
A poche ore dalla chiusura ufficiale, per gli investitori italiani il 2025 si sta rivelando uno degli anni più anonimi della storia recente.
Non che la cosa debba essere vista con una prospettiva negativa, ma questo priva media specializzati e influencer di qualche arma di distrazione di massa che possa agitare spettri finanziari, oppure promettere dorati orizzonti a chi ha i propri soldi investiti. Insomma anche questa volta niente Armageddon.
Il 2025 è stato un anno normale sui mercati finanziari perché abbiamo visto forti oscillazioni (chi non ricorda la correzione di aprile post Liberation Day di aprile), ma anche importanti recuperi. La volatilità annua del mercato azionario mondiale è stata del 15%, accettabile per qualsiasi investitore con una buona tolleranza al rischio. La volatilità annua media dal 2008 a oggi sull’azionario globale è stata finora del 14%. Normalità quindi.
Il massimo drawdown della borsa americana, così solitamente si definisce la percentuale più ampia di correzione dai valori massimi di un indice, ha sfiorato quel -20% che avrebbe formalizzato un nuovo mercato orso. Andando oltre i tecnicismi anche nel 2025 si è creata una interessante opportunità per chi utilizza il ribilanciamento come strumento a costo quasi zero di gestione del rischio.
Anche qui possiamo dire che siamo di fronte a un fenomeno normale visto che la media di calo annuale per la solita borsa americana si aggira storicamente attorno al 14%.

Anno normale perché il rendimento offerto dalle azioni mondiali nel 2025 è molto più vicino alla media storica che non a quello dei quattro anni precedenti, particolarmente volatili sia in positivo che in negativo.

Fonte: Msci
Dal 2000 a oggi gli indici Msci World e Msci World All Country World (che comprendono l’azionario emergente) in euro hanno reso rispettivamente il 6,3% e il 6,2% annuo composto. A oggi i due ETF che replicano questi indici stanno tra +7% e +8%. Anche qui direi che la normalità la fa da padrona.
Considerando che l’inflazione media europea dal 2000 al 2025 è stata del 2,1% e che i prezzi al consumo nell’Eurozona nel solo 2025 sono cresciuti (dato di novembre) del 2,1%, i rendimenti reali del mercato azionario di conseguenza rientrano anch’essi nell’alveo della assoluta normalità.

La diversificazione geografica è stata importante. Alla faccia di chi dice “tanto dove va l’America va tutto il resto”, il 2025 è stato un anno dove mettere i piedi da più parti nel mondo si è rivelato fondamentale per compensare lo scarso rendimento delle azioni US in euro.
Considerando che dietro gli Stati Uniti a livello geografico ci stanno solo Australia, Turchia, India e Indonesia, aver avuto il buonsenso di mettere soldi anche in altre regioni del mondo si è rivelata scelta molto saggia. Su un campo da calcio sarebbe un bel 4 a 1 per il resto del mondo, con gli USA che avevano nettamente vinto la gara di andata nel 2024. W la diversificazione e palla al centro.
Nel mio consueto articolo di fine 2024 scrivevo “con i pesi geografici attuali che ritroviamo negli indici azionari mondiali i rendimenti annui attesi reali (quindi al netto dell’inflazione) del prossimo decennio potrebbero collocarsi tra il 3% e il 4%. Rendimenti superiori al 1% reale attualmente incorporato nei rendimenti obbligazionari dei titoli di stato europei”.
Nulla di trascendentale mi disse al tempo qualcuno. Forse ci siamo abituati troppo bene ribattei prontamente.
A quanto pare, il primo anno del decennio ci ha consegnato sull’azionario qualche cosa di non dissimile dalla previsione 2024, con le obbligazioni a breve scadenza che sempre in termini reali hanno offerto poco più di zero e le azioni come detto circa il 6%.
I lettori più attenti avranno osservato che le mie considerazioni si basano sulle performance in euro degli indici.
Abituati come siamo ad ascoltare le euforiche notizie di massimi storici a Wall Street tendiamo a dimenticare che la spesa di tutto i giorni non la facciamo in dollari, ma in euro. Come sarebbe bello prendersi la performance stellare della borsa turca senza il rischio cambio lira turca annesso (per dovere di cronaca +14% in valuta locale nel 2025, ma -14% quando tradotto in euro per la borsa di Istanbul) ma ahimè, soprattutto quando un paese ha parecchi squilibri di bilancio la valuta è la prima a soffrire. Chiedere ai giapponesi per i dettagli.
Il 2025 sarà sicuramente l’anno di molti fondi pensione che avendo per regolamento l’obbligo di garantire una copertura significativa sugli attivi in valuta, nel 2026 mostreranno parecchi lustrini senza spiegare quanto fortuita sia stata la causa di tutto ciò.
Ma facciamo finta per un attimo di vivere negli Stati Uniti, l’anno 2025 ha aggiunto un mattoncino nella colonna più alta delle distribuzioni annuali dei rendimenti (+18%), quella con maggiore frequenza statistica tra il 10% e il 20%. Anche qui pare tutto normale.

Anno molto normale pure sotto il profilo della distribuzione del rischio.
Un ETF obbligazionario globale a cambio coperto ha permesso agli investitori di portare a casa un rotondo 3%, rendimento che ogni scalino di 20 punti di azionario aggiuntivo ha contribuito a far salire di 1 punto percentuale fino ad arrivare al 8% di performance raccolta dall’azionario globale.

Il 2025 rimanda a data da destinarsi le speranze di recupero di chi ha investito in era pre Covid in ETF obbligazionari.
Se snocciolando complicate formule finanziarie qualcuno vi ha raccontato la favoletta che negli ETF la duration di un portafoglio al momento dell’acquisto coincide con il periodo di tempo nel quale riavrete indietro almeno i soldi investiti, ecco le performance total return di chi ha investito sull’ETF Xtrackers Eurozone Governement Bond rispettivamente:
5 anni fa -14%
6 anni fa -10%
7 anni fa -4%
8 anni fa -4%
9 anni fa –4%
10 anni fa -1%
E nel grafico qui sotto ecco i rendimenti a scadenza che un investitore avrebbe ottenuto investendo direttamente su una singola obbligazione europea portandola fino in fondo. Per fare un confronto con l’ETF obbligazionario più simile prendete il tratto di curva compreso tra i 5 e i 10 anni. Vedete segni meno? Direi di no.
Gli ETF obbligazionari hanno un pregio che, ogni tanto e a certe condizioni di mercato (quando i tassi salgono troppo velocemente e poi formano un plateau o comunque non scendono rapidamente), si trasforma in un doloroso difetto soprattutto se contavamo su quei soldi in uno specifico momento della nostra vita. Ricordarsi di ciò è utile quando si costruiscono piani di investimento un po’ più raffinati dei classici lazy portfolio che non conoscono affatto obiettivi e spese familiari.
ETF obbligazionari che però, questo va detto per ribadirne l’importanza e giustificarne l’utilizzo a certe condizioni, risultano più efficienti in tutto quello che è il processo amministrativo di gestione scadenze, cedole e fiscalità. Un mix tra i due non è una cattiva idea.

Fonte:ECB
Ma il 2025 non è stato normale (o forse sì) per i cosiddetti asset alternativi.
Da sempre considerati la soluzione a tutti i mali quando:
- le cose non vanno bene
- quando vanno troppo bene
- in tutti gli altri momenti di mercato in cui serve piazzare una narrazione qualunque che spinga gli investitori verso una forma di gestione più attiva.
Se sui bond scoppia la bolla, allora il 60/40 è morto.

Se l’azionario è caro, allora il 60/40 è morto.

Se il 60/40 fa il suo (come nel 2025), comunque deve morire perché altrimenti come li vendiamo i fondi a gestione attiva?

Fonte: Blackrock
Ma gli alternativi per loro natura sono dei cani un po’ sciolti che possono offrire grandi exploit oppure dimostrarsi ciofeche atomiche per anni.
E che si fa quindi? Li si mantiene per sempre in portafoglio, oppure ci si avventura in narrazioni da druido celtico andando in giro a raccontare che con le giuste quantità di pozione magica si batterà il mercato?
L’oro indubbiamente sta dando grandi soddisfazioni a chi ha scelto di dargli fiducia. Inutile cercare di girarci intorno, il metallo giallo è stata una vera e propria sorpresa e quali siano le motivazioni di fondo di questa crescita importante nessuno le sa spiegare fino in fondo.
Ma il mio dovere è anche ricordare che non sempre sono state rose e fiori per il Gold. Il possesso di quel metallo giallo che oggi scambia attorno ai 4.500 dollari l’oncia, poco meno di 100 anni fa venne dichiarato sostanzialmente illegale dal Governo americano con l’Executive Order 6102. Potrebbe ricapitare? Probabilmente no, ma per ragioni di Stato tutto può succedere. Se poi si vive nell’era di Trumpilandia o dell’oro restituito alla patria, beh qualche riflessione su quale caveau straniero sta nominalmente custodendo i nostri preziosi lingotti travestiti da ETC personalmente la farei.

Tra gli alternativi rientrano anche tutte le altre commodity, i Reits, il private equity (altra narrativa molto popolare tra le banche reti italiane “obbligate” a fornire sempre nuova linfa di “idee meravigliose” come raccontava il mio concittadino Cesare Ragazzi qualche anno fa). E no, non me lo sono dimenticato.
Ultimo in ordine di apparizione quello che al grido “la vita è breve e io non ho tempo di aspettare secoli”, qualche solerte esperto di finanza (spesso gestore di fondi trombati negli anni passati) desideroso di salire agli onori della cronaca definisce l’erede dell’oro fisico come bene rifugio, ovvero Bitcoin.

Uhm, vabbè dopo la sbornia succede. Andrà meglio il prossimo anno ragazzi, soprattutto per quello che riguarda la categoria “rifugio” sarei però un pò più cauto nell’emettere sentenze.
E anche il peso del quasi 1% che Bitcoin rappresenta oggi sul mercato globale dei capitali, per la par condicio ha ricevuto la mia doverosa attenzione in questo articolo.

Fonte: Goldman Sachs
Ma dopo il racconto di quello che è stato si arriva sempre al momento più atteso di ogni articolo di fine anno. Quindi caro Lorenzo che si fa?
Qui devo ribadire un concetto che ormai da anni ripeto costantemente su questo blog.
Cosa fare dipende da quale momento della vita stiamo vivendo.
Sulla parte obbligazionaria c’è poco da dire. Con i titoli francesi che rendono poco più di quelli italiani, oggi sul piatto c’è circa un 3,5% di rendimento lordo che può essere offerto dai titoli di stato di Eurolandia, ovvero quell’area economica che volenti o nolenti ha come moneta legale l’euro.
Aggiungiamo qualche decimale di rendimento per i corporate bond, ma largo circa tolta l’imposta di bollo e la fiscalità sugli interessi un bel 2,5% / 3% netto sicuro non ce lo toglie nessuno per il prossimo decennio.
Se la BCE farà un eccellente lavoro (come ha fatto negli ultimi 25 anni) di contenimento dell’inflazione al 2%, raggiungere un rendimento reale del 1% su un investimento in obbligazioni appare un obiettivo ragionevole da inserire nelle pianificazioni finanziarie. Ma non certo, questo si può dire solo se siamo possessori dei pochi inflation linked bond in circolazione.
Se sono giovane e posso permettermi di dirottare una buona fetta del risparmio che non mi servirà per pagare casa, auto, viaggio di nozze, camera dei bambini e altro ancora, quel 1% di rendimento reale potrebbe non essere un granché in prospettiva. 10 mila euro di oggi in termini reali diventeranno 12 mila e qualche spicciolo fra 20 anni. Non credo la vita cambierebbe più di tanto.
Se invece quell’1% riesco a farlo diventare 4% reale utilizzando classi di investimento più redditizie, allora 10 mila euro che diventano 22 mila fra 20 anni potrebbero avere tutto un altro sapore e soprattutto valore.
Potrei però essere un investitore prossimo a quell’Eden irraggiungibile che oggi si chiama pensione.
Siccome lo Stato italiano ha deciso che data pensione non coincide con data valuta di incasso dell’assegno (in pratica l’assegno lo pagano dopo parecchi mesi dopo), forse un ragionamento sul prendere quel 1% di rendimento reale non tanto sexy ma solido e sicuro andrebbe fatto, almeno su una porzione di capitale che potrebbe fare da ponte con la data della pensione oppure come integratore sicuro per il resto dei nostri giorni.
Il discorso vale naturalmente anche se sono già in pensione e l’assegno Inps si rivela insufficiente per arrivare al 30 del mese.
Ma attenzione. Vero che di solo 1% si potrebbe campare per quasi 30 anni prelevando il famoso 4% del capitale ogni anno (28 anni per la precisione), ma vanno avvertiti gli eredi che di sicuro non avranno nulla dopo che avremo lasciato la vita terrena (salvo morte prematura); anzi dovranno tirare fuori pure qualche soldino se madre natura ci regalerà una eccezionale longevità. E preghiamo pure che quella rompiscatole dell’inflazione se ne rimanga tranquilla al 2%.
Se l’inflazione media nel periodo fosse infatti il 3% dopo 24 anni l’ultimo euro avrà abbandonato le nostre tasche.
E l’inflazione, lo sappiamo, è una brutta bestia che di solito non bussa alla porta prima di entrare.
Un primo assaggio di quali fastidiosi effetti collaterali sulla spesa di tutti i giorni può portarsi dietro un’improvvisa impennata inflazionistica lo abbiamo già avuto nel post Covid. Nel giro di un paio di anni si sono materializzati quelli che in tempi normali sarebbero stati 7-8 anni di aumenti nei prezzi al consumo.
Certi grafici sono affascinanti finché funzionano, ma se mai si dovesse ripetere (speriamo di no) uno scenario simil anni 70, cari amici pensionati fate grande attenzione a come avete strutturate l’asset allocation di portafoglio che dovrebbe consentirvi di vivere di rendita per sempre.

Per tradurre il tutto in atto pratico servono un po’ di azioni anche se di anni all’anagrafe ne abbiamo 70 e siamo convinti che possiamo continuare a investire i risparmi come abbiamo sempre fatto.
La storia sembra dirci che tra 40% e 80% si trova la percentuale giusta per la fase del decumulo, la differenza la fa il jackpot che volete lasciare agli eredi.
Se per le obbligazioni abbiamo visto che fare previsioni di rendimento nominali è abbastanza facile, per l’azionario ahimè non è così.
Entriamo nel 2026 con valutazioni, soprattutto sulla borsa americana (i due terzi del mercato mondiale), abbastanza altine. In assenza di strumenti previsionali precisi si fa quel che si può con gli arnesi del mestiere che storicamente hanno fatto del loro meglio nel prevedere i rendimenti futuri delle borse. Uno di questi è il CAPE di Shiller, ovvero il rapporto tra il prezzo di un indice di borsa e la media dei suoi utili degli ultimi 10 anni.
Per lungo tempo il CAPE si è rivelato un eccellente previsore dei rendimenti futuri delle borse, ma non sono mancati nemmeno i casi di completa dissociazione tra il previsto e il realizzato. Gli ultimi 10 anni sono un esempio concreto della dissociazione. Secondo la metrica del CAPE l’ultimo decennio della borsa americana avrebbe dovuto fornire un ritorno annuo del 6-7% nominale. In realtà il mercato ha offerto il doppio!
Quello che sembra obiettivamente abbastanza certo non è tanto il futuro rendimento decennale delle borse, quanto la tendenza declinante dei rendimenti intesa come crescita ad un passo inferiore a quello recente. E’ il buonsenso a suggerirlo. Proseguire con il ritmo di crescita attuale significherebbe raddoppiare il capitale investito ogni 5 anni (regola del 72, divido 72 per il rendimento annuo del 14,5%). E chi lavorerebbe più se si potesse vivere di sola finanza?

Con valutazioni della borsa americana che dobbiamo tornare al 2000 per ritrovarle, il processo di convergenza verso la media avverrà in modo brusco oppure soft. Ma non si esclude nemmeno l’appendice di euforia. Anche in questo caso la storia viene in soccorso a raccontarci come mediamente si sviluppano i “quarti anni” di un bull market (come potrebbe essere il 2026) senza farci perdere la speranza di vivere ancora momenti tutto sommato positivi.

L’ottimismo poi non ci deve abbandonare mai. Il semplicissimo rapporto tra prezzo e utili puntuali dello S&P500 è oggi più basso dei livelli di fine 2020. Eppure questo non ha privato le borse di posizionarsi ben più in alto rispetto ai prezzi di allora. Gli utili sono arrivati copiosi contribuendo ad un progresso sul quale nessuno al tempo ci avrebbe scommesso più di tanto osservando il P/E.

Fonte: Multpl.com

Ma se dovesse veramente andare male cosa potrebbe succedere?
Anche qui la storia pluricentenaria della borsa americana ci offre una sua versione. Al lordo dell’effetto cambio in termini reali potremmo imbarcarci in un decennio perduto con rendimenti pressoché nulli o leggermente negativi sul) un portafoglio bilanciato. Non un dramma considerando che l’alternativa è quel 1% attualmente offerto dai bond..

Quindi per ricapitolare.
Chi sta accumulando ricchezza dovrebbe starsene bello tranquillo con il suo piano se mancano ancora parecchi anni alla pensione.
Chi sta approcciando il FIRE o la mitica data della pensione dovrebbe non liquidare assolutamente tutte le azioni, ma capire bene quanti soldi prevede di prelevare almeno ogni mese dal proprio capitale per supportare i bisogni primari di tutti i giorni integrando una eventuale pensione Inps.
Sotto questo punto di vista non viviamo in un’era in cui ci si può lasciare andare a facili euforie per quanto riguarda il cosiddetto “safe withdrawal rate”. Qualche accorgimento in più potrebbe essere opportuno in termini di asset allocation, a meno che non sia la felicità degli eredi il vostro vero obiettivo, oppure siete dotati di parecchie milionate di euro.
Come suggerisce il mitico BIG ERN del blog Early Retirement Now, l’attuale livello di CAEY (ovvero l’inverso del CAPE, quindi gli utili rapportati al prezzo) viaggia attorno al 2,5%. Questo suggerirebbe, alla luce dei precedenti storici, un tasso di prelievo sostenibile di partenza decisamente più prudente di quel 5% che William Bengen ha proposto nel suo ultimo libro.

Ma siccome periodicamente il “fenomeno” che sa bene lui quando è il momento di entrare e uscire dai mercati alza la manina, oltre a ricordargli l’immancabile rosario di cosa significa mancare i migliori giorni di un mercato, voglio spedirgli anche una speciale letterina natalizia che mi è arrivata da J.P.Morgan e che annuncia l’inutilità dell’esercizio di stock picking.


Tra il 1996 e il 2025 la borsa inglese ha visto oltre il 40% delle azioni perdere più del 70% del valore senza mai recuperare il massimo precedente. Oltre il 60% delle azioni ha sottoperformato l’indice principale e il 40% ha restituito ai suoi investitori un rendimento assoluto negativo. Solo 1 azione su 10 risulta essere stata un megawinner, ovvero che ha moltiplicato almeno per 5 il suo valore. Alzi la mano chi aveva previsto tutto ciò.

Un pensierino finale lo dedico anche a quello che vedo sempre più essere uno dei lazy portfolio più gettonati del momento: il Golden Butterfly.
Perché mai dovrei scegliere per la vita un portafoglio che negli ultimi 20 anni ha ricopiato più o meno l’andamento di un banale 60/40 anche in termini di volatilità? Per favore nelle risposte non ditemi che dal 2000 sarebbe tutta un’altra storia, perché poi vi tiro fuori le statistiche dal 2008 -) e come diceva un mio stimato collega, i numeri possono essere “massaggiati”.


Fonte: Portfoliovisualizer
La conclusione di questa mio personalissima quanto quasi inutile analisi dei mercati è banale lo so.
L’importante è rimanere in pista indipendentemente dal rumore che ci circonda adattandosi al momento di vita.
Se il lungo periodo è ancora il nostro orizzonte temporale zero problemi. Ci ritroviamo qui a fine 2026 a commentare cosa è successo.
Se invece il lungo periodo è diventato breve periodo per tutta una serie di motivi, allora qualche pillola di calmante potrebbe non essere così sciocco assumerla nei prossimi mesi/anni. Mi raccomando però, senza andare in letargo.
Buon 2026 a tutti!
P.S.: Se non avete voglia o tempo di leggere, vi ricordo che ogni browser consente oggi di ascoltare l’articolo.
Ad esempio da smartphone se utilizzate Chrome cliccate sui tre pallini verticali in alto e selezionata “ascolta questa pagina”. Buon ascolto!


Grazie per l’articolo.
Non capisco il commento circa l’Executive Order del 1933… Similmente gli USA non potrebbero nazionalizzare qualche public company abbattendone il valore? O (più semplicemente) non potrebbero decidere di evitare di pagare i Treasury arrivati a termine???
Il rischio remoto c’è su tutte le asset class, non capisco perché menzionarlo solo sull’oro…
Tutto è possibile (ed è per questo che la diversificazione globale è una gran bella scelta). Le borse le puoi chiudere, ma nazionalizzare un intero listino di borsa la vedo dura sia come impegno finanziario sia perchè spostare il domicilio fiscale è un attimo, i capitali si muovono (i lingotti no). Quindi teoricamente possibile, praticamente la vedo dura.
Sui Treasury certo che esiste il rischio default, ovvero in autonomia dire al creditore la tua carta non vale nulla. Le conseguenze? Tassi alle stelle e dollaro che assume le sembianze di una divisa argentina o turca. L’oro è invece una riserva di valore fisica, il sequestro non comporta default e nemmeno oneri di nazionalizzazione. Semplicemente un metallo che se colui che lo custodisce decide che è suo in barba ai vari trattati internazionali puoi solo andartelo a riprendere fisicamente. Fantafinanza attenzione, ma elementi sui quali la storia ha già avuto qualche cosa da dirci e che non significano non investire in oro. Ma significa informarsi bene su che prodotto si sta acquistando.
Articolo molto interessante. Ci ho messo un po’ a leggerlo perché ogni capoverso va “metabolizzato’. Andrebbe letto un po’ alla volta. Ho fatto tante riflessioni anche se i grafici però parlano chiaro
Mi sembra che potrebbe essere il “manifesto” di questo prossimo anno……. cmq vadano l mercati.
Mi ero prefissato di leggere altri articoli ma onestamente ho l’impressione che il resto sia quasi inutile almeno superfluo.
Buon anno !
Grazie Vince. Provo sempre a mettere in fila a fine anno un pò di idee e sintetizzarle per me stesso (e anche per i nostri clienti ovviamente). Nessuna previsione, nessuna scommessa, una foto credo obiettiva dei mercati che guarda più in là del 2026 e come dici tu indipendentemente dal finale. Sicuramente la materia è vasta e troverai qualcuno che racconta anche altro, ma per quello che mi riguarda dopo tanti anni di esperienza vissuti in questo mondo della finanza direi che qui c’è quanto basta -). Buon 2026 anche a te!
Grazie per la risposta, mi piace molto. Sarà una banalità filosofica ma l’equity fa sentire giovani perché si guarda non solo al presente ma anche al futuro e con ottimismo. Di per sé, al netto delle logiche e sottostanti finanziarie, è anche un qualcosa di positivo in sé e di contributo alla crescita ed allo sviluppo della società. Bello poterlo continuare a fare anche “ad una certa….” A finanziare i governi già lo facciamo tutti con le tasse, pure i bond dobbiamo comprargli ?? ;-) BUONE FESTE A TUTTO IL TEAM (io comunque un anno di spesa ce l’ho sempre in obbligazioni e tutto il resto in azioni, mi rilassa psicologicamente avere un anno coperto da eneventuali crisi ma non finanziarie sui mercati bensì di vita reale imprevedibile).
Ottima ricetta allora! Buon nuovo anno anche a te.
Eccellente articolo, spesso mi confronto con amici sul vero fattore generativo di ricchezza/risparmio che è il TEMPO. Che poi quando si è giovani con tanto tempo non si ha una lira e risparmiare è durissima, appena arrivano i denari ti rendi conto che hai superato i 40 anni (se va bene). Bizzarro no? Una domanda, emerge nell’articolo un fattore tempo pari a 20 anni per un PTF molto oerontaro sull’equity. Tu personalmente come la vedi per un 53 enne ? Vedi ancora 20 anni sereno senza bisogno di denaro o statisticamente meglio pensare già a dei bond ? Perché forse quei 30 anni ora sono più verosilmente 10 ?Dato statistico ovviamente a prescindere da quanto denaro uno abbia
Grazie Simone come puoi immaginare la risposta al tuo quesito è un grande dipende. Da quanta pensione inps avrai (diciamo che è tutto tranne che equity), da quantità e tipologia di investimento del fondo pensione se esiste, da quanta eredità hai intenzione di lasciare, da quanto è ampio il capitale, da quanto emotivamente e finanziariamente potrebbe pesarti un -30% sul portafoglio un mese prima del ritiro/pensione. E tanto altro. Credo che sia tutti molto personale e non vedo problemi ad avere 100% equity o 20% equity purché ci sia la consapevolezza di pro e contro della cosa.
Ho appena acquistato dei nuovi tappi per le orecchie per attutire i rumori di fondo.
Buon 2026
Massimo
quanto valore in un solo articolo (non dovrei nemmeno meravigliarmi piu di tanto..dopo tutti questi anni..)
buon 2026 AW!
ps mi mancano i consueti appuntamenti col portafoglio modello (ma so che non si può, quindi mi adeguo :D)
Grazie Erreffe auguri di buon 2026 (non solo finanziariamente parlando) ai lettori più affezionati (come te) e a quelli occasionali.