piacevoli da leggere e ascoltare, ma spesso il finfluencer di turno a domanda risponderà che consulenti o esperti tendono a creare complessità dove in realtà non ne esistono. E lo farà per nascondere le sue lacune in materia, oppure perché il tempo da dedicare a certi approfondimenti non risulterebbe essere profittevole per il suo business core di creatore di contenuti. Anche su YouTube il “tasso di rotazione” è una variabile fondamentale per generare nuovi ricavi.

Il lungo periodo è destinato a diventare breve periodo

In realtà il lungo periodo che caratterizza la distanza temporale tra l’oggi e l’ideale raggiungimento dell’obiettivo, man mano che passano gli anni si accorcia diventando medio, breve e brevissimo periodo pochi mesi prima di tagliare il traguardo.

In quell’ampia fetta di articoli pubblicati sul web o sui media specializzati, la percentuale che spiega come avvicinarsi a questa fase in modo efficiente e sicura è molto bassa.  Il motivo? Non esiste una ricetta unica, le complessità aumentano e la sensibilità sul tema è ancora molto modesta visto che la maggior parte degli utenti che segue questi contenuti ha età che rendono la pratica ancora lontana dall’essere sbrigata.

Semplice (e generalizzando anche corretto) dire che comprando qualche ETF generalista tramite un piano di accumulo, muovendosi il meno possibile sui mercati, lasciando da parte le emozioni e ribilanciando ogni tanto la composizione del portafoglio, avremo scoperto la ricetta vincente.

Più complicato e meno conveniente risulta però raccontare la verità fino in fondo. Ovvero che non è assolutamente facile riuscire a mantenere quella ricchezza accumulata con sacrifici quotidiani. Anche perché la ricetta non potrà essere sempre la stessa uguale per tutti.

Senza un piano di gestione del rischio gli obiettivi possono allontanarsi

Senza un piano di investimento e, se necessario (perché non per tutti lo è), senza una strategia di progressiva riduzione/adeguamento del rischio (anche i più impavidi farebbero comunque bene a valutare la cosa), basta un 2001-2003 oppure un 2008-2009 o ancora un 2022 qualsiasi per far evaporare parecchi sogni. E ho parlato di poco meno di un quarto di secolo di storia dei mercati finanziari.

La gestione delle oscillazioni dei rendimenti è fondamentale in ogni fase dell’investimento. Anche e soprattutto in quella che comunemente viene chiamata fase del decumulo.

Dopo un lungo periodo di accumulazione di ricchezza, magari vissuta con la manetta del rischio aperta e con una buona dose di fortuna che ha permesso al nostro Braveheart investitore di arrivare dove voleva (o anche oltre), lo stesso  comincia la strategia di prelievo annuale del 4% infischiandocene delle tante critiche che le vengono ricorrentemente mosse.

Immaginiamo di essere noi quella persona.

Alla fine del primo anno, soddisfatti, preleviamo una fettina del nostro capitale faticosamente risparmiato. Consumi del passato sacrificati per moltiplicare i consumi di un futuro diventato presente.

Tutto perfetto finché quel 100% di investimento azionario (oppure come più probabile per l’investitore italico, un mix azioni e obbligazioni con elevato rischio tasso, credito o valuta infagottati dentro costosi fondo oppure polizze assicurative) che abbiamo mantenuto con metodo e dedizione concedendoci la possibilità di staccare la spina in anticipo, decide di voltarci le spalle con un crollo veloce e violento nelle sue valutazioni.

Improvvisamente la gioia lascia spazio alla preoccupazione.

Un milione di euro investito sui mercati azionari che subisce una “potatura” del 40% alla fine del primo anno lascerà in un preciso momento della nostra esistenza non solo 600 mila euro nel deposito titoli, ma soprattutto tossine emotive e dubbi su quale azione è opportuno compiere per non rischiare di veder naufragare in poco tempo anni di sacrifici e rendimenti positivi. E non stiamo parlando di eventi straordinari nel corso di una generazione. È successo e prima o poi ricapiterà. La storia è messa lì apposta per testimoniarlo.

Le domande e le risposte della storia dei mercati

La stessa storia ha però una risposta adeguata per queste preoccupazioni che non avrebbero ragione di esistere.

Dopo 10-15 anni le probabilità di aver recuperato il livello di partenza del capitale sono altissime. Altissime non significa certe, ma siccome stiamo ragionando nel campo della cosiddetta strategia “probability based” questo è sostanzialmente quasi il massimo che ci possiamo attendere. Altrimenti dovremo entrare nel campo della strategia “safety first” abbassando le ambizioni di spesa a meno di non disporre fin da subito di capitali molto elevati. La sicurezza, si sa, ha un costo.

Ma queste probabilità di recupero altissime su orizzonti temporali di 10, 15 o 20 anni sono buona cosa per chi è in fase di accumulo o di decumulo avanzato (a spanne dai 75 anni in su), ma potrebbero esserlo meno per chi è alla vigilia della pensione o ha appena avviato la strategia di prelievo. Gli orizzonti temporali appena citati in questo caso potrebbero essere decisamente troppo lunghi.

Servono quindi misure adeguate di gestione del rischio. Preferibilmente da mettere a terra con un discreto anticipo e non quando la frittata è fatta.

I pochissimi articoli che troviamo nel web sul tema (vi siete mai chiesti perché tanti fuffa guru non ne parlano quasi mai?) si dividono tra decine di strategie con i loro pro e i loro contro e con gradi di complessità crescenti.

Scegliere è difficile, soprattutto per chi non ha elevati livelli di competenze finanziarie e matematiche.

Una strategia semplice di gestione del rischio durante la fase più delicata

Tra i metodi più semplici che in questi anni ho potuto studiare con attenzione e che non saranno perfetti, ma sono sempre meglio di niente, per tutti coloro che non hanno voglia di affidarsi a file di excel e simulatori vari, ma preferiscono semplificare al massimo, ho trovato interessante la strategia proposta dall’ex columnist del Wall Street Journal Jonathan Clements.

Clements, da buon americano, è un convinto fautore del massiccio uso dell’investimento azionario anche durante la pensione ma, nonostante ciò, ritiene opportuno cominciare la fase del decumulo con almeno 5 anni di “emergenza” nel serbatoio.

L’esempio utilizzato da Clements è il seguente.

Utilizzando una banale regola del 4% di prelievo e ignorando dividendi e cedole (ma anche l’inflazione), 5 anni di investimento sicuro durante un processo di decumulo corrispondono al 20% del portafoglio. Questa fetta di patrimonio finanziario andrebbe mantenuta in strumenti conservativi e privi di rischio da utilizzare nei momenti di difficoltà dei mercati azionari per evitare di vendere in perdita o comunque a prezzi sacrificati questa asset class destinata prima o poi a finanziare la spesa quotidiana.

Ogni anno da questo cuscinetto di emergenza verrà prelevata la quantità di denaro che serve per vivere (in questo caso il 4%).

Negli anni buoni il salvagente verrà riequilibrato vendendo un po’ di azioni e eventuali obbligazioni cresciute nel loro valore. Ovviamente per risparmiare nei costi di transazione la cosa migliore sarebbe finanziare la spesa direttamente con la vendita di fondi/ETF azionari e obbligazionari lasciando invariato il cuscinetto di emergenza.

Negli anni cattivi il serbatoio non viene rabboccato in attesa di periodi più felici. Continuiamo a bere acqua fresca nei momenti di siccità confidando che questi non si prolunghino troppo.

Nel 2022 ci sarebbe ad esempio stato un prelievo del capitale senza nessun reintegro.

Il cuscinetto deve naturalmente essere costituito da investimenti profittevoli, sicuri e liquidi. Quindi conti deposito, titoli di Stato a breve scadenza, fondi e ETF monetari che possono essere venduti velocemente sul mercato.

Un’alternativa consigliata e più redditizia può essere quella di utilizzare una strategia a scala con titoli obbligazionari che progressivamente scadono ogni anno fornendo un costante approvvigionamento al decumulo programmato.

Se ad esempio il piano di decumulo partirà con un primo prelievo nel 2025, avere obbligazioni con scadenza programmata per l’importo previsto del 4% del patrimonio (quindi 2025, 2026, 2027, 2028, 2029), permetterà di attivare una strategia a rischio quasi inesistente, liquida, oggi redditizia anche in termini reali e continuamente allineata ai rendimenti di mercato. Potrebbe anche esserci spazio anche per gli ETF iBonds o comunque target date recentemente lanciati in versione corporate bond e governativi.

Con la strategia a scala negli anni buoni di mercato si venderà un po’ dell’extra cuscinetto (azioni e obbligazioni più volatili) per acquistare un’obbligazione con scadenza fra X anni qualora negli anni cattivi fosse stata intaccata la scala, un ETF a scadenza, oppure un fondo monetario per sostituire la quota prelevata.

Naturalmente tutto questo esula dalla riserva di emergenza che deve essere sempre considerata fuori dal perimetro di decumulo.

Le statistiche del mercato azionario più importante del pianeta, quello americano rappresentato dallo S&P500, ci dicono che dal 1928 a oggi le correzioni di prezzo superiori al 20%, il cosiddetto bear market, sono state 22. In media ogni quattro-cinque anni è molto probabile che l’orso si materializzi infliggendo agli investitori perdite importanti, ma temporanee. Il mercato orso nella storia quasi secolare della borsa americana è durato mediamente 339 giorni per una perdita media del 35%.

Imprevedibili nel manifestarsi (dal 2007 al 2020 non si è mai materializzato l’orso), nella durata (il ribasso più veloce è stato quello del 2020 causato dalla pandemia quando le borse persero il 34% in 33 giorni) e nell’intensità. La più dolorosa e profonda correzione risale al 1930 quando in piena Grande Depressione la borsa americana perse l’83% del suo valore in 783 giorni. La seconda e la quarta perdita peggiore sono relativamente recenti e risalgono al 2000 (bolla internet) e al 2007 (grande crisi finanziaria) quando i prezzi delle azioni subirono una potatura compresa tra il 49% e il 56%.

Impensabile prevedere questi eventi. Non tanto per il se arriveranno (la risposta è prima o poi sì), ma quanto dureranno e quanto saranno profondi.

Le medie storiche servono proprio per darci un’idea di cosa aspettarsi da movimenti negativi di mercato, non per prevedere il futuro. E servono anche per mettere in sicurezza la nostra ricchezza. Attenzione però.

La sicurezza ha sempre un costo

Prima di tutto questa “sicurezza” ha un costo che si traduce in minori rendimenti attesi dall’investimento. E se vogliamo il lato più debole della strategia di Clements è proprio questo.

Inoltre non è obbligatorio seguire questa regola (che potrebbe non piacere a tanti investitori e consulenti-promotori finanziari che vedono gli investimenti monetari come poco redditizi per entrambi). Per alcune persone le condizioni di vita, familiari e reddituali potrebbero anche essere sufficienti per evitare questa strategia. Pensiamo a chi ha fatto bene i suoi calcoli stimando entrate annuali da rendite, pensioni, interessi, dividendi e affitti, sufficienti per foraggiare l’indipendenza finanziaria. L’alternativa è tagliare il tenore di vita. In questo caso il tempo non è un’urgenza e si può attendere il recupero dei mercati. Che anche in questo caso non sappiamo quando, ma di sicuro arriverà se investiamo in modo diversificato e globale.

Clements come detto è americano e ha una predisposizione verso l’investimento azionario particolarmente elevata.

Lui stesso nel suo articolo ammette che prudenzialmente sarebbe più opportuno preparare il decumulo con un cuscinetto di 7 anni di prelievo, quindi il 28% del portafoglio. Tutto il resto potrebbe teoricamente investito in azionario e obbligazioni con rischio duration e credito. Una prudenza che condivido soprattutto oggi che il rischio quasi zero viene ben remunerato dal mercato con rendimenti reali positivi.

Una prudenza che non è associabile, come dice qualcuno, a un modo inefficiente di gestire il denaro.

È semplice buonsenso utilizzato per contrastare ciò che nessuno è in grado di prevedere sui mercati finanziari come nella vita: l’incertezza insita nel futuro.

Corazzare il portafoglio con adeguate misure preventive limiterà di sicuro danni e ansia. E pazienza se questo significherà perdere per strada un pò di rendimento non necessario.

Buon investimento.

4 Commenti

  1. Gabriel 24 Giugno 2024 at 11:41 - Reply

    Buongiorno.
    Complimenti per l’articolo e la chiarezza di esposizione.
    Chiaramente c’è una perdita di rendimento nell’utilizzo di questi secchielli di liquidità come scriveva anche lei.
    E altrettanto chiaro è che tali cuscinetti risultano inutili quando il tasso di prelievo necessario per il nostro stile di vita diventa molto basso e incide molto poco sul capitale complessivo. Insomma se necessito di 40 mila euro annui e ho un capitale di 10 milioni posso stare tranquillamente 100% azionario.
    La domanda è, a che livello di tasso di prelievo si può stimare che questa divisione in secchi diventi inutile e non sia più proficuo per un classico portafoglio 60/40 non subire zavorramenti come questo? 2%? 2,5%? Oppure lei ritiene che possa aver senso sempre? Grazie

    • Lorenzo Biagi 24 Giugno 2024 at 16:00

      Buongiorno e grazie per il commento. Premesso che ogni situazione fa storia a sè, il rilievo è corretto. Base di capitale ed esigenze di spesa fanno la differenza nel definire il tasso di prelievo sostenibile. Aggiungo però anche la durata. Un conto sono 10-15 anni di prelievo previsto, un altro 30-40 anni dove il rischio inflazione è da “domare”. Esistono tante teorie sul tasso minimo di prelievo dal 2,5% in su. Lo stesso 4% potrebbe avere senso a certe condizioni. La mia idea è che una quota cuscinetto (che non è la quota di emergenza) possa avere una sua ragione di esistere soprattutto nelle condizioni odierne in cui la curva dei rendimenti è piatta e non c’è premio per il rischio duration (oltre che con mercati azionari non a sconto). Anche qui come vede la risposta è dipende dalle condizioni del mercato.

  2. Mauro 24 Giugno 2024 at 09:34 - Reply

    Ciao. Questa analisi è la stessa che ho valutato da tempo. Tuttavia, invece di separare il serbatoio dal capitale d’investimento, preferirei avere capitale d’investimento e serbatoio insieme come un capotto di copertura che in caso di ribasso, mantenga inalterato il capitale da de cumulo. Mi piacerebbe avere una tua opinione . Grazie

    • Lorenzo Biagi 24 Giugno 2024 at 09:41

      Nel contesto attuale di curva dei rendimenti invertita (quindi nessun premio per duration bond) ha senso integrare con un piano a scala la componente sicura con quella diciamo core obbligazionaria. Le due strategie si possono tranquillamente integrare predisponendo un mix di scala, etf target date e etf standard.

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