By |Categorie: Investimento, Pensione|Pubblicato il: 6 Ottobre, 2025|

La regola del 4% è diventata ormai una specie di tormentone soprattutto sul web, dove la più celebre strategia di decumulo della storia fa ormai le veci del prezzemolo in cucina condita dall’altrettanto immancabile sigla super gettonata FIRE.

Come la maggior parte dei contenuti video, audio oppure scritti che vengono “suggeriti” a tutti coloro che sono interessati all’argomento finanza personale e investimenti da quel grande fratello che si chiama internet, la cosa non sembra essere casuale.

La maggior parte dei creatori di contenuti (o content creator come fa più figo dire oggi) rispolvera oggi il caro vecchio William Bengen nel tentativo di sfruttare la scia mediatica della recente pubblicazione del libro di colui che viene considerato l’inventore (inconsapevole) della regola del 4%.

Su queste pagine la regola del 4% è stata presentata in tempi decisamente meno sospetti, ovvero nel 2019, quando praticamente nessuno se la filava e Bengen era un perfetto sconosciuto al pubblico italiano.

La regola del 4%

Questa regola (che tale non è) nasce con la pubblicazione di un paper da parte di un consulente americano, William Bengen appunto, nel 1994.

L’autore volle dimostrare, basandosi su dati storici che partivano dal 1926 e relativi esclusivamente alla borsa americana, che era possibile far sopravvivere un certo capitale investito in maniera bilanciata tra azioni e obbligazioni prelevando ogni anno al massimo il 4,15%, poi trasformato dai media nel più agevole e usabile 4%.

Se possiedo un capitale di 1 milione di euro investito al 50% in azioni e al 50% in obbligazioni, la regoletta ci dice che stando ai dati storici posso prelevare il primo anno il 4% di questo capitale e a seguire negli anni successivi quello stesso primo “assegno” rivalutato per l’inflazione. Il tutto per 30 anni almeno senza correre il rischio di esaurire i soldi prima del tempo. Rischio di longevità (se siamo pensionati, non FIRE) in teoria azzerato.

Piani di decumulo, scenari realistici per non giocare a dadi con il destino

Ma perché il 4%?

Perché questa storicamente è stata la situazione peggiore della storia per un pensionato che ha deciso di vivere con il proprio capitale.

Lo sfortunato protagonista fu il pensionato americano del 1968. Un mix tossico di inflazione e mercati in calo nella fase iniziale del percorso di prelievo, impose infatti un tasso del 4,15% come livello massimo rimanere a secco. Prelevare di più avrebbe significato esaurire i soldi prima dei 30 anni.

In realtà paper successivi dello stesso Bengen spostarono l’asticella del tasso di prelievo sicuro (a me piace definirlo sostenibile) un po’ più in alto grazie alla diversificazione del portafoglio azionario e obbligazionario.

Inserendo ad esempio le piccole capitalizzazioni azionarie (small caps) il 4,15% di tasso di prelievo sostenibile (spesso troverete scritto safe withdrawal rate) si trasformò in 4,5%. Aggiungendo altre quattro asset class si arrivò al 4,68%.

Da qui il recente e generoso upgrade al 5% presentato da molti celebri autori di contenuti di personal finance tra i quali il bravo Nick Maggiulli che, abilmente ha giocato sul titolo di un suo recente articolo.

Abilmente, perché all’interno dell’articolo Nick confessa che il 5% non solo non è mai stato documentato da Bengen (infatti la percentuale di successo di questo tasso di prelievo è storicamente stata del 98,4%), ma richiede qualche aggiustamento.

Come, ad esempio, essere più flessibili sulla spesa.

Corretta l’osservazione, corretto richiamare la flessibilità durante il FIRE, ma sbagliata la premessa.

La deroga a una regola (non esente da critiche e migliorabile come ho scritto tante volte) pone una condizione di discrezionalità dove i comportamenti soggettivi e non oggettivi fanno la differenza. Peccato che i comportamenti dei singoli, come i loro bisogni o le sfighe della vita non sono mai standardizzabili e quindi utilizzabili per creare delle regole.

Ma soprattutto anche questa volta si è persa l’occasione di verificare quale sarebbe stato il risultato applicando costi e tasse alla regola del 4%.

Lo stesso Bengen ammette nel suo libro che la percentuale di tasso di prelievo sicuro subirebbe un ridimensionamento nel mondo reale, fuori dal laboratorio.

Fonte: https://ofdollarsanddata.com/

Ma andiamo oltre, anche perché per noi italiani c’è un altro problema. Quello valutario.

Tutte le simulazioni fatte da Bengen sono tarate sull’universo di investimento americano in dollari.

Cosa accadrebbe se trasformassimo tutto in euro utilizzando borse mondiali, titoli di stato europei e inflazione italiana?

Non si può disporre di dati che risalgono ovviamente agli anni 20 e nemmeno agli anni 60-70, le epoche in cui i tassi di prelievo sostenibili subirono le maggiori potature.

La mia idea su questo è abbastanza chiara. Ogni test rischia di diventare pura filosofia se non esistevano al tempo strumenti passivi e a buon mercato in grado di replicare le asset class utilizzate (tra l’altro nemmeno in America esistevano). Sul fronte valutario poi ci sarebbe parecchio da discutere per l’investitore italiano.

Per chi avesse voglia di scoprire alcune delle critiche mosse alla regola dal Professor McQuarrie, vi rimando all’articolo scritto a maggio La vera storia della regola del 4%.

Facendo parte di quella vecchia guardia di esperti di finanza che ha cominciato la sua carriera a cavallo tra la fine del ventesimo secolo e l’inizio del ventunesimo secolo, ritengo molto interessante tentare di capire cosa sarebbe successo ad un adepto del FIRE (oppure ad un pensionato) che avesse deciso di ritirarsi in Italia tra il 1999 e il 2003 per vivere di rendita con il proprio portafoglio di investimento.

Perché questi anni?

Perché nel 1999 si gonfiò una delle bolle speculative più spettacolari e poi devastanti della storia dei mercati.

Perché negli anni successivi si consumò non solo il dramma di un bear market sanguinoso, ma un vero e proprio decennio a causa della grande crisi finanziaria del 2008.

Perché i 30 anni non si sono ancora esauriti e possiamo osservare in diretta chi non è sopravvissuto e chi lo e a quali condizioni.

Insomma, se la sequenza negativa dei rendimenti manifesta tutto i suoi più nefasti effetti nei primi 10 anni del decumulo confermando di essere uno dei rischi più importanti per chi decide di vivere di rendita, allora abbiamo la possibilità di verificare con dati reali, investibili e in euro cosa sarebbe successo (e sta succedendo).

Soprattutto possiamo verificare se e quando la regola del 4% (e del 5%) ha avuto effettivamente successo.

Ho sempre tenuto in un cassetto mentale questo back test, senza mai eseguirlo materialmente. Dovevo ordinare un po’ di informazioni, cercare dati reali per un investitore italiano, metterli nel frullatore del simulatore per dare anche a me stesso la risposta definitiva. Risposta che adesso ho a disposizione e vado a condividere (anche con quella copiona dell’AI) forte del fatto che quei momenti li ho vissuti con soldi veri e so di cosa parlo.

Lo scoppio della bolla internet di inizio millennio è un ricordo ancora vivo nella memoria di quei cinquantenni che al tempo cominciavano a mettere da parte qualche soldino.

Tutto sembrava facile. Acquistavi un’azione tecnologica a caso e dopo poco giorni avevi raddoppiato il capitale. E via di rilancio su una nuova tech company con il .IT o .COM sempre in bella vista, in vero stile casinò. Si poteva vivere di sola finanza. Eureka!

Nasdaq Composite: anni 1997-2004, la bolla si gonfiò e poi scoppiò

Ma come tutte le bolle speculative l’aria non può entrare all’infinito e alla fine lo scoppio arriva e fa male. Gli effetti finanziari in quel caso furono devastanti con intere porzioni di listino azionario spazzate via. E investitori che non ne vollero più sapere di azioni per diversi anni.

Ma quel periodo è stato non solo un banco di prova per i portafogli e i nervi degli investitori, ma anche per le strategie di utilizzo del capitale come mezzo esclusivo o parziale di sostentamento del proprio tenore di vita.

Che di FIRE o di integrazione alla pensione si trattasse, chi all’epoca aveva un bel gruzzoletto magari accumulato proprio grazie alle fortune di borsa, poteva prendere la celebre regola del 4% di Bengen e sognare ad occhi aperti una vita di rendita facile facile.

Negli studi di Bengen, come ho già detto, mancano però alcuni dettagli importanti che mi hanno sempre lasciato nel dubbio in qualità di risparmiatore e investitore italiano.

Tipo l’utilizzo di indici internazionali e in euro.

E tipo l’applicazione di un seppur minimo livello di costi paragonabile a quello di ETF (che cominciava a muovere i primissimi passi in quel periodo).

Disponibili questi due parametri ho così deciso di vedere cosa sarebbe successo a chi, con 1 milione di euro nel 1999 e poi a seguire nel 2000, 2001, 2002 e 2003, avesse deciso di smettere di lavorare e campare con la mitica rendita del 4%. Ripetendo l’esperimento anche con il 5%.

Qualche doverosa premessa prima di andare ai risultati del test.

Ho sempre utilizzato come capitale di partenza 1 milione di euro.

Avrei potuto utilizzare ETF, ma essendo alcuni di essi ancora assenti oppure differenti per tipologia di replica almeno nei primissimi anni del test, ho preferito usare gli indici. In realtà utilizzando ETF quotati pochi anno dopo e rettificandoli per i valori degli indici i risultati sarebbero analoghi. Quindi il test è realistico.

Gli indici che hanno composto il mio portafoglio sono:

Msci World Net Total Return EUR per la parte azionaria

Bloomberg Eur Aggregate Government Bond Total Return per quella obbligazionaria

Citigroup Eur Deposit 3 months Total Return per il segmento monetario

Tutto in euro e tutto in versione total return (cedole e dividendi reinvestiti)

Ho creato tre portafogli.

Il primo 80% azioni, 15% bond, 5% liquidità.

Il secondo 50% azioni, 45% bond, 5% liquidità

Il terzo 20% azioni, 75% bond, 5% liquidità.

I portafogli sono stati mantenuti ribilanciati con frequenza annuale.

Perché inserire una porzione di liquidità?

Perché anche Bengen lo ha fatto nel suo recente libro (le sue ipotesi centrali sono basate su un 55% azioni, 40% bond e 5% liquidità) e poi perché mi serve per finanziare una percentuale di costi dello 0,5% all’anno sul portafoglio che ho volutamente applicato nel test. Percentuale che mi pare ragionevole sommando il costo medio di un ETF (0,3%) e l’imposta patrimoniale di bollo italiana (0,2%).

Unica mancanza del test, purtroppo, l’applicazione della fiscalità sul capital gain. Non escludo di raffinare il tutto in un prossimo test.

Quando la fiscalità cambia i rendimenti attesi da un investimento

I prelievi sono stati simulati come mensili e pari al 4% annuo sul valore iniziale del capitale, poi adeguati negli anni seguenti per l’inflazione reale italiana.

Questo significa che con un’inflazione italiana del 2% alla fine del primo anno il prelievo effettivo sarà di 40.800€ (3.400€ al mese); alla fine del secondo di 41.616€ e così via fino ad agosto 2025, ultima data a cui si riferiscono i dati degli indici.

Il primo “pensionato” analizzato è quello di gennaio 1999, a seguire quello del 2000, 2001, 2002 e 2003. Anche qui si potrebbe in futuro raffinare il tutto facendo backtest a ogni inizio mese e non inizio anno; credo comunque che cambierebbe poco nel risultato finale.

Bene, ecco i risultati.

Nella tabella a ogni tasso di prelievo per blocco di anno e asset allocation viene associato il valore residuo del capitale in termini reali, quindi la somma di denaro che rimane dalla partenza già aggiustata per l’inflazione italiana. Utile per chi vuole ragionare in prospettiva eredità. Dove presente lo zero ovviamente il test risulta fallito.

Fonte dati: Portfolio Visualizer

I portafogli con asset allocation 50/50 e 20/80 (per comodità accorpo la liquidità nei bond, ma nel test è asset a sé stante) sono finora sopravvissuti, indipendentemente dall’anno di partenza e dalla percentuale di prelievo (4% o 5%).

Anche nel peggiore degli scenari, ovvero la partenza del decumulo fissata il primo gennaio 2000, possedere un portafoglio bilanciato avrebbe garantito (a oggi) la sopravvivenza. Nel 2030 avremo la risposta definitiva per verificare se Bengen aveva effettivamente ragione.

I portafogli con asset allocation 80/20 hanno visto fallire il pensionato del 2000 venti anni dopo, quando in pieno Covid il capitale è andato a zero.

Posso solo immaginare le difficoltà di una persona che finisce le riserve finanziarie in piena pandemia, magari affidando il destino della propria vita familiare ai racconti affascinanti di chi andava in giro a raccontare che su un periodo di 20 anni in borsa non si sono mai persi soldi. Vero, ma solo se non devi prelevare ogni anno una porzione di quei soldi per vivere. Particolare non irrilevante.

Il tasso di prelievo sicuro per un portafoglio 80/20 in quel caso sarebbe stato del 3,6%, non del 4% (ma nemmeno Bengen ha mai detto che per questa allocazione il 4% era sicuro). Sempre senza tenere conto delle tasse da pagare sui guadagni al momento del prelievo.

Partenza 2001 regola del 4%

 

Partenza 2000 regola del 4%

Asset allocation 80/20 che applicando la regola del 4% al pensionato del 2001 probabilmente ci porterà a breve ad un default delle finanze personali. A fine agosto 2025 risulterebbero infatti in cassa appena 26 mila euro reali lasciando presagire che nel 2026 sarà game over anche per lui.

Curiosamente, ma nemmeno tanto, questi due blocchi 2000-2025 e 2001-2025 vedono il portafoglio più prudente 20% azioni 80% obbligazioni, vantare la quota di capitale reale residua più alta, rispettivamente pari al 50% e al 40% del valore di partenza del milione di euro. Il merito di un’altra bolla, quella sulle obbligazioni, scoppiata solo nella parte finale del decumulo confermando ancora una volta l’importanza della sequenza negativa dei rendimenti nella parte iniziale del percorso, meno in quella finale.

Torniamo ai portafogli con esposizione 80/20 per andare a verificare cosa sarebbe successo con un tasso di prelievo del 5%: tutti falliti con una sola eccezione.

Solo il pensionato partito nel 2003 è ancora in gioco, ma con un dettaglio non irrilevante: l’importo di capitale residuo più alto in assoluto di tutti i test! Ma c’è dell’altro.

Il pensionato partito l’anno precedente (2002) con la medesima strategia è andato a zero nel 2023 dopo 21 anni.

Chi invece ha cominciato a prelevare nel 2003 si ritrova ancora oggi con un capitale reale praticamente identico a quello di partenza nonostante i prelievi sistematici.

La fortuna conta sui mercati finanziari, e chi vi dice il contrario mente sapendo di mentire.

Una massiccia esposizione azionaria, se abbiamo le spalle molto coperte durante il decumulo, offre un’incredibile opportunità di crescita del capitale, e quindi tassi di prelievo più alti, se viviamo negli anni giusti. Altrimenti saranno necessari opportuni aggiustamenti di portafoglio (o di spesa e quindi di tasso di prelievo) per garantire la sopravvivenza del capitale qualora dovessero andare male le cose nei primi anni del percorso.

Questo significa che investire durante la pensione con una quota considerevole di azionario è sbagliato? Assolutamente no. Partendo dal presupposto che ogni situazione personale fa storia a sè, ridurre le esigenze di spesa iniziali mantenendo una robusta quota di azionario non è in fondo una cattiva scelta.

L’importante è saper pianificare bene il percorso combinando un tasso di prelievo sostenibile a una probabilità di successo del piano molto elevata. Mantenendo un presidio permanente di manutenzione del portafoglio, di flessibilità (oppure di garanzia) qualora il percorso deviasse dalla sua traiettoria ideale.

Bengen dunque aveva ragione, almeno osservando questo banco di prova decisamente sfidante di inizio secolo.

Un portafoglio bilanciato 50/50 risulterebbe ad oggi ancora in vita con lo scenario peggiore (quello del pensionato del 2001) che a sei anni dalla scadenza dei 30 anni possiede ancora in termini reali il 25% di capitale residuo rispetto a quello di partenza.

Qualcuno mi farà osservare che inserendo ad esempio un po’ di oro al posto dell’azionario questi fallimenti si sarebbero potuti evitare.

Ho deciso di testare anche questa ipotesi sostituendo il 10% di azioni internazionali con il 10% di oro sempre in euro.

Oro e protezione dall’inflazione, tra mito e realtà

Quindi il caso del 2000-2025, fallito con l’applicazione della regola del 4%, diventa un 70-15-10-5.

Udite udite i soldi ad agosto 2025 non sono esauriti.

Ma non esaltatevi amanti del metallo giallo, perché in cassa sono rimasti appena 15k. Quindi possiamo sancire il formale fallimento anche di questa strategia, seppur con 5 anni di ritardo questo è vero.

Il discorso è analogo per i casi di prelievo del 5% su portafogli 80/20.

Tutti falliti anche in presenza di 10 punti di oro, anche qui con qualche anno di ritardo; fa eccezione il 2002-2025 che ad oggi mantiene circa 150k di capitale reale disponibile.

Nei prossimi mesi non mancherò di aggiornare questo test che naturalmente è stato sviluppato in ottica conservativa per capire cosa sarebbe successo nello scenario peggiore.

I test partiti negli anni successivi vedono ancora oggi capitali residui ancora molto consistenti, addirittura superiori al c valore iniziale. Questo è vero soprattutto per le strategie con maggior peso azionario che hanno potuto beneficiare di un generoso bull market.

Le conclusioni che mi porto a casa sono dunque le seguenti:

La regola del 4% di Bengen applicata in euro e con una porzione di costi effettivamente funziona su un portafoglio bilanciato azioni e obbligazioni.

Le teorie di Scott Cederburg sul 100% azionario forever,  in fase di decumulo, si dimostrano strampalate alla prova dei fatti anche applicando la fantasiosa teoria del 50% azioni di casa 50% internazionali. O meglio, nella pratica si dovrebbe prevedere una quota di prelievo decisamente più bassa per sopravvivere. Ne ho parlato in questo articolo 100% azionario per sempre? Forse sì o forse no

Ad inizio secolo i tassi di interesse sulle obbligazioni erano quasi doppi rispetto a quelli attuali (prendendo come riferimento il Bund a 10 anni); questo potrebbe rendere un portafoglio troppo prudente meno performante e resiliente di quello che accadde durante il decennio perduto e di cui stiamo ancora apprezzando i benefici. Prudenza che, ne sono convinto, sarà la causa del fallimento della strategia 20/80 per tutti coloro che hanno abbracciato questa allocazione di portafoglio negli anni del tasso zero o negativo.

Non abbiamo la benché minima idea della generazione alla quale apparteniamo, ma sappiamo che la sorte influisce sul risultato, anche solo a distanza di 1 anno dalla partenza della strategia..

La regola del 5% sembra effettivamente aver dimostrato la sua validità su portafogli bilanciati, ma attenzione. In quattro casi su cinque il capitale residuo reale a oggi (e con ancora diversi anni da finanziare) è pari a meno del 25% del capitale iniziale. Applicando la tassazione sul capitale gain probabilmente il fallimento della strategia sarebbe più vicino.

Diversificazione di classi di investimento e disponibilità a essere flessibili nella spesa devono sempre essere considerate due regole d’oro perché, se il passato è certo il futuro lo è meno.

La tanto bistrattata pensione pubblica Inps rimane l’unica vera scialuppa di salvataggio per chiunque approccerà in futuro con una eccessiva aggressività rispetto al diametro delle proprie spalle finanziarie la fase del decumulo.

Buon investimento.

14 commenti

  1. Adriano 13 Ottobre 2025 at 14:43 - Reply

    Complimenti Lorenzo, altro articolo interessante e ricco di spunti.

    Credo che la soluzione possa essere anche nel mezzo con i dividenti, E’ vero che in italia sono fiscalmente inefficienti ma se avessi una rilevante percentuale in ETF ad alto dividendo, magari nei forti periodi di down potrei evitare di prelevare il capitale e “farmi bastare” i dividendi. Magari potrei convertire tipo il 50% dello stock da accumulazione a distribuzione all’inizio delle pensione, Questo potrebbe di fatto annullare il rischio di rimanere a “zero”: una sorta di pensione che arriva ugualmente anche sei i mercani diventano irrazzionali ed incomprensibili per lungo tempo. Peccano non ho il tempo materiale per divertirmi a fare simulazioni.

    • Lorenzo Biagi 13 Ottobre 2025 at 14:50

      Grazie Adriano, circa la questione dividendi ho risposto ad un altro commento proprio su questo tema. Personalmente non vedo con sfavore gli ETF a distribuzione durante la fase di ritiro perchè possono ridurre i costi smobilizzo e ribilanciamento, ma non su strumenti ad alto dividendo che hanno come obiettivo solo quello di garantire flussi di cassa generosi. Come accaduto negli ultimi anni potrebbero pagare parecchio dazio rispetto al mercato in generale quanto a variazioni di prezzo e se è vero che incassi i dvd che ti servono per vivere è altrettanto vero che non sono certi, ma soprattutto che se viene meno tutta la parte di rivalutazione dell’investimento azionario il rischio di esaurire i soldi prima del tempo esiste. Senza dimenticare che al netto della doppia tax US sui dividendi anche gli ETF più generosi al netto di tutto lo sono molto meno.

  2. Paolo F. 8 Ottobre 2025 at 07:30 - Reply

    Articolo illuminante. Bravi e grazie per il vostro prezioso lavoro.

    • Lorenzo Biagi 8 Ottobre 2025 at 08:24

      Grazie Paolo!

  3. MisterK 7 Ottobre 2025 at 11:11 - Reply

    Intanto grazie per questo articolo. (e anche per i precedenti).
    Per il decumulo, o meglio per arrotondare la pensione che gentilmente l’INPS mi darà, prima o poi, stavo anche pensando di acquistare un Inflation linked “oltre la mia morte”. Per esempio un BTP€i 2056, che si compra sotto la pari, rende il 2,05% netto rivalutato secondo l’inflazione. (ho tolto sia le tasse, sia il gentile 0,2% di bollo). Se ne può anche vendere un poco, più avanti, in caso di necessità. Lo potremmo considerare come il decumulo “risk free”? L’Italia potrebbe andare in default, ma a questo punto avrei problemi più grandi, tipo niente pensione.
    Sarebbe anche interessante analizzare l’altra faccia della medaglia. Quindi non solo guardare le entrate (rendite, dividendi, decumulo, affitti etc), ma anche come gestire il budget mensile che credo sarà psicologicamente molto difficile e a rischio di comportamenti sbagliati quando sarò rincoglionito dall’età.
    Sto studiano da tempo il mio RAME (rolling average monthly expenses) per capire dove e come spendo e a cosa stare attento e quali spese impreviste arrivino periodicamente).
    Ho solo condiviso un pensiero. Ancora grazie per l’articolo e buon lavoro. Saluti.

  4. Angelo 7 Ottobre 2025 at 10:05 - Reply

    In riferimento alla tua risposta vorrei aggiungere che non discuto sul fatto che ci possa essere la doppia tassazione per i titoli americani e un’eventuale contrazione dei dividendi in fase recessiva, ma comunque anche qui a mio avviso è importante la diversificazione, sia geografica che nelle assett class. Posso dire che un portafoglio del genere lo sto gestendo da qualche anno ed al momento mi ritorna un 2,88% netto su base annua. Ho anche notato che alcune asset hanno effettivamente ridotto lo stacco del dividendo ma anche altre che sono aumentate andando cosi a bilanciare nel complesso. Grazie e scusami del commento ma mi sembrava doveroso.

  5. Angelo 6 Ottobre 2025 at 20:43 - Reply

    Ciao Lorenzo, l’articolo merita il suo approfondimento corretto in tutto, ma a me viene un’altra riflessione forse non propriamente corretta o che abbisogna di aggiustamenti, ma vediamo. Ipotesi di un portafoglio più o meno bilanciato in base ai propri profili di rischio, (per me più verso l’azionario) composto da ETF specializzati nella distribuzione dei dividendi, si potrebbero scandire distribuzioni anche mensili. Sono d’accordo che non diventa un FIRE puro, che non ti da la totale indipendenza economica (a meno che non si abbia almeno un milione di euro) ma può far “arrotondare” la quota pensionistica anche di qualche centinaio di euro mensili con portafogli nettamente inferiori al milione, senza così intaccare il capitale che non andrebbe quindi ad esaurimento. Vero che con lo stacco del dividendo il valore della quota cala di pari valore, ma è anche vero che il numero delle quote o azioni rimane invariato. Ovvio, non è il vaso di Pandora ma io la vedo come una soluzione interessante e che merita un approfondimento. Grazie e sempre i miei complimenti per quanto con doverosa professionalità esponete queste analisi.

    • Lorenzo Biagi 7 Ottobre 2025 at 08:47

      Grazie del commento Angelo. Da approfondire e soprattutto capire come questa scelta impatta su un ptf con prodotti in euro (che purtroppo high dividend non hanno grande profondità storica).
      Qui avevo scritto un articolo sul tema https://investireconbuonsenso.com/2025/06/23/vivere-di-rendita-con-cedole-e-dividendi-e-possibile/ ma ci sono alcuni punti di osservazione:
      Se l’eredità non è un obiettivo può essere sensata questa strategia ma attenzione perchè la componente rendimento pesa parecchio. E’ infatti certo che se tu incassi il 4% e spendi il 4% al netto di tutto esaurirai i tuoi soldi prima dei 30 anni.
      Inoltre c’è il problema della doppia tassazione. Utilizzando indici con peso americano importante quei dividendi US non arrivano al netto del 26% ma di una tassazione che fa -15% e poi -26%.
      I dvd non sono costanti e in fase recessiva si contraggono.
      Queste le prime cose che mi vengono in mente, ma grazie del contributo.

  6. andrea 6 Ottobre 2025 at 14:47 - Reply

    Ottimo articolo e ottimi spunti!

    Ricollegandosi alla strategia della tenda, sarebbe interessante verificare lo scenario in cui la parte azionaria venga aumentata in percentuale negli anni, anche solo di un 1% annuo. Quindi passare ad esempio dal 50% il primo anno all’80% nel trentesimo anno.
    Conoscendo la storia dei mercati degli ultimi anni, il maggior beneficio probabilmente lo avrà il portafoglio 20 azioni e 80 obbligazioni.

    Personalmente sono sempre più convinto che l’allocazione debba preservarci dalla sequenza negativa dei rendimenti, quindi variare nel tempo invece che essere fissa.
    Oppure, vedendo il problema inverso, avere un swr che aumenta nel tempo, che potrebbe fare il paio ad un impegno lavorativo (quindi capitale umano) che invece diminuisce nel tempo.

    Grazie ancora per l’articolo!

    • Lorenzo Biagi 6 Ottobre 2025 at 15:25

      Grazie Andrea. Probabilmente mettendo sullo stesso piatto semplicità, costi operativi ed efficacia finanziaria il ribilanciamento di un’AA fissa è la soluzione migliore. Poi potremmo discutere su come comporre i bond se ETF o titoli o tutti e due. Se invece abbiamo, come è probabile problemi psicologici nel tenere la barra dritta con mercati in caduta durante la pensione, la strategia della tenda mi pare una buona strategia (ma non pre Covid) per allontanare il rischio di sequenza. Attenzione però che questa strategia aumenta il rischio di sequenza di inflazione. Insomma non esiste la soluzione perfetta. Sul SWR che aumenta nel tempo, uhm mi sa che contrasterebbe molto con il desiderio di godersi un pò la vita nei primi anni della pensione, contro l’incertezza di quanto durerà effettivamente questa vita. Sinceramente credo che sarebbe più accettabili, con opportune contromisure, parto alto e scalo nel tempo (anche con l’ingresso della pensione Inps in campo)

  7. Mario 6 Ottobre 2025 at 13:37 - Reply

    Devi fare i conti bene tenendo conto delle tasse altrimenti non serve a niente. Ti consiglio di copiare dal prof Paolo coletti e di rendere disponibile il software per fare i calcoli

    • Lorenzo Biagi 6 Ottobre 2025 at 15:20

      Infatti l’ho scritto nell’articolo che la tassazione può modificare l’esito finale. Se mi vuoi fornire il link di Paolo dove tratta il tema prenderò spunto da quello anche se sinceramente esiste un metodo abbastanza empirico che già applichiamo con i nostri clienti per stimare con relativa precisione l’impatto fiscale, al lordo di variazione della fiscalità futura. Per quello che riguarda il software puoi abbonarti a Porfoliovisualizer e fare tutte le simulazioni che vuoi.

  8. Mauro 6 Ottobre 2025 at 10:55 - Reply

    Ciao, puoi eseguire simulazione con 60% stock, 25% bond, 10% Oro, 5% liquidità. Grazie

    • Lorenzo Biagi 6 Ottobre 2025 at 15:18

      Richiesta molto simile poco fa di un nostro cliente con risultati molto interessanti. Uno dei vari servizi che offriamo per cercare di soddisfare i desideri del clienti alla consapevolezza del piano che si sta portando avanti insieme. Ti aspettiamo.

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